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Scrivere un diario di viaggio tra romanzo e realtà

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Di Alessia Colognesi

Te lo regalano già a otto anni e non so perché ma dopo che hai soffiato le candeline e hai scartato il pacco lo guardi stranita. Col lucchetto, di cartoncino bordato d’oro. Sembra un oggetto d’altri tempi, un giocattolo antico e inutile nell’era moderna, quando la vita ti fagocita di realtà e alla fine chiede il conto del suo scorrere veloce.
Se più avanti d’età ne possiedi uno, non lo chiudi più in un cassetto e preferisci portarlo con te per annotarci i pensieri o semplicemente parole, che evocano ricordi.

La scrittura può essere terapeutica, tenere un diario ti obbliga a fermarti a pensare e a rivivere nelle parole la vita fuori.
Analizzi i fatti, li ripulisci, ne estrapoli ciò che è stato. È un processo che impone allo scrittore di fermarsi e mettere ordine tra eventi e sensazioni, scinderli per poi fonderli insieme.
Gli eventi e i sentimenti di un taccuino si amalgamano nella narrazione confondendosi e divenendo uno l’essenza e l’altro il contorno, da cui si staglia la storia.

Raccontare un viaggio in un diario è funzionale per chi scrive a vivere in maniera pragmatica l’esperienza del partire, ad accettarla come un allontanamento da un luogo che, in quanto nostro luogo natio, spesso ci rappresenta nell’immaginario di noi stessi.
Noi siamo ciò che siamo, ancorati al contesto in cui viviamo: siamo qui e ora.
Allontanarsi dal proprio luogo significa sperimentare lo straniamento da sé che nelle parole impresse in un diario di viaggio acquistano valore e consistenza.

Si può scegliere di raccontare un viaggio nella maniera più oggettiva possibile per testimoniare ciò che il viaggio ci ha fatto incontrare, ma un viaggio può essere anche solo un escamotage letterario per ritrovare sé stessi svincolati dallo spazio e dal tempo.

Ho letto l’India in due modi letterari diversi, quello di un reportage antropologico di viaggio di una giornalista scrittrice e quello della scrittura «che coinvolge i desideri, i sogni e la fantasia» di un romanziere.

Quando ho scelto di leggere Raggiungere l’ultimo uomo di Maria Pace Ottieri volevo profondamente evadere dalla mia realtà.
Volevo vivere in un luogo lontano.
Essere diversa da ciò che sono.
Conoscere luoghi che mai avrei immaginato potessero esistere.
Leggevo così, ogni mattina, assorta in una lettura istantanea, capace solo di intravedere luoghi e persone lontane.

Essere catapultata in un mondo straniero è uno degli effetti che può generare la lettura di un resoconto di viaggio. Vedere il mondo che appartiene alle persone che ci abitano a fianco, quelle che parlano una lingua diversa dalla nostra, quelle che hanno modi di fare a volte così difficili da capire.
Leggere è partire, senza dire niente a nessuno, in maniera composta, invisibile, per evadere dallo schema ordinato della propria esistenza.

Da dove venivano gli indiani che mi capitava di incontrare per strada?
Com’era il loro mondo?
Cosa avevano lasciato prima di arrivare qua?
Perché si vestivano con tanti colori?

Leggere le storie che Maria Pace Ottieri aveva raccolto dal vero per raccontare di un villaggio nella desolata parte occidentale del deserto del Thar, nella regione del Rajesthan, uno degli stati indiani più poveri e lontanissimi dall’Italia, mi ha proiettato verso un mondo nuovo, dandomi la certezza che non esiste un unico mondo possibile, chiaro e comprensibile.

Leggere questo reportage di viaggio tutto scritto in prima persona è stato come essere accompagnati al Barefoot College da un’amica a cui non sfugge niente e che con la sua penna curiosa esplora il mondo da acuta osservatrice.
C’è un’India sfaccettata in questo libro, contraddittoria e tradizionalista insieme. Un villaggio per chi è povero e analfabeta in un tempo lento dove la divisione in caste sembra non contare più nulla.

Ma un paese ti arriva dentro anche con un romanzo, dove tutti i fatti narrati insieme ai suoi personaggi sono frutto di fantasia fin dalle note a piè di pagina dell’autore.
Notturno Indiano di Antonio Tabucchi è un viaggio con tanto di indice dei luoghi che lo stesso scrittore come il protagonista ha percorso.
Ancorato allo spazio reale di un’India caotica e lontana il taccuino di viaggio di un viaggiatore intento a ritrovare un amico scomparso è pura finzione letteraria che obbliga il protagonista a riscoprire la propria identità.

In un’India magica in cui le emozioni prendono il sopravvento sui fatti, Tabucchi riscopre il senso del viaggio capovolgendo il luogo comune che si parta per vedere prima di tutto fuori da sé luoghi sconosciuti.
L’India che attraversiamo insieme con l’autore alla ricerca di un uomo disperso è prima di tutto un viaggio dentro sé che ci obbliga ad entrare nei fatti scevri di un qualsivoglia vincolo spaziale.
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Commenti

io devo scrivere una pagina di diario di bordo ma non so se raccontare un viaggio vero o immaginario...secondo voi cosa è più facile?

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