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La memoria non è peccato finché giova

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Di Alessia Colognesi

Mi ero sempre chiesta perché ai concerti di musica classica la maggior parte del pubblico in prima fila sembrava stesse sempre dormendo.
Una volta in un piccolo teatro, mentre osservavo un uomo dai capelli bianchi sprofondato nel velluto rosso antico di una poltroncina della platea, mi accorsi, che anche se le sue palpebre erano calate e le sue canizie erano un indizio di quel probabile stato di dormiveglia che l’aveva assalito, il suo piede sinistro era ben sveglio e batteva in quattro quarti sui listelli di legno sotto di lui.

Secondo lo psicologo Howard Gardner l’uomo possiede almeno otto tipi d’intelligenza. Ci sono quella matematica e linguistica, quella musicale, quella del corpo, quella empatica che ci permette di comprendere gli altri e quella che ci consente di capire noi stessi nel profondo. Ognuno possiede una sua intelligenza “prediletta” e solo grazie alla sollecitazione dei sensi che gli sono più affini riesce a stimolarla.

Chiudere gli occhi durante l’esecuzione di un musicista permette al suono di giungere puro al nostro orecchio. Così un vecchio spettatore di un concerto per piano solo è un po’ come un bambino che all’ora della buona notte, non riuscirebbe mai a prendere sonno senza che la madre gli racconti una fiaba.
Ad occhi chiusi le parole di un racconto hanno la forza evocativa di una musica, un ponte, tra la nostra coscienza intima e il mondo.
Quando le parole, scevre da ogni altro particolare arrivano dentro di noi, il potere della memoria scatena la nostra immaginazione.

“Chiudete gli occhi e ascoltate solamente”.

Esordii così a leggere un fumetto alla mia classe che mi guardava stupita.

“Lo so che un fumetto va sfogliato attentamente, ma ora non voglio leggervelo in maniera normale. Dovete sentire solo le parole ”.

Mi ascoltarono e rimasero assorti con le mani sotto il mento, quelli in prima fila incrociarono le braccia sul banco, vi posarono sopra il capo e socchiusero gli occhi.

Questa sono io quando avevo dieci anni, era il 1980.
E questa è una foto di classe, io sono seduta all’estrema sinistra, perciò non mi si vede.
Nel 1979 c’è stata una rivoluzione che poi hanno chiamato “La Rivoluzione Islamica”.
Poi venne il 1980: il primo anno in cui nelle scuole il foulard diventò obbligatorio.
Ma a noi non piaceva molto portare il foulard, soprattutto perché non ne capivamo il motivo.
Anche perché soltanto un anno prima, nel 1979, frequentavamo una scuola francese e laica, dove eravamo in una classe mista, maschi e femmine insieme, finché improvvisamente nel 1980…
Ci siamo ritrovate velate e separate dai nostri compagni.

Persepolis è un fumetto storico autobiografico, che narra di una ragazza che ripercorrendo la sua storia personale dipinge, quale testimone oculare, la storia del suo paese e delle ripercussioni che questa ha avuto sulla sua vita.
L’Iran è un paese che dopo il 1980 è cambiato radicalmente, dove le scelte politiche e di potere hanno sconvolto la vita delle persone negli aspetti più intimi e quotidiani. Dove chi ha scelto di migrare l’ha fatto solamente per sopravvivere, rimpiangendo un passato di modernità che negli anni il potere ha logorato.

La narrazione scritta del fumetto è graficamente suddivisa in due parti distinte, quella che serve a delineare i fatti storici è incastonata sulla cornice superiore di ogni vignetta, quasi a voler contestualizzare le immagini in bianco e nero monodimensionali. Mentre lo scorrere della vita quotidiana, è impresso nei discorsi diretti dei personaggi che si incontrano e si delineano tra un misto di fragilità ed ironia a tal punto da lasciare il lettore stupefatto.

“Ragazzi siete riusciti ad immaginare le vignette di questo fumetto?”

Mi guardarono ancora più allampanati di quando gli avevo detto di starmi a sentire e m’ero messa a leggere.

“Bene. Prendete fogli e colori e cominciate a immaginare Marji! Fatela vivere e parlare. Scrivete dei vostri disegni, per rendere vostre le parole che avete sentito”.

Il silenzio si ruppe. All’unisono si misero tutti a rovistare negli zaini con le rotelle posati sul lato di ogni banco, poi iniziarono a confabulare piano tra loro.
Mi misi davanti alla cattedra ad osservarli.
Da vicino era come se mi fossi portata all’orecchio un’immensa conchiglia di quelle che fanno il rumore del mare e ti pare che parlino. Davanti a me avevo suoni, odori, colori, immagini sedimentate nel tempo.
Ognuno dei ragazzi aveva con sé un bagaglio fatto solo della propria memoria e lo stava usando per testimoniare il mondo impresso nelle parole dei ricordi di Marjane che erano riuscite a parlare al futuro pur essendo solo una storia ormai passata.

La letteratura, di qualunque genere essa sia, ha poteri straordinari. Questa volta ci aveva portato dall’altra parte del mondo e aveva reso vivo il passato!

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