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"La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé

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Di Geraldine Meyer

"La libreria del buon romanzo" (traduzione di Alberto Bracci Testasecca) narra la storia di due giovani che decidono di aprire la libreria dei loro sogni a Parigi. La scelta è che venderanno solo buona letteratura. Ma come selezionare i libri che entreranno a far parte del loro assortimento? Quali verrano categoricamente esclusi? La scelta verrà fatta da un comitato di otto scrittori che stileranno, separatamente uno dall'altro, una lista di titoli imperdibili. Tra i titoli non ci sono i libri di cui tutti parlano, quelli che entrano in classifica. Un assortimento che è già un giudizio, formulato più che sulla presenza sull'assenza. La libreria comincia a riscuotere un gran successo ma a qualcuno dà fastidio. Campagne stampa denigratorie e misteriosi incidenti che coinvolgono alcuni membri del comitato. A chi dà così fastidio quella libreria e perché? 

Questa la trama del libro: "La libreria del buon romanzo" di Laurence Cossé, edito da E/O. Per chi, come me, di mestiere fa la libraia la lettura di questo testo ha rappresentato un'emozione forte. E non si tratta solo di avere ritrovato gesti e parole di una quotidianità ormai più che ventennale. C'è qualcosa di più che provoca in questo testo. La sensazione quasi fisica di riconoscersi nel sogno dei protagonisti del libro. Quello di essere liberi, come librai, di sottrarsi alle logiche del profitto per tornare a vendere solo quello che piace. Resistere alle regole di un mercato sempre più attento alla finanza più che alla cultura. 

Un amico libraio sostiene, forse giustamente, che un libro corre con due gambe: una della cultura e una del ricavo economico. Privo di una delle due corre zoppo. Ma non si può fare a meno di sottolineare l'assoluta mancanza di valore letterario di molti dei libri che vengono pubblicati. Penso che se questo libro fosse stato scritto da un autore italiano sarebbe stato ritirato dal mercato. Perché questo testo, solo apparentemente romanzo con elementi di giallo, è una feroce denuncia contro i grossisti della cultura, le gran casse pronte a dare rilievo e risonanza a testi assolutamente privi di valore. Evidentemente anche in Francia la situazione non è molto diversa. 

Come può una libreria permettersi di tenere solo i buoni romanzi? E qual è la linea che separa un buon romanzo da uno di scarso valore? Questo libro ci dice che il mestiere del libraio non è privo di etica. Vendere non è un atto neutro, scevro di responsabilità. Se è vero che i lettori hanno diritto di leggere quello che più si confà alle loro capacità e ai loro gusti, è altrettanto vero che un libraio dovrebbe poter decidere di non tenere un libro. Ma sopravviverebbe una libreria così? 

Al di là di considerazioni puramente economiche quello che suggerisce questo libro è una considerazione sulla libertà di scelta. La legittima libertà di giudizio non può essere considerata egemonica. Io non ti offro quello che cerchi ma non ti impedisco di trovarlo altrove. Il problema è che in un’epoca di visibilità a tutti i costi ci sono libri che possono vivere solo di quella. Quindi privati di questa ancora attenzionale, amplificata da critici compiacenti, da un passaggio televisivo o radiofonico, non avrebbero motivo di essere. E gli imbonitori culturali lo sanno bene. Quindi loro sono liberi di produrre pseudocultura e di decidere di non tenere conto della qualità. Ma chi lotta per affermare un principio contrario diviene portatore di una presunta alterigia politico-letteraria. 

Vorrei che questo libro facesse discutere, ma discutere veramente. Invece temo che non avrà conseguenze. Tutto continuerà come prima, con scrittori ed editori assolutamente autoreferenziali, troppo impegnati a gonfiare le loro piume da pavoni, eccitati dalla loro stessa presunzione. E intanto il dibattito culturale si appiattisce sempre più attorno al vuoto spinto. 

Un libraio di Milano si rifiutò di vendere nel suo negozio l'ultimo libro di Bruno Vespa. Non si contano le polemiche. Lesa maestà. Ma cosa ha fatto di così grave se non difendere il suo diritto di decidere cosa fare nel suo negozio? A casa propria uno non ha forse il diritto di scegliere chi fare entrare? Non ha certo impedito a chi voleva leggerlo di trovarlo altrove. Ma l'ipocrisia e la mistificazione dell'ambiente letterario si ammanta di una patina di cultura che dovrebbe costituire un lasciapassare per ogni tipo di aberrazione. 

Gli attentati di cui rimangono vittime alcuni componenti del comitato divengono quindi attentati alla buona letteratura che, evidentemente, dà ancora fastidio nella misura in cui rischia di dare vita a un movimento contrario alla mediocrità imperante. Sia chiaro, qui si parla di una mediocrità che nulla ha a che spartire con quella di oraziana memoria. Il poeta intendeva parlare di un'ottimale moderatezza, qui invece siamo proprio nella terra di nessuno dell'eccesso che si nutre di niente e che di niente deve far morire le sue vittime. 

L'elemento di giallo che l'autrice utilizza per amalgamare il libro non fa perdere di efficacia la denuncia tra le pagine. Direi che diviene funzionale al destino della letteratura e di chi si assume la responsabilità di definirla "buona letteratura". Cosa accade a chi di questa responsabilità ne fa uno stile di vita? E che differenza c'è tra l'essere conosciuti e l'essere famosi? Questo libro interroga e non lascia indifferenti tutti coloro che, all'interno del mondo editoriale, avvertono con forza che la buona letteratura non è questione di intrattenimento. 

Quello che più ho trovato onesto in questo libro sono le continue sollecitazioni che dà senza pretendere di avere delle risposte e le chiare preferenze che l'autrice non nasconde. Alcuni nomi sono inventati ma altri sono chiaramente riconoscibili e disegnano una geografia letteraria ben precisa. Sembra dirci che bisogna avere il coraggio di schierarsi e di assumere una posizione ben chiara. Forse non ci sono criteri universali per definire cosa sia "un buon romanzo" ma di certo non è difficile stabilire quale non lo sia. 

Che poi questa battaglia abbia esiti positivi o meno non sarò certo io a dirvelo e forse non vuole dircelo neanche il libro.
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Commenti

L'ho letto anche io e ne tratto sul mio blog proprio perchè desidero aiutare questo libro, questa autrice, questi temi ad avere un seguito, una risonanza, per quanto poco posso fare.

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