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Come leggere un libro

"Josefine e io" di H. M. Enzensberger

di Michele Ruele


H. M. Enzensberger, Josefine e io, Einaudi.

È proprio vero che l’espressione Schadenfreude esiste solo in tedesco? Significa “rallegrarsi delle sofferenze altrui”; non c’è davvero una parola italiana che corrisponde a tale sentimento?

E come si chiama tecnicamente la sindrome per certi versi opposta all’ipocondria, cioè quella per cui si è malati ma si è convinti di non avere proprio niente? Epicondria, apatia, anosìa?

E come ti guarderebbero, se nel corso di un consiglio d’amministrazione della tua banca in cui devi dare una consulenza tu usassi l’aggettivo dégoûtant, desuetissimo e da decrepita zia colta, a proposito per esempio di una dichiarazione del consiglio centrale della Banca d’Italia?

Se cominci a farti queste domande, significa che non ti dispiacerebbe bere un tè con una ex mezzosoprano novantenne, tu che hai oltre cinquant’anni meno di lei e la scambi per una strana femme fatale, tutti i martedì pomeriggio, e avere con lei dialoghi di questo tipo:

- Se rifletto sulla stupidità vado letteralmente in estasi. Che ricchezza di forme, che varietà! Quante sottili differenze! Un miracolo della cultura e della civiltà. C’è tutto un mondo tra l’idiozia maschile e la sciocchezza femminile.

- O fra la balordaggine del sempliciotto e la ferrea ottusità del potere.

- Tra la stoltezza dell’uomo di cultura…

- … e il delirio della plebaglia.

Imbeccandoci a vicenda abbiamo finito per immergerci in una specie di canto parlato.

- Affaristi furbastri.

- Fanatici ostinati.

- Esperti presuntuosi.

- Teppisti dementi.

- La granitica stupidità delle istituzioni. Ah già, questa l’abbiamo già detta. E poi gli scienziati con le loro idee fisse… No, senza la stupidità non funziona. È una delle armi più potenti che l’umanità abbia a disposizione. Lo conosce lo stupido cha la impiega tatticamente, no?

- E come?

- Fingendosi più stupido di quanto non sia…


Dunque una storia crepuscolare, malinconica e dissacrante. Fra il requiem e l’opera buffa.

Joachim, un trentenne economista con un brillante carriera davanti a sé, idee democratiche e progressiste e un matrimonio fallito con cui fare i conti, incontra per caso una vecchia cantante lirica di nome Josefine K. e comincia a frequentare la sua casa decrepita in Kastanienallee 12: lei lo affascina, lo irrita, lo provoca. Il colore della trama è prevalentemente quello dei dialoghi fra i due e con la domestica della signora, Frida.


C’è nella letteratura italiana un romanzo molto simile a questo, ed è Interrogatorio della contessa Maria di Aldo Palazzeschi (del 1926 ma pubblicato nel 1988): là un giovane borghese frequenta una cocotte che gli insegna a farsi beffe delle convenzioni e a dare luogo a un percorso di formazione molto eccentrico.


Ma l’orizzonte d’attesa era anche un altro: i nomi Frida e Josefine K. rimandano direttamente all’immaginario del mondo di Franz Kafka. E Josefine in effetti assomiglia molto alla protagonista di Josephine la cantante o il popolo dei topi, l’opera estrema di Kafka, potrebbe essere proprio lei sopravvissuta, con il suo fischio sgradevole e solitario, ma affascinante; e la casa di Kastanienallee 12 è un “castello” come quello dell’agrimensore K.

I riferimenti diretti a Kafka comunque non sono molti: allusioni sottili e rovesciamenti di prospettiva.

Qui Enzensberger mette a frutto la lezione di Kafka, questo sì.


Si può leggere questo breve romanzo come un confronto di paradigmi: la “modernità” di Josefine e la “postmodernità” o “tempo della mutazione” (come la chiama Berardinelli) di Joachim; il Novecento e il Duemila (che comincia negli anni Novanta, non per niente la storia è ambientata nel 1991 ed è vista retrospettivamente dal 2004). Josefine tutta arte, vita avventurosa o presunta tale e qualche compromissione con il peggio del secolo breve; Joachim tutto idealismi progressisti, economia, disillusioni realistiche, vita “liquida”, tecnicismi. I due mondi si scontrano, si confrontano, si affascinano a vicenda, amoreggiano, si completano.


Una nota a margine. Alcuni autori della modernità sono fecondi non solo perché li si legge, ma anche perché offrono molto materiale narrativo sia con la loro vita sia con le loro opere. Kafka è protagonista di altri racconti, romanzi, fumetti, film e ha aperto la strada a altre opere. Lo stesso può valere per Rimbaud, o per Virginia Woolf (pensiamo a Le ore di M. Cunningham): non si tratta solo di vite avventurose, ma di permanenza del loro segno. E forse anche della necessità di percorrere le loro strade vitali per approdare a nuovi territori e superarli. Un altro esempio di “riuso” o “riciclo”: i poemi cavallereschi rinascimentali per Calvino, Celati e Cavazzoni.


"Tra tutti i topi Josephine è l'unica a cantare e, quando lo fa, ogni animale si ferma ad ascoltare. In realtà Josephine, convinta di cantare, semplicemente fischia, come tutti gli altri topi, anzi, forse persino peggio, ma solo lei, forse perchè matta o arrogante, folle o geniale, si separa dalla miseria, consacrando tutta se stessa al suo flebile canto indisponente. Il suo allora diventa un fischio che scioglie le catene del quotidiano e consente al popolo dei topi un'esperienza liberata dalla fatica del sudore del pane e della sopravvivenza. Non importa che sia una topolina arrogante, faccia le scene, crei persino pericoli per i suoi simili…” (F. Kafka, Josephine la cantante).

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