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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a divenire editor in una casa editrice.

Sono arrivato a lavorare in editoria, oltre che per un morboso rapporto con la lettura e i libri in quanto oggetto, per sfuggire alla prospettiva di lavoro nel mondo giuridico, naturale sbocco dei miei studi in legge. Mentre terminavo la tesi di laurea ho seguito un corso per redattori, in cui uno degli editori ospiti era Marco Cassini, uno dei due fondatori di minimum fax: ci siamo piaciuti, e alla fine del corso (e dopo essermi laureato) ho iniziato uno stage nella sua casa editrice. Lì sono rimasto per quasi otto anni – tranne che per una piccola parentesi con Arcana – facendo tanta gavetta (lettura manoscritti, redazione, gestione dei corsi editoriali, gestione dei copertinari promozionali) e iniziando poi a occuparmi sempre di più della narrativa italiana insieme a Nicola Lagioia. Da luglio 2009 sono approdato alla Marsilio e anche qui mi occupo degli autori italiani.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più possibilità per diventare un editor?

Le vie dell’editoria sono infinite, anche se le porte spesso sono chiuse. Molti dei giovani editor che conosco hanno più o meno fatto il mio stesso percorso, un corso o un master editoriale, poi l’approccio con una casa editrice, la gavetta, le collaborazioni esterne. L’importante è farsi trovare sempre pronti, e non prendere questo mestiere con la prospettiva “impiegatizia”. Mi spiego: non esistono le otto ore giornaliere, è un tipo di lavoro in cui sostanzialmente non si stacca mai, e spesso – sviluppando sempre più l’odio dei nostri cari – non esistono i weekend o le festività. Non che voglia presentarci come una categoria di martiri del lavoro, facciamo un mestiere bellissimo, però è così. È un lavoro che ti porti addosso e appresso costantemente. Certamente se riesci a entrare in una casa editrice – come lettore, redattore – hai delle prospettive di crescita maggiori rispetto a chi resta esterno. Per quanto mi riguarda mi sento un fortunato: ho praticamente iniziato subito a lavorare all’interno di una struttura editoriale, ho fatto subito parte di una redazione, ho partecipato prestissimo alle riunioni editoriali, in cui anche se me ne restavo zitto zitto, avevo la possibilità di imparare tanto.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

La mia giornata ruota intorno alla lettura – dei manoscritti, dei testi su cui fare editing, di romanzi di autori che mi piacciono e che vorrei pubblicassero per la mia casa editrice – perché è la lettura il perno su cui si avvitano tutta una serie di attività collaterali: contatti con gli autori, soluzione di problemi logistici (copertine, risvolti, trattative contrattuali ecc.). Scrivo e ricevo tantissime e-mail, litigo e mi faccio odiare dai grafici, vado alle presentazioni dei libri in uscita (sia per la mia casa editrice che in generale). La mia giornata ideale sarebbe quella che mi vede solo al lavoro sui testi e immerso nella lettura, ma è un lavoro che invece è anche fatto di relazioni.

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Da un lato il mondo editoriale non è disciplinato giuridicamente, cioè non esistono qualifiche giuridiche per i diversi mestieri dell’editoria: l’editore può farlo chiunque, così come il direttore editoriale, l’editor o l’ufficio stampa o il redattore. Non ci sono titoli di studio specifici necessari per svolgere l’una o l’altra mansione. Dall’altro la raccomandazione nel privato, in generale, ha una percentuale di per sé molto più bassa che nel pubblico: nessun imprenditore rischia sulla sua pelle prendendo nel suo staff un incapace. Il risultato è che questo settore funziona in maniera molto anarchica secondo me. Non c’è un albo da cui attingere nomi che hanno la professionalità che si cerca, non ci sono graduatorie o concorsi. Funziona tutto su curriculum, conoscenze e segnalazioni. Ma vorrei precisare che intendo questi ultimi due termini nella loro accezione neutra e non in maniera negativa. Perché è l’unica maniera in cui il settore può funzionare. Se sono un editore e cerco persone da formare, probabilmente oltre a leggere la caterva di curriculum e a fare colloqui sulla base di questi, posso anche per esempio vedere chi sono, tra coloro che hanno partecipato a master e corsi editoriali spesso organizzati in collaborazione o con la partecipazione di diverse case editrici (adesso sono molti, alcuni di grande livello sia nel privato che nell’università: da quello dell’Università di Torino, a quello di Umberto Eco, a quello de La Sapienza di Roma, o quello di minimum fax, dello Studio Oblique, ad esempio), quelli segnalati da chi il master o il corso lo ha organizzato e svolto. Se sono lo stesso editore di prima, mi serve un buon editor e conosco professionalmente il valore di qualcuno in particolare, o se nell’ambiente qualcuno mi segnala una persona valida per il ruolo che devo coprire, posso rivolgermi a lui o lei per cercare di portarlo nel mio staff. Non prenderò certo una persona che non reputo all’altezza visto che investo personalmente sulla cosa. Il fatto è che in mancanza di parametri di merito giuridicamente riconosciuti il settore non può che basarsi su criteri soggettivi (conoscenza personale della validità di qualcuno, segnalazione da parte di strutture di settore ecc.). Non credo che in questi casi si possa parlare di raccomandazione. Nell’editoria, che è un mondo pettegolo, la tua fama arriva prima del tuo curriculum, nel senso che chi sei e cosa hai fatto spesso lo sanno prima di leggere i fogli A4 dove hai stipato la tua vita professionale nella maniera più decorosa possibile. Certo, il mio è un discorso generale, esistono delle eccezioni, però intorno a me in questi anni non ho visto e non ho sentito storie particolarmente “scabrose” a tale proposito.

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Riallacciandomi a prima, il merito è la base, il problema è che nessuno lo stabilisce con parametri oggettivi. La maniera migliore per favorirlo è farsi notare ai master a cui si partecipa, riuscire a entrare nel circuito, essere presenti alle manifestazioni di settore (fiere del libro, festival, presentazioni), sgomitare, salutare con grandi sorrisi. Insomma fare tutto perché la gente si accorga di quello che vali e più persone se ne accorgono meglio è.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

Mi piace la sincerità. Che significa di conseguenza calibrare il proprio testo sulla scrittura che si possiede, essere se stessi in quella scrittura, qualunque storia si decida di raccontare. E l’originalità di voce, che unita alla sincerità mi sembrano creare una bella miscela. Invece, non mi piace lo scrittore che cerca di essere “il nipotino di” o chi cerca di stupire a tutti costi, sia con una pseudosofisticazione nella scrittura che poi frana nella pretenziosità, sia con storie estreme, cercando di scandalizzare e al contrario rendendosi ridicolo.

Quali sono le qualità della sua casa editrice e le prospettive?

Marsilio sta per compiere 50 anni, è un marchio solido, e il suo editore e fondatore è un uomo che sa coniugare il suo essere un intellettuale con l’essere un imprenditore. È una casa editrice conosciuta sia per la narrativa e la saggistica sia per i suoi favolosi cataloghi d’arte. Ovviamente negli ultimi due anni l’esplosione del Giallo Svezia con il fenomeno Stieg Larsson ha creato una maggiore solidità economica, grandi aspettative da parte del pubblico e nuove prospettive (in termini di pubblicazioni e di possibilità editoriali) per chi lavora in casa editrice. Noi ce la mettiamo tutta.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento?

Non sono case editrici.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor.

Credo in parte di aver già risposto, ma secondo me serve arricchire giorno dopo giorno il proprio bagaglio letterario e culturale, avere il polso del mercato editoriale, e quindi in poche parole leggere tanto, essere aggiornati, specializzarsi in quegli ambiti letterari ancora non definitivamente esplorati.

La ringrazio e buon lavoro.
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