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Intervista a Francesca Melandri

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Di Morgan Palmas

Buongiorno Francesca Melandri, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Non ricordo la mia vita senza la scrittura – o la lettura. Ero una di quelle bambine occhialute sempre con il naso nei libri, oppure con in mano quadernino e pennina per scrivere storielle e poesie. A sette anni scrissi un poema sulle mie sorelle in cui mi vendicavo in rima baciata di tutti i torti che io, la più piccola, ero convinta di subire; a tredici mi venne la fissa della scrittura automatica e riempii pagine e pagine di sconclusionato flusso di coscienza – una noia mortale da rileggere. Insomma, non so nemmeno io quanti quintali di carta abbia consumato, tra racconti, raccontini, poesie, osservazioni, appunti di viaggio. Ho pacchi e pacchi di quaderni in soffitta, ognuno con il nome di un paese diverso: ci sono quelli indiani di pessima qualità, quelli nepalesi con le foglie impastate nella carta, quelli di Hong Kong con le scritte in cantonese, quelli della Mongolia quasi illeggibili perché scritti a -30° C... Insomma, la scrittura mi ha accompagnato sempre ed ovunque. E da quando, a diciannove anni, ho firmato il primo contratto da sceneggiatrice, è stato il mio mestiere.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Oltre a leggere e scrivere, da ragazzina avevo altre due passioni: la matematica e il pianoforte (pensavo che avrei fatto la musicista e studiavo molte ore al giorno). Risolvere un’equazione o sedermi al mio amato piano per comporre un nuovo pezzo erano certo piaceri diversi, ma comunque confrontabili. Studiare, comprendere, eseguire un pezzo di Bach, per fare l’esempio più ovvio, era una profonda gioia sia razionale che emotiva. Questa premessa per dire che onestamente non mi sarebbe mai venuto in mente di porre la creatività all’estremo opposto rispetto alla razionalità. La mia esperienza personale della creatività è di un processo che si nutre di molte cose diversissime tra loro, dall’osservazione attenta - sia cognitiva che sensoriale - della realtà alla fantasia più scatenata, dalla consapevolezza degli elementi strutturali alla cura del dettaglio, dal bisogno di esprimere ciò che si pensa, sente e crede vero all’arrendersi a una pulsione espressiva più grande di sé di cui si è servitori e non padroni... Sicuramente per scrivere il mio romanzo ho avuto tanti validi alleati: razionalità, passione, intuizione, empatia, ricerca e documentazione, fantasia, rispetto per la realtà, immaginazione, ironia, indignazione, abbandono al puro piacere sonoro e ritmico del linguaggio (per me scrivere e comporre musica sono molto legati) - e molte altre cose ancora di cui probabilmente non sono nemmeno cosciente.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Sono madre di famiglia, il lavoro con cui mi guadagno da vivere (scrivere sceneggiature) spesso prevede consegne strettissime, ho una casa da mandare avanti, inoltre ho bisogno di dormire parecchio altrimenti il mio cervello proprio non funziona. Insomma, signora mia!, le 24 ore non bastano mai... Per trovare il tempo di scrivere “Eva dorme” ho dovuto rinunciare a certe cose: diradando la vita sociale, ad esempio – anche perché io mi trovo molto bene a scrivere di sera e di notte. Detto questo, per rispondere alla domanda: no, una routine come quella di Moravia o di Simenon io non ce l’ho, non ho rituali scaramantici né penne preferite. Scrivo quando posso, dove posso, tutto qui.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Credo di aver già risposto nella domanda precedente. Posso forse aggiungere una cosa: in generale io amo molto camminare, il massimo naturalmente è farlo in mezzo alla natura ma non mi dispiace anche in città. Ecco: mentre sono alle prese con un progetto di scrittura, soprattutto nella fase d’ideazione, camminare per me è fondamentale. “Eva dorme” è stato concepito molto più nei boschi e sui sentieri che ad una scrivania. Ci sono luoghi precisi dove mi è venuta una certa idea, e ora se ci ripasso non posso non pensare anche a quel particolare passaggio del libro. Certe volte poi, se mi vengono idee buffe, o ironiche, rido da sola - sperando sempre che non mi veda nessuno.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Provo sicuramente grande amore e gratitudine per alcuni grandi scrittori del passato ma anche contemporanei, in certi casi una vera e propria devozione, ma non sono mai andata in pellegrinaggio sulla tomba di nessuno. Così come sono poco attaccata agli oggetti nella mia vita personale, non ho mai neanche sentito il fascino dei luoghi fisici frequentati dagli scrittori, né dei loro cimeli. Il mio modo di onorare i maestri è leggendo e rileggendo le loro opere.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Non mi sento di avere la competenza per rispondere a questa domanda. Io personalmente sono nata a Roma, ho passato anni in giro a viaggiare e lavorare in Asia, poi in Nuova Zelanda, ho vissuto più di dieci anni in una piccola cittadina dell’Alto Adige, ora sono di nuovo a Roma. Cosa vuol dire questo? Non ne ho idea. Sicuramente però se non ci fosse stata l’e-mail il mio lavoro di sceneggiatrice non avrei mai potuto continuare a svolgerlo in tutti questi anni.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Come ho già detto, non ho quasi ricordi di vita senza che la scrittura e la lettura fossero già presenti. Quindi non so valutare l’impatto che esse hanno avuto nella mia esistenza. Ci sono sempre state.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a Sul Romanzo!


Francesca Melandri, dopo lunghi soggiorni in Asia e Nuova Zelanda (facendo volontariato, meditazione, documentari e – ma solo in Laos, dove la concorrenza non è agguerrita - la pianista di piano bar) e anni di residenza in Alto Adige, ora vive di nuovo a Roma dov’è nata. Tra le sue prime sceneggiature, “Zoo” di Cristina Comencini. Ha firmato popolari serie tv come “Fantaghirò”. Ha appena pubblicato per Mondadori il primo romanzo, “Eva dorme”; sta scrivendo il secondo, ambientato in un’isola/carcere di massima sicurezza negli anni ’70, e ideando il terzo, sull’avventura coloniale italiana in Etiopia. Sta girando il ritratto/documentario di Vera Martin, sopravvissuta all’Olocausto e allevatrice di cavalli purosangue.

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