Tecniche del disamore, zone omega
Autore: Giovanni RagonesiMar, 02/03/2010 - 11:54
Di Giovanni Ragonesi
Qualcuno (e tutti sappiamo chi) ha detto, in tempi non sospetti, che la vita imita l’arte. Qualcun altro (e per chi non lo ricordasse a dirlo è stato Woody Allen) ha parafrasato, in tempi recenti di totale sospensione del giudizio, che la vita, più che l’arte, imita la cattiva televisione.
Adesso, essendo noi per lo più posizionati sulle idee della retrogarde, ed essendo persuasi dell’idea – assolutamente demodè – che l’arte contenga quel briciolo di significato in più che alle esperienze noiosamente quotidiane manca, cercheremo di aggrapparci a questa per collocare in una casella di senso compiuto un topos tristemente fondamentale del vivere quotidiano come il disamore.
Vivessimo in un romanzo di Henry James potremmo stare tranquilli: Isabel soffre, Daisy piagnucola, ma ogni cosa si ricompone in un disegno morale di altissimo livello.
Se invece vivessimo tra le pagine di Sveva Casati Modignani potremmo stare certi che alla terzultima pagina, magari su suggerimento del marito col quale la Signora scriveva a quattro mani, la protagonista ritroverà inesorabilmente il suo oggetto amoroso, malgrado tutti i patemi d’animo e nonostante il corredo di sofferenze e afflizioni che nobilitano ogni relazione, Lui sarà infine presente. Lo troveremo probabilmente dietro un portone dove ha atteso tutta la notte il ritorno di Lei rimpiangendo nel frattempo, oltre a tutti gli errori commessi, di non avere addosso un secondo paio di calzini.
Nella realtà – e tutti lo sappiamo assai bene – l’oggetto amoroso sparisce, va via, ci lascia. Altresì sappiamo che il senso morale ha sulla solitudine amorosa lo stesso impatto dei fiori di Bach sulla sciatalgia lombo-sacrale.
Agli inizi degli anni ’70 il pittore inglese David Hockney, dopo diversi anni, interruppe la sua relazione con Peter Schlesinger, uno studente d’arte che aveva conosciuto nel 1966 insegnando alla U.C.L.A. Il loro rapporto aveva avuto risvolti artistici notevoli: Peter era stato scelto come soggetto o co-soggetto di diverse tele, accanto alle luminose piscine californiane. Quando la loro storia finisce anche la produzione di Hockney ne risente, è come se in certe tele l’assenza venga registrata, fermata: una assenza per ricordare la presenza: Le Nid du Duc, una piscina con l’acqua ricca di movimento e colore, dipinta con una tecnica tipica degli astrattisti che lavoravano la tela con colori acrilici, acqua e detergente. Un esercizio pittorico... ma al bordo della piscina, all’inizio dei gradini, ci sono i sandali di Peter, lasciati lì come traccia di una presenza umana che non si scorge, che è andata via lasciando la scena vuota, lasciando il silenzio dietro di sé.
Un altro dipinto di quel periodo è Poltrona e camicia: una poltrona che un po’ ricorda e racchiude in sé certe sedie di Van Gogh, e sulla poltrona, lasciata lì distrattamente, una camicia, di Peter. Adesso che Peter è andato via David la guarda, la solleva dalla distrazione quotidiana, la contempla e la avvolge di dolcezza, ne fa la traccia di un passaggio, un passaggio che adesso richiama il vuoto.
Alain De Botton parla, in uno dei suoi deliziosi libri, di consolazione della filosofia. Purtroppo in alcune situazioni non si riesce a non ripetersi “homo homini lupus est”, ma l’impianto di pensiero hobbesiano non aiuta di certo a riportare sulla giusta frequenza le pulsazioni cardiache. Può essere di maggiore conforto approcciare l’affaire amoroso in maniera spietatamente lucida lasciandosi sommergere – come una novella Ofelia – dalle pagine di “L’Amore e l’Occidente” di Denis de Rougemont. In questo indispensabile saggio l’intellettuale francese ricostruisce la nascita del mito contemporaneo dell’amore e la sensazione che se ne può ricavare, forse un po’ arbitrariamente, è che tra eresie catare, stilnovisti, cantori arabi, Tristani e Isotte, interpretazioni di Flaubert e stratagemmi di Pierre Chaderlos de Loclos, l’Occidente si sia costruito il suo mito, una sorta di comodo dio, Cupido/Eros, giovane e imberbe e tendenzialmente innocuo in cui credere ciecamente, su cui riversare languori terreni e speranze metafisiche, senza tralasciare le opzioni di marketing e le fondamentali istanze economiche: qualcuno provi a chiedere a Sidney Sheldon quanto può rendere un soggetto amoroso e uno pseudonimo femminile e Alan D. Altieri, in veste di editor della collana rosa Mondadori, vi confermerà il tutto con un sorriso lussurioso sulle labbra.
“La cerimonia degli addii” è stato scritto da Simone de Beauvoir per ripercorrere gli ultimi anni di vita di Sartre; anni in cui l’impegno e le attività del filosofo iniziavano ad essere messe in crisi dal costante aggravarsi delle sue condizioni di salute. Leggendo di questi ultimi dieci anni di vita si legge in controluce, quasi una filigrana densa di pudore, del legame tra Simone e Jean-Paul, un legame – un amore – assolutamente non convenzionale e difficilmente etichettabile ma che tra le sue pieghe conserva intatte tutte le intensità di un legame imprescindibile.
L’addio finale a Sartre, le parole con le quali Simone conclude la sua elegia, recitano: “Ci separa la sua morte. La mia non ci riunirà. Così è; ed è già bello che le nostre vite abbiano potuto tanto a lungo procedere all’unisono”.
Può sembrare di cattivo gusto l’accostamento con la dipartita di un compagno, ma l’intenzione non è quella di augurare all’oggetto amoroso che ci ha lasciato un trapasso a miglior vita pur di non agitare ulteriormente i nostri nervi ottici.
Postulata da Socrate la superiorità dell’amante rispetto all’amato, da questa noi ci muoviamo e teniamo ferma la concentrazione sul processo del disamoramento: il disamore segue una separazione, e una volta che l’oggetto amoroso ci ha lasciato è come se fosse morto: non lo rivedremo mai più, non di certo con gli stessi occhi, non di certo con lo stesso sentire, non di certo con lo stesso agitarsi di emozioni e bollori ormonali. Quella persona non c’è più. Tutto ciò che la rendeva identificabile ai nostri occhi è scomparso e tutto ciò che la rendeva quel che era è rintracciabile soltanto nel passato. Il futuro rimane allo stadio zero della prospettiva, quasi un geroglifico.
In quella bibbia laica e tristemente – ma nobilmente – umana che è “Frammenti di un discorso amoroso”, Roland Barthes, a cui ovviante ogni discorso in materia si riferisce e omaggia, scrive che un amore finisce così, d’improvviso, “come una astronave che cessa di mandare segnali”.
Tutti noi sappiamo cosa questa immagine voglia dire. Tutti noi, guardandoci alle spalle, senza sforzo alcuno, ricordiamo di astronavi che hanno attraversato il nostro cielo. Nessuno riesce a ricordare il momento esatto in cui quell’astronave ha cessato di mandare segnali, al massimo ricordiamo il momento in cui abbiamo deciso di fare scivolare lo spazzolino da denti dentro al bidone del bagno, oramai certi, rassicurati da quella leggera patina di polvere depositata, che non sarà più utilizzato (per il futuro sarà meglio munirsi di spazzolini con la testina intercambiabile). È una sparizione lenta, eppure repentina. L’unica cosa tangibile di cui i sensi, il sesto compreso, registrano l’accaduto è la lontananza, il silenzio: il cielo vuoto. Bianco.
I frammenti di Barthes, paradossalmente, riescono a dare un contributo non indifferente all’esercizio del disamore. Nelle sue pagine ci leggiamo osceni, fuori dalla storia, agonizzanti, silenziosi, in attesa, insopportabili, soli, pazzi, scorticati, gelosi, alterati… in ogni brano, in ogni citazione, ritroviamo qualcosa di noi, del nostro atteggiamento, del nostro sistema di vivere, tanto che se, a lettura ultimata, ci mettessimo a scrivere un sms, quasi ci verrebbe spontaneo firmarlo Werther.
Qui ci si ferma un attimo. Qui si urla mentalmente “oddio no!”
Subito nasce in noi il bisogno di riappropriarsi del nostro sano edonismo, qualsiasi matrice esso abbia. Nasce il bisogno di tornare a stare bene, e sappiamo perfettamente, ce lo dice una vocina che proviene da una qualsiasi delle nostre istanze psichiche – probabilmente l’Es –, che l’unico modo per tornare a stare bene, l’unica modalità in cui questa espressione riacquista un vero significato, è tornare a stare da soli.
Soli.
“L’amicizia è la grande via di fuga dall’amore”, a scriverlo in una delle oltre mille pagine della Recherche, è stato quel sommo di Marcel Proust. Certo non siamo così ingenui da pensare che basti che qualcosa venga scritta per avere il diritto di condizionare le nostre vite. Ad esempio se dovessimo dare retta alla Bibbia non potremmo gustare i gamberetti in salsa di curry (ricetta che anche suor Germana consiglia). Marcel Proust, però, nella sua assenza di pretese divine, essendo grande conoscitore dell’animo umano e dei suoi arzigogolati meccanismi sia solipsistici sia relazionali, credo sia una di quelle voci letterarie da tenere in seria considerazione, anche nella gestione delle nostre attività quotidiane.
Marcel ci bisbiglia, ci fa notare, come in alcuni casi si approda alla modalità amicale per sfuggire alle complicazioni, alla potenza distruttrice, alle intensità tormentate di una relazione amorosa. Questo approdo è una fuga, un atto di vigliaccheria. Spesso ci costringiamo a cambiare modalità all’unico scopo di salvare il salvabile e preservare una parvenza di integrità mentale.
Se però vogliamo essere totalmente vittime di un’aggressione sentimentale, ed è proprio quello che nostro malgrado vogliamo, la fine dell’unica modalità relazionale che ci interessa deve essere una fine definitiva. L’oggetto amoroso deve essere lasciato, abbandonato dal pensiero, subire un totale disinvestimento.
Tornare ad essere e a stare soli è l’unica scialuppa di salvataggio. Nessuna fuga. Nessun escamotage. Guardare di fronte a noi il vuoto lasciato e che dobbiamo intenzionalmente e ulteriormente sgomberare.
Infine è da considerare, per chi ama la vendetta o quantomeno la rivalsa, che l’indifferenza arriva là dove nessun proiettile può arrivare.
Soli, senza alcuno oggetto amoroso che de l’ultimo orizzonte il guardo esclude, ma sedendo e mirando, deliziati soltanto dalle porcellane di Limoges alla cui altezza si dovrebbe ambire.



































Commenti
Tu sei bravissimo.
Sara
Più gustoso dei gamberetti al curry raccomandati da suor Germana. E non fa venire l'orticaria, come potrebbe accadere con i crostacei.
Ora comprendo appieno il plus degli spazzolini con testina intercambiabile. Finora credevo fosse solo per rispetto dell'ambiente.
Bellissimo, grazie.
Guglielmo
Non resisto a impedirmi di arricchire la biliografia del disamore:
Franco La Cecla, "Lasciami", Ponte alle Grazie (una delle osservazioni più illuminanti: è necessario che gli amori finiscano, sennò non se ne creerebbero altri, anche se solo guardiamo la cosa da un punto di vista numerico)
http://www.claudio-rise.it/psycobiblio/utopia.htm
U. Galimberti, "Le cose dell'amore",Feltrinelli
R. Barthes, "Incidenti", Einaudi
http://recensione.blogspot.com/2009/09/incidenti-di-roland-barthes.html
Si può stare benissimo in piedi da soli, ma non se si è stati abbandonati.
Perché quella è una solitudine grande, enorme, violenta, che per reggersi in piedi bisogna aiutarsi anche con le mani.
Chi è stato abbandonato si sveste ogni sera per andare a letto, scoprendo un corpo lasciato lì, freddo come un avanzo, accantonato messo da una parte, figurati se si muove di lì, forse tornano a prendermi, pensa.
Poi si infila sotto alle coperte e quanto più sotto vorrebbe poter andare: la testa ghiacciata e il cuore in mille pezzi.
Passa il tempo, perché passa il tempo, il guasto si fa sempre più lontano, e più chiaro.
Chi è stato abbandonato, quando guarda indietro ai suoi giorni di profondissime ortiche, sente di avere vissuto il contrario dell'amore.
Non mi interessano le seghe aerodinamiche del voler volare.
Questo...lo dice una nostra concittadina.
Antonella
Fantastico davvero.
Spero ti ritrovare un tuo post quando tornerò ad aggiornarmi con questo blog delizioso!
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