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Taccuino nero: il dolore senza fine

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Di Giovanni Ragonesi

Sul comodino, accanto a Rilke, ha fatto la sua comparsa, come un nuovo neo sulla pelle – che non andrà mai via –, una boccetta di benzodiazepine.
La notte è oramai la parte peggiore della giornata. Il cervello prende a vagare, rovista nella memoria come un gatto sporco nel pattume. L’assenza è insopportabile, come un maglione di lana indossato in pieno agosto, e la morte ti pone le sue mille domande insensate, la morte di Lei e la propria che diventa conseguente. Allora hai solo voglia di spegnerti, vorresti avere un interruttore off da premere, ma l’unica cosa che riesci a fare è lasciare cadere 30 gocce sotto la lingua, sperando che da lì agiscano prima.

È appena uscito, inatteso, un nuovo – postumo – libro di Roland Barthes, “Dove lei non è”. Una sorta di diario – annotazioni, ‘frammenti’ – che l’autore iniziò a scrivere su dei piccoli fogli di carta dal 26 novembre 1977, giorno dopo la morte della madre, al 15 settembre 1979, poco prima della sua stessa morte.
In una qualche maniera questo “Journal de deuil” è una sorta di postilla ai frammenti amorosi, una digressione, un precipitare in un pozzo senza luce dentro il quale si tenta l’impresa – illusoria – di elaborare il lutto.
Il lutto però non si elabora, lo si vive e lo si scrive.
La morte della madre è per Barthes la tappa finale di un itinerario amoroso, l’immagine e il rapporto primordiale, l’imprescindibile modello relazionale, l’altro da noi che è il mondo, che è stato per un intero vissuto il suo essere e il suo avere.
Barthes è sgomento, ha il “cuore pesante”, è triste e nello scrutare il mondo, le architetture, gli angoli della memoria, le pagine della sua produzione, cerca la propria fine, il cessare di questo patimento, lo spegnimento del terrore – quieto – suscitato dalla consapevolezza che ogni attesa non ha più un senso.
Citazioni e riferimenti si scarnificano, l’unica stampella è l’identificazione con Proust, il rispecchiarsi nel di lui lutto, il ritrovarsi in alcune pagine della “Recherche”. Il narratore proustiano, il Marcel nominato solo tre volte, vive la sua stessa tristezza, sfugge alla psicoanalisi e al suo concetto di lutto, vive la medesima assenza, quella definitiva, la tesse intorno a sé come un filo di seta svilita e se ne ciba.

Qualche attimo dopo quel rantolo che era – come da copione – il suo ultimo respiro, le ho poggiato una mano sul petto nel tentativo – anche questo da copione – di sentire se il suo cuore ancora batteva. Ma nessun suono, rumore o qualsivoglia segnale proveniva da lì. E la mano è rimasta annichilita al contatto con quella cassa toracica di sole ossa. Quel seno roseo che odorava sempre di talco e che da bimbo mi aveva così spesso rapito, già da tempo non c’era più, quel corpo si era mutato in un guscio di noce, rugoso e duro. Adesso vuoto.

Rossana Rossanda e Manuela Fraire hanno colloquiato intorno al “grado zero della rappresentazione”: la morte delle persone che abbiamo amato, la perdita che ci pone ferocemente di fronte alla consapevolezza che al prossimo turno tocca noi, a uno a uno.
In “La Perdita” Rossanda ricorda ed evoca immagini: dagli austroungarici rievocati dai genitori e che rappresentavano un mondo perduto e per lei sconosciuto che le lasciava il bisogno – una fame – di conoscenza, al capriolo che da piccola le aveva tagliato la strada e che non era stata abbastanza veloce da avvistare e che ‘aveva perso per sempre’. Perdite di occasioni e di incontri, ma perdite che non intaccavano la speranza e la fiducia. La perdita della persona che hai amato tutta la vita però è una perdita di fronte alla quale tutte le altre si riducono a sfumature di scarsissimo rilievo.
Rossanda fa fatica ad ogni risveglio, ogni mattina si sente stanca, schiacciata dal sedimentarsi delle perdite che come un macigno le rallenta il respiro, le attività motorie, la stessa preparazione del caffé mattutino diventa una routine faticosa e svuotata. Le viene in mente quella moltitudine di candele che galleggiavano sulla Senna, alcuni anni fa, durante una commemorazione del 1 dicembre, quelle candele che si allontanavano verso nord e lentamente, una ad una, si spegnevano.

A volte capita di trovarsi in testa un ricordo, spesso una sola immagine sgranata o una inflessione della sua voce. Torna a galla dal nulla, non cercata, con la stessa spontaneità con cui alcune parole scivolano sulla lingua. In quei momenti viene da pensare che tutto il mio corpo è pieno di Lei, ogni istante delle mie trenta e rotte primavere, ogni cellula che si riproduce conservando e tramandando qualcosa di suo.
E dal silenzio viene fuori la sua voce che dice “Preferirei lavare a mano le lenzuola piuttosto che allacciarti le scarpe”.
Poi un sorriso. Poi quel sorriso si chiude.
È così difficile cambiare espressione senza una maschera.

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Nel 2005 la scrittrice americana Joan Didion sembrò dare il La a un trend inusitato, quello di dare pubblica espressione al proprio lutto. Dopo il suo “L’anno del pensiero magico” in America si diffusero reading e recital e tavole rotonde e adattamenti teatrali in cui uomini, e per lo più donne, manifestavano il loro dolore in qualcosa di simile a una terapia collettiva, infrangendo quell’atavico pudore che portava a chiudersi e a rimanere in silenzio nel proprio sconfinato “privato”.
Joan Didion nel suo libro ricostruisce tutto l’itinerario della sua perdita, rimette a posto i dettagli (il libro in lettura, “L’ultima estate dell’Europa”, le candele accese, le lancette dell’orologio, la telefonata al New York Presbyterian Hospital, l’arrivo dell’ambulanza ecc.), lucida l’argenteria dei ricordi (la casa a Honolulu, i vestiti della figlia Quintana, le copie dell’Herald Tribune ecc.). Rivive ogni attimo a partire da quell’attimo in cui “la vita cambia in un istante”.
La Didion deve scrivere; al contrario di Barthes che cerca di raccogliere i frammenti dell’Io, lei ricompatta tutto in una storia, la sua. Cerca un senso, cerca una via d’uscita dal suo rifiuto della realtà, dalla sua negazione della perdita; riformula le sue idee sulla vita, si mette davanti a quella perdita e la guarda fissa, le palpebre a tratti tremano, ma non si chiudono mai del tutto.

Trentuno anni prima lo stesso itinerario della Didion era stato percorso da Simone de Beauvoir che nel suo “Una morte dolcissima” ha rivissuto la morte della madre con lentezza e precisione, dal primo ricovero, giovedì 24 ottobre 1963, quando lei si trovava a Roma, all’ultimo pomeriggio quando i becchini sfilarono la bara tra le pareti in marmo della cappella mentre lei e la sorella erano costrette/impegnate a stringere mani che non riuscivano né a consolarle né a distrarle dalla “indebita violenza” della morte.
“Pensa a te” le aveva detto la madre l’anno prima, subito dopo la morte del padre.
Simone aveva pensato a sé e nel contempo pensato alla madre con indifferenza per tutto quell’anno. Poi attraverso il calvario segnato dal cancro e coi tempi scanditi dalla riproduzione delle metastasi, aveva riacquistato degli spazi di memoria, identificazioni inaspettate, gesti e sentimenti che le appartenevano e che avevano fatto rifiorire quella antica e detestata dipendenza amorosa.

Ho conservato in una scatola le babbucce da notte che indossava quando è andata via. Sono di lana, rosa, e sono state battute ai ferri dalle sue stesse mani. Non ho voluto lavarle per molto tempo. Ho voluto – ho avuto bisogno – che conservassero quell’odore di lento decadimento e di morte di cui erano pregne.
La notte quell’odore fuoriusciva dalla scatola e sopraggiungeva alle mie narici destandomi di soprassalto in preda all’angoscia e alla paura. Quell’odore pungente conservava tutto il dolore che ha attraversato, ogni grado di patimento del suo corpo, tutte le virgole e i punti e a capo del suo cadere.
Quell’odore mi schiaffeggiava, mi ricordava che io non ero stato lì.
Una sera le ho immerse in una bacinella d’acqua e detersivo alla lavanda e il mattino seguente, al risveglio, svuotando l’acqua, in quel vortice attorno al tubo di scarico, precipitavano anche pezzi di me, pezzi che un giorno ritroverò accanto a me sul mio ultimo cuscino.

Dopo 6 anni di silenzio, sempre nel 2005, Breat Easton Ellis sparse per il mondo le ceneri dell’odiato padre attraverso le pagine del sorprendente “Lunar park”.
In un paese del sud ci si veste di nero, si suonano le campane a rintocchi cadenzati e lenti (due colpi per le donne, tre per gli uomini) e si piange, adesso mestamente, una volta in modo più teatrale.
Uno scrittore digerisce la propria vita scrivendo. Gli acidi della propria immaginazione scompongono le cellule mnemoniche e le ricompongono in una massa escrementizia chiamata romanzo.
Il romanzo di Ellis, che lo vede protagonista nudo e sfrontato, è il prodotto di una lunga e dolorosa digestione. Una digestione che ha dovuto adagiarsi agli schemi dell’horror per rendere l’insensatezza – l’inspiegabile – di una umanità sconnessa, di sentimenti rotti e filiazioni fuori dai canoni, di dolori non vissuti ma tenuti tra le mani come sigarette spente senza un posacenere a portata di mano.

ali grandi e grigie per fuggire – fuggire – / fuggire oltre una scorza di cielo lavato / – sputi come incensi orientali / lascivi e slacciati dal mondo – / la certezza del dolore come una tazza di tè caldo tenuta stretta tra le mani in un binario in aperta periferia – celeste camera

Immagini:
1. Gianni Moretti Araldica, New York 2008, monotipo di inchiostro su carta, courtesy Harlem Studio fellowship by Montrasio Arte;
2. Gianni Moretti, Insomnia Explicantes, 2003, deposito di pigmento su vetro, collezione Museo di Palazzo Poggi, Bologna

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