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di Sara D'Ippolito

Caro Socrate,
ho preso finalmente il coraggio di scriverti in merito a quella donna di Mantinea che ti ha istruito così bene in merito alle cose d’amore. Nel suo racconto, Diotima ci descrive un cammino e le sue parole nel procedere si fanno sempre più luminose, come traslucide e leggere. Noi, uomini pesanti, siamo abbagliati da tanta luce e abbiamo difficoltà di respiro a contatto con un'aria così leggera e pura come quella che si respira nel paese dei vostri discorsi. Ci risulta difficile oggi comprendere il senso e la legge che certamente sono inscritti in quelle parole. Spesso ho riflettuto sul volo splendido ma anche pauroso che esse disegnano. Tutti vorremmo volare e se la meta è la bellezza allora perché non prepararsi subito, correre sul tetto di casa e spiccare il salto? Ma riusciremo quantomeno a galleggiare? E se non conosciamo i movimenti necessari all'ascesa, non rischiamo forse di precipitare miseramente? Poi c’è una saggezza ancora più antica, che parla anch’essa di un viaggio, ma infinito. C’è chi racconta di un certo primo uomo, che non è nato e morto in un tempo indefinito, mitico e comunque lontanissimo da quello presente ma che nasce ogni giorno, in ogni momento. Egli giunge alla vita grazie al soffio nella sua bocca. Non basta la polvere, serve il soffio perché nell'automa si compia il prodigio del movimento.

Non di solo pane vive l'uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di...

Bene, quindi tutti noi quando abbiamo fame aspiriamo a questo antico nutrimento. Ci sediamo alla stessa tavola. Ma il banchetto, le vivande non hanno fine. Il soffio e l'anima che lo riceve hanno in comune una meravigliosa proprietà, dicono i saggi: l'anima, come la parola è infinità, potenzialità inesauribile. Per questo noi viaggiatori attirati dal profumo delle vivande e dalla luce che splende ci mettiamo in cammino. Il viaggio certo è faticoso. Ma c'è un momento, dove l'affanno si muta in giubilo, perché i nostri passi ci hanno già portato nel paese della gioia, solo che il paese non ha confini e l'esplorazione mai compiuta. Questa è la meta, certamente: luce, calore, nutrimento.

Ma non siamo ancora in quel paese, ma nelle contrade della nebbia e della polvere.

Nonostante ciò decidiamo di partire. A piedi però. Volare non è il caso, lo capiamo da soli che non sappiamo come si fa. Magari camminando sempre più velocemente i piedi prima o poi si staccheranno da soli da terra e si compirà la meraviglia: diventeremo pedoni dell'aria. Questa speranza è il nostro unico oggetto di viaggio custodito nella leggera borsa sulla schiena. Fa freddo però. Ed ecco una luce (la prima, finalmente!) di fronte a noi proprio quando il freddo e la fame stavano diventando più insopportabili. La prima luce ci rincuora. Nel ricordo (anni e anni dopo) ci sembrerà sempre la più pura. Poi ancora non avevamo mai incontrato una luce, siamo discreti e gentili con lei, non ci accostiamo troppo. "Signora Luce, buonasera... posso?". La sosta è gioiosa, Poi viene il primo sonno di pace. I giorni passano... È così bella questa luce, perché proseguire il viaggio? Secondo me questa è la luce più bella del mondo, non possono essercene altre. No, mi fermo qui, basta con queste fantasie di viaggio. I giorni passano. Ci si abitua alla luce, iniziamo a trovarla ordinaria. O magari al contrario ci preoccupiamo, ci sembra troppo all'aperto questa luce, questa regione è troppo ventosa e poi potrebbero arrivare viaggiatori meno cortesi di noi. Costruiamo una bella campana di vetro per noi e per la luce, ma la poverina è sempre più debole e un giorno quasi all'improvviso guizza e si spegne. Ci siamo spenti anche noi in quel momento.

Cosa è successo?

Non resta che riprendere la borsa, abbandonare la campana di vetro - che ora sembra un estremo monumento in memoria - e via. Ma il cammino si fa più difficile, aspro, il passo più pesante. E sentiamo sempre un irresistibile desiderio di voltare il collo indietro verso le ceneri consumate (Ci saranno ancora? Come è potuto accadere? Non sarà per caso colpa mia?). Che tristezza. Altre volte facciamo finta che tutto vada bene, ci obblighiamo all'oblio e proseguiamo con penosi saltelli di divertimento forzoso. Ma la speranza di trasformarsi in pedoni dell'aria è caduta dalla borsa. All'inizio non ci siamo accorti che già sporgeva dal sacco, poi magari in momenti di rabbia ci capitava di scagliarla fuori. Ma poi tornavamo subito a riprenderla. Poi un giorno è caduta da sé. Ce ne siamo accorti. Ma abbiamo fatto finta di niente, oppure ci siamo detti che ormai eravamo da tanto in cammino, si può proseguire come si è sempre fatto, con i piedi per terra. Ma la cosa strana di cui ci siamo accorti troppo tardi per tornare ancora una volta indietro a riprenderla è che una delle leggi del viaggio è che una borsa vuota pesa molto di più di una piena. Gli anni passano, le luci che incontriamo si avvicendano davanti ai nostri occhi, sempre presto o tardi si spengono. Di norma a questo punto iniziamo a pensare di non essere buoni viaggiatori. È necessario sottoporsi a una severa rieducazione, un nuovo addestramento. Ci sembra di essere brutti, impacciati, non ci piacciamo più come viaggiatori. O, ancora peggio: ma cos'era questa storia delle luci e del viaggio? Non sarà meglio tornare indietro?

No, non è questa la storia di Diotima e la tua, o Socrate. Il vostro passo aereo è già un volo, sin dal primo movimento. Ci deve essere un qualche segreto. Sempre in avanti, dicono i saggi, mai voltarsi indietro, sempre verso il movimento ancora da fare. Va bene, ma questo deve significare che non hai lasciato dietro di te ceneri spente che guizzano ancora nella tua cattiva coscienza. E ancora che nella sosta non bisogna dimenticare che il viaggio è infinito, e che certo la strada ancora da percorrere è più bella di quella già percorsa. Noi non dobbiamo vivere la nostra vita come un cammino fra braci spente. Dobbiamo impedire alla nostra memoria il doppio movimento del rimorso e dell'oblio nel divertimento.

Ma com'è faticosa, cari Socrate e Diotima, questa salita!

Diotima incede con passo leggero perché ha fede fin dall'inizio, ha in sé la pre-visione dell'ultima infinita luce e la coscienza che anche la prima non è che la scintilla di quell'ultima. Per ciò ama la prima in quanto riflesso dell'ultima luce ma conosce anche la distanza che c'è fra le due. Ha il senso del ritmo Diotima. Non si arresta mai né troppo, né troppo poco. Per questo le luci non si spengono al suo passaggio, ma lei ne conserva il ricordo nella borsa che, sempre più leggera, la aiuta nel sollevarsi da terra. E non ha bisogno di voltare indietro la testa. O di saltellare in modo goffo. Diotima è un pedone dell'aria, e come nella prima luce c'è gia l'ultima, così nella giovane viaggiatrice c'è già la favolosa eterna viaggiatrice. Perché gradino dopo gradino verso l'alto compie un movimento - gradino dopo gradino - verso se stessa. Borsa piena dunque, nulla cade via. Il viaggio sempre da intraprendere è gia compiuto, chi cerca ha già trovato. Noi uomini, pesanti saltellatori contemporanei della terra polverosa, ammiriamo il suo rapido volo, ogni giorno ripetuto, ogni giorno già percorso.

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