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Poesia e filosofia ovvero le favole di un filosofo

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Di Adriana Pedicini

Platone bandì i poeti in generale e in particolare Omero dalla sua repubblica ideale perché sosteneva che la poesia come tutte le altre arti fosse imitazione di 3°grado rispetto alla realtà rappresentata dalle “Idee”. Inoltre essa era in grado di corrompere le anime soprattutto introducendo una religione primitiva ed esaltandone le cose turpi.
“Certamente – sostiene Platone – la poesia può affascinare quasi magicamente, ma al di sopra di tutto sta la verità che sarebbe empio tradire” (Plat.607c).
Eppure, oltre l’alto pensiero filosofico, c’è tanta “poesia” nei dialoghi platonici che arricchisce il contenuto di emozione e rende più didascalico il magistero del Filosofo.

Della virtù “poetica” è esempio illuminante quanto Platone stesso dice in Fedro 77:
“Dentro di noi è un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes tebano che primo lo scoperse, ma lacrime ancora e tripudi suoi… L’uomo riposato ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio e rispondergli a tono e grave; e l’armonia di quelle voci è assai dolce ad ascoltare, come d’un usignolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora” (G.Pascoli).
e ancora nel Fedone:
“C’è in noi, dice Cebete, un fanciullino; ed è lui che ha paura della morte, come i fanciulli dell’Orco. E allora, soggiunge Socrate, bisogna lo persuadiate codesto fanciullo e gli facciate l’incanto…e questo incantesimo che vince la paura del fanciullo è il filosofare. Chi è filosofo vince il fanciullo che dentro gli trema, ed è sereno davanti alla morte. Se è incantato, non ha più paura; e anzi desidera morire non per altro se non perché morire è la conclusione naturale di…questa disciplina di morte che è la vita di chi è filosofo veramente” (Platone, Fedone 77, trad. M. Valgimigli).

Inoltre il ricorso ai miti per spiegare le teorie filosofiche si rivela non solo utile metodo di comunicazione e strumento di conoscenza, ma anche mezzo molto piacevole e pieno di fascino per approfondire il pensiero platonico. Quasi ogni dialogo contiene un racconto mitico, comprensibile a tutti, destinato a illustrare intuitivamente, per immagini, questo o quello aspetto della sua dottrina. I miti si riferiscono a eventi che si pongono al di là dell’esperienza umana, perché relativi a un’epoca storicamente remota oppure perché riguardanti la vita ultraterrena. Ovviamente sono diversi dai racconti mitici tradizionali, giudicati falsi e immorali nel II e III libro della Repubblica ma si pongono come modelli di una nuova mitologia fondata sulla filosofia, e perciò vera, moralmente sana e quindi utile all’educazione dei cittadini.
Tra i più poetici miti ricordiamo il mito di Eros (Simposio 201d-212c) e il mito di Er (Respubl. X), l’uno volto alla chiarificazione di uno dei valori fondamentali dell'esistenza umana, se non quello fondamentale per eccellenza: l'Amore, l’altro, volto a comunicare un messaggio etico: agire secondo giustizia.

Il mito di Eros
Nel corso del simposio che segue al banchetto offerto dal poeta tragico Agatone i convitati a turno pronunciano un encomio di Eros.
Aristofane racconta uno splendido mito sulla condizione dell’umanità primitiva, punita da Zeus con il taglio del corpo in due parti e da allora perciò continuamente in cerca dell’altra metà.
Socrate invece riferisce quanto gli era stato rivelato da una sacerdotessa, Diotìma. Eros, figlio di Povertà (Penìa) e Ingegno (Pòros), è un essere intermedio tra gli dei e gli uomini, amante del bello e della sapienza, e cioè filosofo. Esso non è inteso parzialmente come sentimento o passione, bensì come aspirazione al bello e al bene in tutte le sue forme, per tendere alla fine, dopo vari gradini, alla contemplazione del Bene in sé, del Bene assoluto. Dunque amore per le attività dello spirito umano, capace di generare, così come il corpo per quanto riguarda la natura fisica, "figli" spirituali come le arti e le leggi: queste erano dette figli dal legislatore Licurgo.
Dunque amore per la conoscenza, la sola che è capace di elevare la coscienza umana dal livello dei bruti.

Il mito di Er
Socrate racconta agli amici il mito di Er, un soldato della Pamfilia, caduto in guerra e raccolto dopo dieci giorni col corpo intatto, il quale quando già stava per essere posto sul rogo per essere arso, tornò alla vita e narrò tutto ciò che aveva visto e udito nell’ Aldilà. Attraverso il mito il Maestro ribadisce che gli uomini giusti, oltre ai premi, alle ricompense, ai doni che ricevono in terra per la loro giustizia, avranno premi ancora più grandi e belli dopo la morte.

In conclusione si può affermare che Platone sente profondamente il fascino della poesia, conosce la sua potenza psicagogica e la sua capacità di suggestione nonché la sua funzione sul piano educativo. La critica riguarda dunque i contenuti e le forme degli Autori e dei testi. Pertanto essa conserva un ruolo importante nell’educazione dei cittadini a condizione che si rinnovi nelle forme e nei contenuti e sia coerente coi principi etico-politici ed etico-pedagogici della riforma dello Stato delineata da Platone.

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Commenti

mi sembra tu abbia centrato molto bene in che senso Platone critichi la poesia. È probabile inoltre che egli fosse critico con le forme d'arte a lui coeve, e dunque che il suo discorso possa avere anche una valenza politica, legata alle dinamiche dell'Atene del V secolo.

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