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Male e letteratura a Noventa Vicentina – parte seconda

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Di Morgan Palmas

Dopo il post introduttivo, desidero oggi esporre alcuni pensieri maturati nel seminario di Noventa Vicentina. Spunti di riflessione, nulla più.

Fra i molti libri che incatenano il male e la letteratura, ne scelgo tre: “Fame” di Hamsun, “La morte di Ivan Il’ič” di Tolstoj e “Al culmine della disperazione” di Cioran. Mali diversi, nei quali si vede quanto il male si possa presentare con fogge peculiari, anche se, sondando le profondità alla ricerca dell’interazione, ci si accorge ben presto come gli antipodi talvolta coincidono.

Hamsun scrive: “E i dolci scomparivano velocemente. Ma per quanti ne ingoiassi, la fame non diminuiva”. Chi conosce questa sensazione, reiterata nei giorni, sa che i fantasmi interiori mettono a dura prova la pazienza, la investono con tutta la loro forza, fino a dominare il soggetto, confondendolo e alterandone la lucidità. La malattia invece ha un sapore differente: se la fame, pur distruggendo il fisico, contempla in sé una tormentata quanto sofferta speranza di miglioria, il marcio interno al corpo uccide qualsiasi fiducia nel futuro, rimane soltanto l’istinto per la conservazione della specie, della carcassa materiale; gli attimi che trascorrono diventano materia di raffronto, l’unica illusoria salvezza è non vedere lontano, come descrive Tolstoj: “Il peggioramento era costante, ma egli riusciva ad ingannarsi confrontando solo un giorno con l’altro; la differenza era minima”. 

La visione di Cioran va oltre, inglobando le prime due in una teorizzazione del destino di un’esistenza: “Gli uomini in perfetta salute, normali e mediocri, non hanno né esperienza dell’agonia né il sentimento della morte. Vivono come se la loro vita avesse un carattere definitivo. Rientra nella struttura del loro equilibrio superficiale avvertire la vita affatto indipendente dalla morte e oggettivare questa in una realtà trascendente. Così essi considerano la morte come proveniente dall’esterno, e non come una fatalità inerente all’essere. Vivere senza il sentimento della morte è vivere la dolce incoscienza dell’uomo comune, che si comporta come se la morte non fosse una presenza eterna e sconvolgente”. 

Non la paura della morte, neppure la sua ineluttabilità, bensì il sentimento della morte, la vicinanza attergata della morte. Il male della letteratura e della vita mi ha insegnato questo, facendole interagire a volte in una disperata previsione già letta in qualche romanzo. Una consapevolezza amara, la quale ahimè si affina attraverso un pensiero di kierkegaardiana memoria: “Comprendere è una cosa e comprendere è un’altra cosa, dice un vecchio proverbio, ed è proprio così. L’interiorità è una comprensione, ma in concreto si tratta della questione come si deve comprendere questa comprensione”. In primis, è sempre un dubbio sugli strumenti, su come migliorarli, renderli versatili, senza tuttavia indebolirli. Perché la letteratura si presta a interpretazioni, una cosa è scrutare la luna dalla terra con un binocolo, un’altra è pestarla con i propri piedi. Chi la pesta vede paesaggi che gli altri non vedono, si perdono i tragici gusti e i leggiadri sapori.

È possibile comunicare agli altri che non hanno pestato la luna?

La scrittura si dona e ci lascia in eredità paesaggi, ognuno ha la possibilità di fissarli a seconda delle proprie lenti degli occhiali. Anche fra persone che hanno pestato esistono gli equivoci, accadono coscienze mutanti nel tempo, che distraggono o convergono verso altro. L’attimo consapevole può essere differente da un attimo consapevole fra due persone. Il male vero, dal canto mio, è precisamente questo: l’incomunicabilità fra esseri consapevoli. Il silenzio del canto delle sirene cui accennava Vasta o il precario equilibrio nel silenzio menzionato da Brandalise nasce forse lì. E le pretese di conoscenza del male di cui parlava Genna si sviscerano accorpandosi in esperienze dirette, toccate con mano. Certo che v’è un rischio nel rapportarsi con il male, seguendo un pensiero di Paolin, un rischio di perdersi, perdersi dentro noi stessi. A quel punto non esiste più una diatriba fra dire e comunicare, come si chiedeva Tonon, dire concerne una visione esistenzialistica della propria scrittura, non è data un’altra possibilità. 

In una prossima occasione parlerò di Bene e Letteratura.
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Commenti

ok, su visione esistenzialistica della scrittura mi sa che siamo vicini a un nodo importante - "Ne va della nostra vita" insomma (Lacan), questo è il succo, forse - su questa oltranza / urgenza / necessità mi sembra che gli scrittori di Noventa si ritrovassero, e mi sembra un buon punto di partenza, comunque

Sì, un nodo nevralgico. Un punto di partenza che può essere complesso per chi lo vive.

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