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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Alle elementari, un pomeriggio, imparando a memoria Novembre di Giovanni Pascoli. Dopo averla ripetuta ad alta voce un po’ di volte, qualcosa è scattato. Non ho “capito”, ma ho “sentito” che c’era in ballo qualcosa di grosso in quei versi. Così ho composto la mia prima poesia, e da allora non ho più smesso. Quando ti accade qualcosa del genere, più che di “caso” preferisci parlare di “necessità”.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Terrei insieme i due estremi. Un personaggio, una trama, un ritmo narrativo non li puoi decidere né gestire: li devi sentire, ti devi – istintivamente – lasciar condurre senza opporre resistenze. Ma c’è un secondo momento, fondamentale quanto il primo: il tempo della rilettura, del cesello, della guerra vera e propria con il testo: qui è questione di lucidità spietata e volterriana.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Aspetto la storia: mi si deve formare in testa mentre cammino, faccio la spesa, le pulizie di casa... qualunque cosa. Mi balenano in mente alcune scene significative, come al cinema, certi personaggi cominciano a delinearsi. Quando queste “illuminazioni” diventano abbastanza insistenti, allora comincia il duro lavoro: orari inflessibili, 8-12 al mattino, 14-19 al pomeriggio, e il computer acceso finché la dannata frase, il capoverso, il capitolo non è bello chiaro e compiuto. Molte sigarette alla finestra quando la parola esatta non viene.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Appunto: le sigarette. E poi, una finestra nei paraggi. Ogni tanto ho bisogno di vedere la gente che passa per ricordarmi che comunque sia il mondo là fuori continua a esistere. Se poi i vicini fanno baldoria, allora i tappi di spugna per le orecchie diventano indispensabili: il mondo deve esistere, ma senza baccano, altrimenti minaccia quello che sto faticosamente tentando di creare con le parole.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

I classici sono il motore, oltre che il maestro. Nel senso che, leggendo un immenso come Dostoevskij o Flaubert o Dante, avviene un’accensione tale nel corpo che qualunque sia lo stato di prostrazione o disperazione – tu non puoi fare a meno di aprire una pagina e tentare il tuo minuscolo contributo. Felice, perché comunque vada I fratelli Karamazov sono già stati scritti. Sotto un certo aspetto, tutti i grandi autori sono tuoi contemporanei e tuoi genitori.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Sono nata in provincia, scrivo in provincia, ambiento le storie in provincia. Insomma, per me il centro è la periferia. Con gli altri scrittori srotolo papiri di email e mi basta, non sento la mancanza di “caffè letterari” o di ritrovi metropolitani. Ho bisogno di andare nei bar, nei corsi dove fanno le vasche, nelle piccole realtà periferiche: sedermi tra le persone, ascoltarle e guardarle. Mi piace stare a contatto con la materia.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

La letteratura mi ha salvata, nel senso che mi ha dato un’ossatura e una retta via. Che poi, scrivendo e leggendo, più che protagonisti della propria vita si diventi testimoni della vita altrui, questo dato di fatto non facile da gestire alla fine non mi dispiace affatto. A volte ci litigo: decido che è il momento di prestare più attenzione alla mia persona e al mio tempo. Ma poi passa: me ne frego di me e torno al computer, al lavoro.

La ringrazio e buona scrittura.



Silvia Avallone è nata a Biella nel 1984, si è laureata in Filosofia presso l'Università di Bologna. Ha pubblicato la raccolta di poesie ‘Il libro dei vent'anni’ (Edizioni della Meridiana, Firenze 2007), vincitrice del premio Alfonso Gatto per l’opera prima. Il 20 gennaio 2010 è uscito il suo romanzo di esordio: "Acciaio" (Rizzoli).
Si ringrazia Stefano Lorefice per la fotografia. 
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Commenti

Non me ne voglia Silvia Avallone, non ce l'ho con lei, anzi ha una faccina simpatica, e dunque probabilmente sarà a causa della primavera che incombe, ma confesso di essere un po' allergico all'atteggiamento, invero piuttosto comune di molti "esordienti" che parlano di se stessi intonandosi da Scrittori.

Quando poi usano i luoghi comuni come il classico intramontabile della mitizzazione della letteratura salvifica, il prurito mi richiede un antistaminico d'urgenza.

A mò di pomata al mentolo, ho considerato anche il fatto che possa essere un problema legato al tipo di domande che vengono loro rivolte, e che quindi portano quasi per necessità i malcapitati a dover dare sempre quel genere di risposte. Ma il prurito non è diminuito abbastanza.

Per questo, anche se fosse vero e ci credessero sinceramente a queste cose che dicono, sarei loro molto grato se, prima di dirle in pubblico, aspettassero per lo meno una candidatura al Nobel per la letteratura.

Io invece conosco Silvia personalmente e posso dire che non parla "intonandosi" da scrittrice: ha avuto la bravura - e la fortuna perché no - di essere pubblicata da Rizzoli con il romanzo d'esordio, è giovane ed è dunque legittimo che ambisca a fare della scrittura il proprio mestiere, oltre che la più accesa passione.
Quanto alla candidatura al Nobel, be', per quella mi sembra un po' presto: e devo confessare che parlo spesso di calcio senza aver vinto il Pallone d'oro.

guarda se scrivere un libro mettendo 2 parole vicine senza un minimo senso della punteggiatura e della varietà espressiva è considerata "bravura"...allora deciderò ank'io di scrivere una bella storiella finta portando all'estremo dei problemi e disegnando gli operai come drogati e limitati mentalmente...bel romanzo...si si...spero solo che sia stata una vittima del successo come il carissimo pianista Allevi...e che quel tipo di successo non significhi calpestare i piedi a chi cerca per anni di pubblicare un romanzo.

@Andrea: L'ambizione di voler fare della scrittura il proprio mestiere è del tutto legittimo (e io di certo non l'ho negato), ma non c'entra proprio niente con l'immagine che lo scrittore (esordiente e non) dà di sé all'esterno, perché l'ambizione fa parte del modo in cui una persona si relaziona con le proprie passioni ed è un fatto privato.

Qui si parla invece di immagine e di comunicazione. Infatti nessuno nega il diritto dello scrittore (anche questo io di certo non l'ho fatto) di trasmettere al pubblico la propria passione e l'energia che mette in quello che fa. L'accento che ho voluto porre io è sul "come" lo fa. E quello che ho notato è che sovente gli scrittori esordienti cadono nella trappola di dare di sé un'immagine stereotipata e mitizzata rispetto alla loro passione, qualcosa che sembra sfociare nella presunzione.

Ma attenzione: non sto dicendo che Silvia sia presuntuosa. Sto dicendo che le parole e i concetti che ha espresso qua e là nella sua intervista possono suscitare in chi la legge, la percezione di chi si mette su un pulpito a fare la Scrittrice. Il problema è che, chi non conosce personalmente Silvia, al contrario di te (che poi sarà la stragrande maggioranza delle persone), purtroppo non è in grado di fare la distinzione tra la Silvia-persona e la Silvia-intervista, mediando quest'ultima con la prima. Per me che non la conosco, tutta la Silvia che esiste è solo e soltanto quella che traspare dall'intervista. E l'effetto che mi ha fatto non è stato positivo.

Con questo non posso certo dire che sia un effetto che fa a tutti. Non siamo mica tutti uguali. Ma a me l'ha fatto e quindi penso sia legittimo supporre che lo possa fare anche a qualcun altro. Quindi, in conclusione, penso che forse Silvia possa prendere il mio commento come stimolo di riflessione, e magari, se vorrà concedere alle mie parole un minimo di considerazione (non dico di condivisione, ma di considerazione), in occasione della prossima intervista tirare fuori qualcosa che renda maggiore giustizia all'immagine che vuole dare di sé.

Dal canto mio, posso solo dire che nel rapportarsi con il sottoscritto per l'intervista è stata molto cortese e alla mano, e ti assicuro Grande Marziano che ho in testa alcuni nomi noti che hanno avuto un approccio del tutto diverso, non solo da Scrittori, ma da imbecilli.

@Morgan: ti credo, ma non c'è bisogno che giustifichi Silvia. Anche perché nel corso della sua carriera di scrittrice, che le auguro lunga e di successo, non potrà esserci sempre qualcuno che puntualizza, giustifica ecc.

Il fatto che lei sia stata gentile e alla mano con te è alla stessa stregua della conoscenza "personale" di cui parlava Andrea, cose da cui chi legge solo l'intervista deve per forza prescindere, per farsi invece un'idea solo sulla base di quello che legge.

Gli imbecilli di cui parli probabilmente SONO presuntuosi sul serio. Silvia *per me*, lo è un po' SEMBRATA dalle sue risposte. Le due cose sono diverse. Ma per chi non ha avuto alcun tipo di rapporto con lei, lo diventano. E il fatto che Silvia sia un esordiente (ancorché di "lusso", essendo stata pubblicata da Rizzoli) mi rende più sensibile alla cosa.

Voglio dire, se James Ellroy si intona da Scrittore, posso dire che è antipatico e magari ci rimango male perché non corrisponde all'immagine che mi ero fatto di lui, ma poi dico: "vabbè, è James Ellroy", e mi sparo ugualmente tutti i suoi romanzi.

:))) Voglio in privato la lista degli imbecilli!!! deve essere molto istruttiva...

:))) Voglio in privato la lista degli imbecilli!!! si suppone che sia molto istruttiva.

Oops... il primo commento è uscito tardi e intanto pensando non uscisse ho fatto uscire il secondo. Pardon :-/

@Ilgrandemarziano: chiarissimo il tuo pensiero. Soprattutto la prima parte e l'ultima :)
@Marco: :) istruttiva? Deprimente direi...

salve, vorrei conoscere il senso della critica che fa il grande marziano, conosco Silvia molto bene ed ho seguito le sue interviste scritte, in rai ed in tv ed alla sua presentazione del romanzo Acciaio, senza notare ciò che dice il grande marziano ma al contrario una padronanza ed una preparazione fuori dal normale, non penso che al momento possa vincere il Nobel però per lo Strega oppure il Bancarella ci andrà molto vicino. Secondo la mia opinione (che non vuole essere di parte) è la sua opera che conta ed a quanto ho potuto rilevare sul suo Acciaio, per una volta, c'è un giudizio positivo della quasi totalità della critica italiana e non. Silvia è quella che traspare, non vuole atteggiarsi e crearsi un personaggio, ha iniziato bruciando le tappe e, credetemi, si è sempre imposta per le sue capacità anche negli studi perchè se non meriti e vali i risultati non arrivano. Volevo sapere se grande marziano ha letto il romanzo sarei curioso di conoscere il suo giudizio perchè, secondo me, è di questo che bisognerebbe trattare e non dell'eventuale sua presunzione.

@Anonimo: Il senso della mia critica mi sembra piuttosto chiaro dai miei post. Ma se vai avanti a leggere forse capirai meglio.

Quanto all'aver letto "Acciaio", no, non l'ho fatto. Ma se leggi con attenzione i miei post, la mia "critica" è rivolta esclusivamente all'impressione che ha dato *a me* Silvia con la sua intervista. Prescinde totalmente dalla bontà del suo romanzo e dalle sue capacità di scrittrice.

Insomma, io non l'ho giudicata come scrittrice, non sono entrato nel merito della sua preparazione o della sua padronanza del linguaggio e delle tecniche narrative. Ho detto solo che mi ha dato fastidio un tono che ho percepito nell'intervista. A torto o a ragione, non lo so. Che sia corrispondente alla realtà oppure no, non lo so. Ma per me leggere una sua intervista è l'unico modo che ho di conoscerla e di farmi un'idea di lei. E quindi mi si deve concedere la licenza di farmi un'idea in questo modo, qualunque sia l'idea.

Tu dici che è la sua opera che conta. E' vero. Com'è vero che contano le opere di James Ellroy, non il fatto che Ellroy mi sia simpatico.

Ma soprattutto se sei un esordiente e nessuno ha mai sentito il tuo nome, devi anche fare in modo di convincere la gente ad accostarsi alla tua opera. E se dunque fai promozione (e non mi venire a dire che un'intervista in fondo non è promozione) devi anche saper invogliare la gente ad accostarsi a te e alla tua opera o per lo meno a non indisporla. Da questo punto di vista *per me* l'intervista di Silvia non è stata un esempio ottimale di promozione di se stessa.

Certo che fa un po' specie che rispondano solo persone che *conoscono* personalmente Silvia e che quindi possono mediare (giustificare?) le sue parole scritte con la sua personalità reale... :-o

x grande marzxiano

ascolta,non redi di esser un po presuntuoso tu a puntualizzare continuamente quel che non ti va nell intervista all autrice?
davvero eh,ti stai intorcinando ,sembra che tu non abbai altro di cui discettare

quanto al "tono"..mah..bah..ma per favore,è un intervista ,non un saggio universitario,dio santo ,ma per favore,che deve fare , l'editing al tono di se stessa?

roba da "sognare"...

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