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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a divenire editor in una casa editrice.

Ho imparato a fare editing nelle case editrici in cui ho lavorato. Ho avuto e ho tuttora dei maestri, naturalmente, che mi hanno insegnato - e dai quali imparo di continuo - come leggere un testo e come mettermi al suo servizio. L'editing che intendo io non è invasivo ma sempre rispettoso dell'autore e della storia. L'editor, a mio avviso, è l'interfaccia privilegiata tra scrittore e lettore: ha una responsabilità. E non deve riscrivere, né stravolgere la natura di ciò che legge. Deve - dovrebbe - aiutare l'autore a "costruire" il miglior libro possibile nel miglior modo possibile.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più possibilità per diventare un editor?

Credo ci siano vari modi per diventare editor: studiare, frequentare i master per l'editoria, "farsi le ossa" nelle case editrici. Ma la caratteristiche fondamentali dalle quali chiunque voglia accostarsi a questa professione non può prescindere sono il talento, l'obiettività e la sensibilità. Anche in questo caso, la disciplina senza il talento è inutile. Viceversa, il talento utilizzato senza possedere basi solide [che corrispondono allo studio, alla lettura e soprattutto all'amore senza pregiudizi nei confronti di quanto è letteratura] rischia di produrre danni incalcolabili nonché deliri di onnipotenza. Ed è esattamente ciò che penso anche di chi si avvicina alla scrittura.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Attualmente mi sto dedicando alla stesura del mio quarto romanzo. Il terzo è in lettura. Cerco di approfittare del tempo che intercorre tra una traduzione e l'altra, perché il mestiere che mi dà da sopravvivere è, per l'appunto, la traduzione editoriale di libri [romanzi e saggi] dall'inglese.

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Credo che l'editoria sia, come quasi tutti gli altri ambiti lavorativi, lo specchio del "sistema" Italia.
Il che non significa che io sia rassegnata o guardi con indifferenza ad alcune inspiegabili pubblicazioni. Anzi. Non ho perso la facoltà di scandalizzarmi e di indignarmi. Chi mi conosce sa bene quanto io sia drastica, severa e molto poco democratica nei confronti di chi - semplicemente - sporca le pagine con segni che somigliano a parole senza avere la benché minima idea di cosa significhi scrivere. Con ogni probabilità - anzi, è pressoché sicuro - non ha nemmeno la benché minima idea di cosa significhi leggere. Le due cose sono strettamente collegate: l'una è consequenziale all'altra.
La carica di significati, il bagaglio di nomi - e ciò che essi rappresentano nell'inconscio collettivo - che si porta dietro una definizione simile, mi rendono molto circospetta quando sento qualcuno riferirsi a sé come "scrittrice" o "scrittore". Io stessa stento a pensare a me in questi termini, eppure ho pubblicato due libri. Ma basta pubblicare per essere ritenuti tali? Basta scrivere in un italiano corretto per poter pensare di "saper scrivere"?
Una volta Elisabetta Bucciarelli mi disse: «Io preferisco usare la parola "scrivente"». Ho trovato questo "escamotage" splendido e molto opportuno.
Per tornare alla tua domanda: credo che non sia possibile determinare una percentuale. Ma sono del parere che, alla lunga, il talento e la determinazione, facciano la differenza e vengano premiati. La fortuna è importante, certo, ma va cercata. E certi eventi non accadono mai per caso, e mai per pura "fortuna".

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Cerco di svolgere al meglio le attività nelle quali sono impegnata.
Se credo nel merito di qualcuno, faccio di tutto per promuoverlo.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

Stimo la qualità letteraria e l'autenticità di un libro e detesto l'approssimazione - sia negli esordienti che negli autori affermati.
Dopodiché, bisognerebbe mettersi d'accordo sul reale significato di "scrittore" [come ho accennato nella risposta precedente].

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento?

Che sono da evitare come la peste. Non sono editori, ma tipografi, opportunisti, gente che di libri non capisce niente, che non è mossa dall'amore per la letteratura ma spinta solo dall'ingenuità di alcuni cui fanno baluginare davanti agli occhi il miraggio della pubblicazione.
Non cadete in queste trappole!
Le case editrici *serie* investono sull'autore soldi, tempo ed energie per promuoverne l'opera. Perché sono le prime a crederci.
Le "case editrici" a pagamento stampano poche copie del libro [senza una vera scrematura a monte né una correzione di bozze, pubblicando dunque obbrobri illeggibili, sia dal punto di vista contenutistico che da quello squisitamente redazionale] e, in alcuni casi, propongono un "acquisto copie" all'autore. Senza muovere un dito per promuoverlo.
Sono truffatori. Sono il nulla.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor.

Leggere. Leggere. Leggere.
Studiare. Studiare. Studiare.
Provarci.
Avere l'umiltà di riconoscere i propri limiti, nel caso il sogno non si avverasse per demeriti propri.
Avere la costanza di perseguire il sogno, se si è spinti dalla passione e dal talento.
Non sono consigli diversi da quelli che darei a chiunque volesse scrivere o tradurre.

La ringrazio e buon lavoro.

Grazie mille a te, Morgan.


Gaja Cenciarelli è una editor free lance e caporedattrice di Vibrisselibri. 

«I was born like this, I had no choice...» [Tower of Song - Leonard Cohen]

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