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Intervista a Evelina Santangelo - editor Einaudi

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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a divenire editor in una casa editrice.

Personalmente credo che il mio mestiere di editor derivi in gran parte dalla formazione che ho cercato di consolidare in anni di studio in Italia e all’estero nel tentativo di formarmi una sensibilità letteraria e linguistica il più possibile duttile e viva. Ma un ruolo determinante ha certamente avuto l’incontro con due editor che mi hanno insegnato i fondamenti del mestiere: Mauro Bersani e Dalia Oggero, entrambi editor della casa editrice Einaudi. Affiancando Dalia Oggero per un anno intero ho imparato quasi tutto quello che ho poi approfondito e messo in pratica in seguito. Però, senza una solida sensibilità letteraria, una conoscenza della produzione letteraria e della produzione libraria contemporanea, credo che non sarei andata molto in là, personalmente.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più possibilità per diventare un editor?

Il vero problema è che esistono pochissimi percorsi di formazione in questo senso. Spesso si hanno idee molto vaghe sull’editing e molto generiche, tra l’altro, mentre il mestiere dell’editor si apprende lavorando in campo, affiancando un bravo editor, magari, e misurandosi di volta in volta con i testi in questione, la natura specifica di ognuno di essi e le ragioni specifiche che spingono a sceglierli e a pubblicarli.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Non ho una giornata tipo. Diciamo che quando lavoro a un mio libro, di fatto, passo l’intera giornata a scrivere, dalla mattina alla sera, preferibilmente in un posto separato, addirittura lontano il più possibile da quasi tutto... anche se la fase preparatoria e le fasi intermedie tra i vari momenti di stesura li trascorro, in realtà, ovunque mi capiti, magari portandomi sempre dietro un quadernetto dove appuntare nei momenti più impensabili intuizioni, brandelli di dialogo, ipotesi narrative, idee di sviluppi o micropassaggi narrativi. Per tutto il resto – gli editing, le traduzioni, gli articoli, le lezioni – le cose invece vanno diversamente. Preferisco sempre lavorare in modo concentrato e intensivo, ma non ho bisogno di un tale profondo isolamento, tranne nei rari casi in cui sento la necessità di liberare la mente dal chiacchiericcio in cui, come tutti, sono calata. Nelle fasi precedenti la scrittura di articoli o di testi d’invenzione accade però, in realtà, che serva proprio calarsi in quel chiacchiericcio lì, nel «gergo del mondo», per trovare la propria strada, il proprio sguardo o i luoghi e le circostanze specifiche in cui affondare lo sguardo e mettere alla prova la propria sensibilità.

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Non mi sentirei di fare un discorso «in generale», perché non conosco abbastanza tutto il mondo dell’editoria. Posso parlare con cognizione di causa della mia esperienza e, nella mia esperienza, in questi dieci anni circa di collaborazione con la casa editrice Einaudi, personalmente, non mi è mai successo che un qualche libro venisse pubblicato «per raccomandazione». Di solito, nella fase preliminare di lettura, conta molto il parere di uno scrittore o di un critico che magari crede in un certo autore, e questo perché si tende a pensare che il parere di un lettore non occasionale sia una prima manifestazione non dico della bontà di un libro, ma del suo possibile valore. E quando dico «valore» intendo includere, e nello stesso tempo distinguere, almeno due diversi tipi di valore: il valore letterario e il valore commerciale. Non sempre le due cose vanno di pari passo, non sempre si hanno certezze su entrambi i fronti, non sempre entrambi sono garanzia di pubblicazione... E lo dico perché mi è anche capitato di contribuire a ritenere impubblicabili libri il cui valore commerciale non era così incerto, ma la cui natura avrebbe intaccato la riconoscibilità stessa di una certa collana o addirittura di un certo universo poliedrico, variegato di libri che, nel loro insieme, definiscono ad esempio la narrativa italiana così come la disegna una certa casa editrice... e i disegni di ciascuna casa editrice, come è evidente, possono essere i più disparati, così come gli obiettivi e le priorità.

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Io credo non nel «merito» in assoluto, credo nel merito incarnato in scelte che danno la misura di un talento, di una professionalità, di una sensibilità, di una formazione. Troppo spesso ho l’impressione che si voglia fare affidamento su talenti privi di alcuna formazione, o in bilico sull’improvvisazione, e troppo spesso sento apostrofare la serietà, la fatica, la consapevolezza, la severità come un limite, la traccia di una mancanza di generosità e vivacità, dove la vivacità intellettuale è confusa con l’esser brillanti e la generosità con la sostanziale noncuranza o con la convenienza (la severità di giudizio genera spesso rancori, la generosità invece gratitudine, almeno nella maggior parte dei casi). Così, personalmente, cerco di lavorare sempre con passione, che è attitudine preliminare e imprescindibile, ma anche con rigore, sia quando lavoro ai miei testi sia quando lavoro ai testi degli altri: durante gli editing o le lezioni.
D’altro canto, credo che non ci sia miglior forma di rispetto nella lettura, ad esempio, che leggere davvero sino in fondo quello che gli altri hanno scritto, senza pregiudizi e senza quella generosità che è spesso un modo per non assumersi le proprie responsabilità di lettore. Lo stesso vale, evidentemente, per la scrittura, dove diventa fondamentale, almeno per me, il confronto serrato, e senza mezzi termini, con le mie due editor di riferimento e un’amica scrittrice (con cui ci confrontiamo da anni). Per il resto, ho l’impressione che si possa fare molto insegnando, non tanto a scrivere, quanto a leggere. È quel che faccio con i miei allievi tutte le volte che svolgo le mie lezioni, anche quando si tratta dei loro testi.
Se non si riesce a leggere o a intuire con la dovuta umiltà e il dovuto distacco quel che si è scritto o che si va scrivendo, come si fa a comprendere il senso, i sensi di ciò che si sta scrivendo? (ruolo che spesso svolgono poi, in sede di editing, gli editor, tra l’altro, il cui compito è anche stimolare a questa più profonda comprensione del testo lì dove magari la materia è sfuggita di mano all’autore). Se non si riesce a leggere o se non si tenta di decifrare alcuni aspetti dell’esistenza in cui siamo calati o che, in un modo o nell’altro, appartengono al nostro tempo e alle nostre circostanze, come si fa a trovare strade per scrivere qualcosa che valga la pena scrivere e poi anche leggere? Se non si legge sino in fondo quel che altri autori migliori di noi hanno scritto, cercando di comprendere quel che non è dato vedere in superficie, come si fa a essere scrittori un po’ migliori di quel che siamo o vorremmo essere? Ecco, io cerco di insegnare questo tutte le volte che me ne è data la possibilità. E cerco, allo stesso tempo, il più possibile e nei limiti del possibile, di lavorare così. Una piccola cosa, nell’odierna deriva e nell’odierno culto per l’approssimazione brillante e l’improvvisazione rampante. Lo so. Un pessimo esempio.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

E come faccio a parlare dello «scrittore esordiente» come se fosse una specie con tratti uguali e non individuali? Le posso dire cosa stimo in uno scrittore tout-court.
Stimo gli scrittori in cui mi sembra di riconoscere una buona dose di autorialità, anche se hanno gusti, sensibilità, immaginari molto diversi dai miei. Non mi interessa riconoscermi in uno scrittore, mi interessa cogliere, ad esempio, quel modo proprio del fare letterario che ha a che vedere con una compenetrazione profonda tra materia e forma al punto che le due cose, per il modo stesso in cui sono intessute, riescono a produrre, suscitare, far deflagrare, frammentare significati possibili, anche insospettati, inaugurando piccoli mondi o anche indagando con sguardi traversi mondi noti, o che comunque si credevano tali.
Stimo gli scrittori che, anche quando non riescono in questi piccoli miracoli propri dell’universo dell’invenzione letteraria, riescono però a trovare una loro strada, anche imperfetta, per restituirmi uno sguardo sul mondo o su un mondo (il loro, l’altrui, reale o puramente immaginario, poco importa) che si possa annoverare tra le esperienze umane, esistenziali, intellettuali o affettive dotate di una forza di significazione tale da modificare anche di pochissimo il nostro ordinario essere, le nostre ordinarie visioni e immaginazioni... Questo è ciò che suscita in me una vera emozione. Quel che detesto credo si possa intuire. Detesto tutto ciò che è ridotto a specie.

Quali sono le qualità della sua casa editrice e le prospettive? 

Non possiedo, ahimè, una casa editrice, né potrei mai dar conto in modo circostanziato di scelte che attengono a direttori editoriali, responsabili di collane o comunque a editor che lavorano a tempo pieno in casa editrice. Non vorrei parlare di prospettive che in realtà non conosco né di qualità che potrebbero modificarsi domani. L’unica cosa che mi sento di dire con sicurezza è che in Einaudi ho conosciuto editor di altissimo spessore umano, professionale e intellettuale, nonché di rara sensibilità, cui devo molto sia come editor sia come scrittrice.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento? 

Penso che il più delle volte siano delle tipografie travestite da case editrici, anche se talvolta mi sorge il dubbio che vi si annidi pure qualche impostore.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor. 

Posso dare un consiglio solo riguardo a quel che dipende direttamente da chi vorrebbe intraprendere quel mestiere: formarsi una solida cultura letteraria fatta di libri letti e indagati nelle loro peculiarità espressive, narrative, formali, significative... e, allo stesso tempo, formarsi una sensibilità duttile aperta alle voci più disparate della contemporaneità, anche a quelle più commerciali, per imparare, se non altro, a riconoscere la natura delle cose e a cogliere dei discrimini. Per il resto, ci vuole una buona dose di fortuna, direi. E la fortuna maggiore, a mio avviso, è quella di ritrovarsi ad affiancare un bravo editor... anche se so benissimo che la nozione di bravura oggi non è un concetto così chiaro ed evidente. E non è detto che un domani i bravi editor non siano semplicemente dei bravi cacciatori e confezionatori di libri buoni da masticare. Ma non è detto, tutto sommato, nemmeno il contrario. E io, personalmente, punterei sul contrario.

La ringrazio e buon lavoro.

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