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intervista emanuele pettener

Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.
 
Alle scuole elementari, grazie alla mia formidabile maestra – piccola e austera, severa e magnifica, portava con dignità impeccabile una terribile gobba, causatale da un cavallo imbizzarrito (così voleva la leggenda). Mi appassionò ai misteri della grammatica e sollecitò la mia fantasia, inoculandomi l’ebbrezza bacchica della scrittura e fiducia in me stesso, ma fustigandomi se mi montavo la testa e cominciavo a produrre fumo. Poi, insegnanti di minor talento o piuttosto la vastità dispersiva della giovinezza mi condussero altrove, a dilapidare festosamente il mio tempo migliore – ma forse per trattenerne almeno un po’ ho sempre continuato a tenere un diario quotidiano, come una signorina di buona famiglia.
 
Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?
 
La sua domanda precedente ha partorito subito l’immagine della mia maestra, e via il desiderio di descriverla e di raccontarla, di rendere viva e lampante quella donna, probabilmente piccina e sicuramente gobba, ma gigantesca e di maestosa fierezza ai miei occhi di bimbo (e infatti la memoria precisina, in nota bibliografica, mi ha citato puntualmente Leopardi e Farinata degli Uberti).
Poi ho speso 40 minuti su quel corpus di parole, a spostare, cancellare, modellare, raffinare – e chissà quante volte ci tornerò, ci sono appena tornato - per renderlo efficace e accettabile per le mie esigenze estetiche e spero anche per le sue.
 
Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.
 
Il caos della vita è l’ispirazione, direi, tanto che dar forma al caos è una delle ragioni della scrittura. Non ho metodi, ma scrivo solo se avverto l’impulso e trovo in me la capacità di raccontare una storia.
 
Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?
 
Otium e serenità. Devo avere il cuore sgombro da preoccupazioni e la mente limpida. Ore lunghe e felici che si distendono di fronte a me come autostrade il 15 agosto a mezzogiorno. E caffé a iosa.
 
Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?
 
I grandi scrittori del passato hanno l’incomparabile virtù d’esser morti. Quindi, in primis, non li si può invidiare: s’invidia solo chi ci è vicino, in un senso o nell’altro, e i morti son lontani in tutti i sensi: Oscar si è inchinato sulla tomba di Keats ma non si sarebbe inchinato davanti a Keats. Poi non rischiano di rovinarci il gusto dei loro libri con la loro ingombrante umanità, perché non c’è il rischio d’incontrarli né in tivù né dal vivo: altrimenti Marinetti avrebbe sputato sugli artisti, non sull’arte.
 
L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?
 
Dubito che le nuove tecnologie abbiano mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia. Per pubblicare un libro, farlo crescere e conoscere, promuoverlo – vivere a Roma o a Milano è un gran vantaggio, credo. Come per gli Stati Uniti, New York. Per scrivere, invece, qualsiasi posticino va bene, il sedile sdrucito della nostra 500 mentre attendiamo la fidanzata perennemente in ritardo, il tavolino di un caffé di Barcellona o di Abbiategrasso (scrivere al tavolino da caffè fa scena comunque), il trapezio di un circo itinerante o l’amaca stesa fra due palme condiscendenti sotto il cielo placido dei Tropici.
 
Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?
 
Scrivere e leggere – oltre ad essere piaceri fra i più acuti che ci fornisca la vita – sono modi per comprenderla e, forse, per provare quel senso di compassione necessario a non disprezzare il mondo e noi stessi.
 
La ringrazio e buona scrittura.
 
Grazie, e buona scrittura anche a lei.
 
 
Emanuele Pettener insegna lingua e letteratura italiana alla Florida Atlantic University, a Boca Raton, quaranta miglia a nord di Miami. In Italia e negli Stati Uniti, ha pubblicato diversi racconti e saggi, fra cui “John Fante e gli altri: lo strano destino degli scrittori italoamericani” (In Quei bravi ragazzi, a cura di Giuliana Muscio e Giovanni Spagnoletti, Marsilio, 2007) e curato il cinquantesimo numero della rivista Nuova Prosa, Essere o non essere italoamericani (Greco&Greco;, 2009); è autore del volume Nel nome del Padre, del Figlio, e dell’ Umorismo: i romanzi di John Fante (Franco Cesati Editore, 2010) e del romanzo oÈ sabato mi hai lasciato e sono bellissimo, inserito nella collana “L’Isola Bianca”, diretta da Roberto Pazzi per Corbo Editore (2009), e giunto alla seconda edizione.
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