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Di Morgan Palmas

Siamo giunti alla fine del romanzo di De Luca. Ho cercato in questo mese strutture e logiche narrative, sono rimasto pressoché deluso. La conclusione è che sono stato io a sbagliare, non era la chiave idonea.
“Il giorno prima della felicità” si legge senza chiavi di ingegneria letteraria, ci si deve abbandonare al flusso delle immagini e dei ricordi. I guizzi filosofici – passatemi questa espressione – sono il tessuto del romanzo, un romanzo di seta, sia chiaro, ora che ho capito. Le scene scivolano una sull’altra con la delicatezza del rimembrare, una delicatezza che forse non ho colto se non verso la fine della storia.

“La prima cosa di un povero coi soldi è comprarsi un vestito. Si mette addosso una stoffa buona e si crede un’altra persona. Ma i denari possono fare solo quello, farti sembrare. La Capa vuole sembrare e così inciampa. Quando si chinava sui piedi per prendere la misura delle scarpe, non faceva ridere nessuno. Dicono che i denari non puzzano, invece puzzano e fanno puzzare chi se li mette addosso”.

“Subito cominciò il contrabbando, la roba americana che usciva dalle navi […] Per trasporto si usavano pure le fogne. Don Gaetano in mezzo a Santa Lucia vede alzarsi un tombino, sbucare una testa che si guarda intorno. Lui si avvicina per dare una mano a farlo uscire, quello risponde: «Scusate, aggio sbagliato strada». S’infila di nuovo sotto e richiude il tombino”.

Il coltello, conseguenza di quella storia clandestina, era già scritto nelle parole dell’innocenza del ragazzo. La vita che si appropria di se stessa con la morte. Non poteva essere diversamente. Un nascondiglio che diventa oceano, una partenza che diviene nuova vita.
Non sono rimasto entusiasta di questo romanzo di De Luca, per nulla. Avrei voluto che osasse di più, invece coccola il lettore dall’inizio alla fine. Non ci si stupisce mai. Ma forse una delle possibili chiavi è seguire un percorso lineare, immergendosi in un fiume della cui foce già sappiamo il luogo.
Quali sono state le vostre impressioni?

Il prossimo libro che leggeremo è “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta, edizioni Minimum Fax. Sarà impegnativo, anche in termini di pagine, dato che il volume consta di 311 pagine appunto. È un libro che ho già letto come dicevo e che ho molto amato, tenterò di riflettere assieme a voi su alcuni nodi narrativi che mi sono sembrati originalissimi.
Dopo un ragazzino napoletano, ci spostiamo più a sud, alcuni ragazzini del capoluogo siciliano.
Primo step entro mercoledì prossimo: fino a pagina 77. Buona lettura.

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Commenti

Che devo dire ancora? A me è piaciuto. C'è il sommerso, c'è il non detto. C'è l'affetto di un padre che non è un padre, un amore che non è amore, un'iniziazione alla vita attraverso prove e dolore. Due sono i giorni prima della felicità: uno prima l'amore per un altro e uno prima l'amore per se stessi. Il primo può portare a rovina, il secondo è sempre positivo. E' arrivato il momento di crescere e di abbandonare il paese natio, ora è il momento del viaggio e del cielo che incombe sopra di noi ... ora ha inizio la vita vera. E' questa la vera felicità
Sabrina Mantini

È il primo libro che leggo di De Luca e non è stata una bella lettura per me, non mi è piaciuta, ho trovato "Il giorno prima della felicità" scontato.
Non credo che si possa parlare di colpa se non si trova la sintonia con un testo. Il modo di leggere lo dà sempre lo scrittore, ti fa credere quello che vuole lui, almeno in prima battuta.

A me il libro è piaciuto, anche se è vero che non stupisce mai e che va assolutamente nella direzione che uno si aspetta. Nella prima parte del romanzo De Luca mette in campo più storie parallele e mi sembrava che questa coralità iniziale (il bambino, l'ebreo, don Gaetano, la guerra) potesse andare avanti per tutto il romanzo, invece si esauriscono (come storie) abbastanza presto e resta solo il protagonista e il suo destino. Un destino che a un certo punto pare "già scritto", inevitabile, e che si compie esattamente come uno se lo aspetta. Probabilmente da questo punto di vista De Luca poteva osare di più ma, nonostante questo, non lo definirei banale. Questo percorso lineare è costellato di riflessioni, ricordi, descrizioni molto vere e umane, molto meno banali della trama principale, e a mio avviso sono queste, e l'uso della lingua, sempre precisa, a salvare il libro.
Emanuele

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