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"Come imparare a essere niente" di Alessandro Banda

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Di Geraldine Meyer

Inizio questa recensione citando le ultime parole del libro perché offrono una chiave di lettura per il testo stesso ma non solo: "La parola icona va interpretata proprio nel suo senso più letterale; queste icone del ventesimo secolo sono immagini, sempre le stesse, che ci perseguitano, nella loro infinita ripetizione ossessiva e nell'infinita loro ripetibilità: lady D., che esce in eterno dalla porta girevole del Ritz; Moro con la copia di "La Repubblica" sotto il viso che guarda mestamente l'obiettivo; Pasolini, con il vento che gli scompiglia i capelli diradati, mentre risale con passo atletico le dune di Sabaudia. 

Naturalmente è la loro qualità di morti che li ha promossi al rango di immagini, e saremmo tentati di scrivere imagines, memori del fatto che, in latino, le imagines sono le maschere dei defunti conservate nel larario di casa. 

Questo particolarissimo libro fa parlare tre morti. Nel testo non vengono mai nominati per una sorta di sovraesposizione linguistica a cui sono stati sottoposti in vita. Ma non si può non soffermarsi, in un’epoca di ipervisibilità, sul significato latino della parola immagine. Un'immagine sembra esorcizzare il tempo quasi facendo a meno di lui. E queste icone sembrano emblematiche, ciascuna a suo modo, di questa tendenza tutta attuale. 

Nel libro vengono chiamati Il Presidente, La Principessa e Il Poeta e vengono colti nel momento della loro morte. O meglio li ascoltiamo raccontarci questo momento. Nel momento in cui hanno "imparato a essere niente", come dice il titolo del libro. E anche qui abbiamo a che fare con una sottigliezza linguistica e semantica. Lo scrittore non ci dice "imparare a non essere niente" come si usa dire nel linguaggio comune. Dice proprio "essere niente". Quasi a voler fermare in un'immagine eterna, quindi senza tempo, non una negazione dell'essere ma la sua compiuta realizzazione: niente appunto. 

Queste persone sono state sole a modo loro, tragicamente sole, in vita e hanno continuato ad esserlo ancora di più da morte. Proprio in virtù del loro essere state trasformate in icone di qualcosa che forse non li riguarda neanche del tutto. La vera tragedia delle loro vite e delle loro morti sembra essere il carattere farsesco che, loro malgrado, li ha accompagnati alla fine. La vera tragedia è la mancanza di tragedia. Sebbene ciascuno di loro sia morto in circostanze tragiche. 

Ma la fame di immagini è più forte di tutto e il bisogno di cristallizzare visi e valori in un significato imposto dall'esterno spesso svuota di senso l'immagine stessa. In un indifferenziato piano puramente visivo. Moro, lady D., Pasolini hanno rappresentato qualcosa di profondamente diverso nella società. Non serve fare distinzioni valoriali. Quelle non interessano e suonerebbero anche arroganti e offensive. Ciò che è innegabile è che le loro immagini più famose sono diventate una specie di gabbia. 

Lo sguardo mite di uno, il sorriso forse finto timido dell'altra, il viso scavato del terzo non esauriscono la loro vita. Eppure quelle rappresentazioni che di loro ci siamo fatti, sembrano averli spossessati di una storia per rinchiuderli in un quadretto che noi ne abbiamo fatto. Questo per dire, ancora una volta, che l'immagine, lo sguardo, ciò che si vede ha sempre un valore etico. L'immagine non è mai neutra. 

L'immagine non restituisce l'assoluta arbitrarietà con cui la vita di Moro è stata interrotta da chi, forse, non sapeva nemmeno perché stava facendo quello che stava facendo. L'autore, in modo molto provocatorio, arriva a far dire al Presidente che la scelta fosse caduta su di lui per la striscia di capelli bianchi che aveva sulla nuca. Non restituisce neanche la vita di una donna che forse si è trovata in un gioco più grande di lei senza sapere neanche perché. Non restituisce il dolore di un uomo che, quasi compulsivamente, viveva in una continua ricerca del popolano perfetto che perpetuasse la sua sete, senza saziarla. 

Il libro è una ricostruzione narrativa, certo. Non ha pretesa di ricostruzione storica. Ma i dialoghi dei protagonisti sono profondamente verosimili e, a modo loro, strazianti. Perché restituiscono una solitudine abissale. Quella solitudine che nasce da quell'arco di distorsione tra la realtà e la rappresentazione che ce ne facciamo. Anche delle vite altrui. Allora, con un meccanismo che sembra quasi rispondere a un inconscio collettivo, si fa un altare ai morti con le loro immagini silenti. Silenti apparentemente. 

Davvero un libro molto particolare e non solo nell'accostamento ardito dei personaggi. Moro e Pasolini sono stati indiscutibilmente assassinati. Lady D.? Non a caso viene introdotta lei, della cui morte furono accusati anche i fotografi a caccia di immagini. L'equazione sembra chiara.

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