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Di Morgan Palmas

“Nel dialogo di Tristano e di un amico” Leopardi così si esprime: - Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei. Ogni immaginazione piacevole [...] consiste nella morte -.
L'unico modo di riconciliarsi al destino, egli scrive, e lo ricorda nei “Pensieri”: 
- La morte non è male: perché libera l'uomo da tutti i mali -.
È noto il pensiero di uno dei più grandi che la nostra Italia abbia avuto, e fra minor indugio con maggior chiarezza che gli anni mi danno, ritengo ahimè che tanti Italiani non lo conoscano.
Purtroppo la scuola non riesce a trasmettere il valore autentico del pensiero leopardiano, stretta spesso fra scadenze e mediocrità, ma forse il dubbio della trasmissione del sapere concerne l'età dell'allievo: davvero si può comprendere in profondità Leopardi durante l'adolescenza? Il tempo dell'età ha un significato peculiare nell'apprendimento, ci sono opere che avrei dovuto leggere prima, altre che invece non posso ancora affrontare. Alcuni romanzi, per esempio, credo che li leggerò solo quando sarò padre, non avrebbe senso fare diversamente, almeno questo è il mio punto di vista. Tutta la letteratura va bene per tutte le età? Assolutamente no.
Certo, dipende anche dalla sensibilità del singolo individuo, ma, indipendentemente da ciò, come si può pensare di leggere “Cent'anni di solitudine” di Marquez prima di “Una vita” di Maupassant? È opportuno fare il contrario. Ognuno, con sincerità intellettuale, dovrebbe indagare i propri limiti così da intuire alcuni parametri per scegliere i libri da leggere. Altrimenti, concedetemi la metafora, è come se si facessero fare le equazioni di secondo grado a bambini della prima elementare... non capirebbero.

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Platone stesso nell'Eutidemo esorta i filosofi a tenere per sé le cose arcane e più illustri e comanda che simili segreti siano comunicate a pochi e degni discepoli”.
[Le ombre delle idee di Giordano Bruno] 

V'è una conoscenza non nota? Qualcuno nel mondo è in possesso di informazioni che di necessità definiamo magiche? Davvero la quotidianità è esaustiva di ciò che l'essere umano può conoscere o forse un ignoto di molti è verità per taluni? Quando si cerca di andare oltre, di carpire situazioni e vie per aprirsi a nuove prospettive soprattutto spirituali, ma che hanno forti ricadute nella vita di ogni giorno, è difficile cercare di discernere il bene dal male. La domanda che ci si pone è pressoché la seguente: che cosa devo fare per capire di più la vita, la mia vita? C'è chi crede in una religione, c'è chi si concentra nel lavoro, chi invece segue cartomanti e maghi, chi si abbandona all'amore di una persona, chi scopre innumerevoli culture viaggiando di continuo, chi vuole vedere tutto subito e si suicida, magari nella disperazione di non riuscire a sentirsi vivi dentro, chi crede che la famiglia sia tutto e chi ritiene la cultura fondamentale, ma rimane un nodo: come si deve vivere per capire la vita in sé? E altra questione: è possibile ammettere il concetto di vita in sé? C'è un modo più vero di vivere? La morale, se ne esista una, potrebbe essere che non ve n'è una soltanto più vera? Se una fosse palese, non sarebbe oramai dominante nel mondo? Invece no, sembra che i popoli non abbiano una chiave magica universale, appare legittimo interrogarsi di continuo sulla vita e sul mondo con mezzi critici sempre in evoluzione. Ebbene, la conoscenza è un conoscere in itinere, forse le domande recenti dell'essere umano necessitano solo di punti di vista diversi e spiriti critici nuovi.

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L’Arno a Rovezzano

I grandi fiumi sono l’immagine del tempo,
crudele e impersonale. Osservati da un ponte
dichiarano la loro nullità inesorabile.
Solo l’ansa esitante di qualche paludoso
giuncheto, qualche specchio
che riluca fra folte sterpaglie e borraccina
può svelare che l’acqua come noi pensa se stessa
prima di farsi vortice e rapina.
Tanto tempo è passato, nulla è scorso
da quando ti cantavo al telefono «tu
che fai l’addormentata» col triplice cachinno.
La tua casa era un lampo vista dal treno. Curva
sull’Arno come l’albero di Giuda
che voleva proteggerla. Forse c’è ancora o
non è che una rovina. Tutta piena,
mi dicevi, di insetti, inabitabile.
Altro comfort fa per noi ora, altro
Sconforto.

Meravigliosa poesia di Eugenio Montale, ultimo grande poeta italiano – almeno dal mio punto di vista –. Avete mai fatto una pausa di alcuni minuti sopra un ponte in completa solitudine? Il suono continuo delle acque, che ho sempre associato ad un mantra orientale, ti costringe a guardarti dentro, ad interrogarti su molteplici questioni che spesso sfuggono nell’amara e semplice quotidianità. E non tutti i fiumi sono uguali. Il Tevere non è l’Astico, l’Adige non è l’Arno, l’Isonzo non è la Flumendosa, ognuno dona emozioni diverse, l’importante è abbandonarsi al fluire, al presente che diviene passato, ma che assume un significato forte, anche se a volte impalpabile e vago. In difficili momenti ho trovato spesso consolazione fissando l’ordinato disordine di un fiume da un ponte ed è sempre emersa una temporanea serenità: questo forse cercavo.
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