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“La morte di Bunny Munro” di Nick Cave

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Di Alessandro Puglisi

Nick Cave, al secolo Nicholas Edward Cave, australiano d’origine, classe 1957, non è certo un personaggio da poco. Sulla cresta dell’onda da oltre trent’anni, musicista, scrittore, attore, giunge al suo secondo romanzo, La morte di Bunny Munro, a ben venti anni di distanza dall’uscita di E l’asina vide l’angelo (titolo originale: And the Ass Saw the Angel).

Si tratta di un romanzo forte, quadrato, ironico, spesso sboccato, dotato di una corposità tutta sua, installata su un fondo di inconsolabile tristezza e profonda abiezione. La trama è così semplice che sarebbe potuto venirne fuori tranquillamente un polpettone iper-patetico di “confronto generazionale” (chi è che suggerisce: svariati romanzi italiani degli ultimi anni?). E invece la storia, essenziale, di un venditore porta a porta di prodotti di bellezza che, dopo il suicidio di sua moglie, parte col figlioletto in un giro di “vendite”, durante il quale incontrerà persone che lo faranno, sotterraneamente ma inesorabilmente, riflettere e lavorare su se stesso, diventa in Cave l’occasione per gettare sulla scena personaggi caratterizzati con estrema precisione, quasi più veri del “vero”.

Protagonisti di una piccola grande avventura di auto-analisi e forse riavvicinamento, un padre e un figlio: Bunny e Bunny Junior. Il primo, non più un giovincello ma ancora molto attraente, un po’ maledetto, atletico e dal ciuffo sbarazzino, ribelle, ricadente sulla fronte, ossessionato dagli organi genitali femminili, in particolare da quelli di Avril Lavigne, e pazzo per Spinning Around di Kylie Minogue (cantanti alle quali, nei Ringraziamenti finali, Cave porge le sue “scuse”). Poi c’è il figlio, un ragazzino dalle molte domande, dalla memoria straordinaria e il sorriso assente, che porta sempre con sé una piccola Enciclopedia, da consultare per trovare, nelle definizioni in essa contenute, una via di sistematizzazione degli eventi che lo investono.

Il titolo, presago di sventura, riassume quello che è l’orizzonte del libro, incombente come una maledizione, ineluttabile, la quale si manifesta, oltre che nella progressione narrativa, quasi da percorso verso il patibolo, nella ridondanza, ossessiva potremmo dire, di particolari: la Punto gialla di Bunny, la betoniera Dudman, un serial killer travestito da diavolo, e numerosi altri.
Il romanzo scorre via con grande facilità, e la scrittura, fortemente aggettivata e mai leziosa, srotola con sicurezza le tre parti di cui l’opera si compone. Sezioni dai toni molto diversi, in concomitanza con quello che appare come un “reale” progresso dei personaggi, una loro credibile crescita personale. Minchiadura, Commesso viaggiatore e Uomo morto: nella prima uomo affranto dal lutto, in lotta con la sua natura di dongiovanni della post-modernità. Poi “commesso viaggiatore”, per l’appunto, con figlio al seguito e voglie da saziare, infine essere vicino alla redenzione, che si compie in un finale poco consolatorio, molto poco mainstream.

La morte di Bunny Munro è un’opera che riesce a conciliare, a tratti facendo quasi urlare al miracolo, la corporeità, la sessualità, col trascendentale, ad accostare l’immanente con atmosfere sognanti, alcoliche, stupefacenti, onanistiche. Possiamo solo osservare: Bunny coglie tragicamente la fatica del vivere, l’impossibilità di far fronte ai suoi materialistici bisogni, alle sue esigenze poco conciliatorie, vitalistiche. Bunny Junior invece mette appunto, costruisce, vivendo le vicende da spettatore partecipante, l’edificio di una crescita improvvisa, di uno strappo netto dall’infanzia e dall’incanto. 

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