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Di Morgan Palmas


Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a divenire editor in una casa editrice.

Mi sono laureata in Lettere classiche, con un piano di studi più filologico che storico-letterario. Però non ho iniziato a lavorare subito nell’editoria (ho avuto due bambini mentre ancora finivo gli studi e poi ho insegnato un paio d’anni in un liceo serale). Per una serie di eventi del tutto fortuiti non ho proseguito con l’insegnamento e ho cominciato a lavorare come autrice per un editore che faceva grandi opere. Ho cominciato scrivendo voci enciclopediche ma con il tempo sono stata coinvolta sempre più nel lavoro redazionale, soprattutto nella revisione di testi scritti da altri redattori. Così ho anche potuto prendere confidenza con la dimensione più tecnica del lavoro: menabò, impaginati, giri e correzioni di bozze, cianografiche ecc. Questo mio primo lavoro editoriale è stato, più che una scuola, un’istruzione da autodidatta: ho affinato la capacità di scrittura e di organizzazione del materiale, ho imparato a confrontarmi con i contenuti più disparati e a giudicare l’efficacia delle scritture e delle “organizzazioni” altrui, a seguire il lavoro di più persone e, ultimo ma non ultimo, a “farmi l’occhio” da correttore. Tuttavia, pur restando una buona palestra quello non era il luogo (e forse nemmeno quasi più il tempo) per trovare maestri. Non esisteva un redattore anziano da cui imparare, esisteva un coordinatore redazionale e poi ognuno si arrangiava da sé. Così per continuare a imparare e avere l’opportunità di crescere mi sono messa a cercare collaborazioni “volanti” da affiancare a quella attività: ho lavorato da esterna con altri editori e come free lance con singoli autori, mettendo insieme esperienze diverse ed eterogenee che mi sono poi state molto utili. Dieci anni fa sono arrivata a lavorare in Alpha Test (casa madre del marchio Sironi). Avevo risposto a un annuncio sull’allora Corriere Lavoro: anche qui ci sono state selezioni, prove pratiche e infine un colloquio e poi ho cominciato a lavorare come redattrice. Dopo un paio d’anni, con i colleghi e i soci della casa editrice abbiamo cominciato a pensare a quello che sarebbe stato il progetto Sironi. Abbiamo chiesto a Giulio Mozzi di aiutarci a realizzarlo e così è nata la nostra prima collana di narrativa italiana (cui ne sono seguite altre, comprese quella di divulgazione scientifica). Il mio lavoro si è arricchito sia sul piano del lavoro redazionale (ho messo a frutto le esperienze di editing sulla narrativa che avevo fatto in anni precedenti) sia su quello organizzativo (coordinando il lavoro della redazione) sia nell’uso degli strumenti informatici (gestendo in toto anche l’impaginazione dei testi, che per la narrativa non è cosa particolarmente difficile). Parallelamente c’era e c’è il lavoro di ricerca e di selezione dei testi da pubblicare. Abbiamo formato una sorta di gruppo di lettura "presieduto" da Giulio che svolgeva a monte un grande lavoro di pre-selezione e ci presentava rose di proposte che leggevamo e poi discutevamo insieme, cercando di arrivare a decisioni condivise nelle nostre riunioni del “mercoledì”. In questo periodo Giulio è stato (se pur in modo preterintenzionale) l’unico maestro che ho incontrato nel mio percorso professionale. La cosa è stata tanto benefica e utile da farmi davvero rimpiangere di non averne avuti altri prima.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più strade per diventare un editor?

Qui ci vuole una piccola precisazione. Non si è editor come si è, che so, geometri o ragionieri o avvocati o medici. Non si cerca lavoro come editor ma si impara a fare il lavoro di editor lavorando nell’editoria. Si comincia con attività semplici ed esecutive (la più tipica e formativa è ovviamente la correzione di bozze) per acquisire via via mestiere e margini di responsabilità rispetto a un titolo o un testo. Lavorare nell’editoria significa imparare a svolgere una serie di mansioni tecnico-pratiche, per poi attivare abilità e capacità culturali e anche creative. Editor è un termine che può significare molte cose. C’è chi lo usa come omologo del tradizionale “redattore editoriale” (per inciso questo è quello che riporta la mia carta di identità alla voce professione): secondo questa accezione l’editor è (in estema sintesi) un professionista che trasforma testi in libri. C’è chi con editor intende sostanzialmente il direttore editoriale o il curatore di collana: cioè colui che si occupa di scouting per l’editore, che seleziona i testi ricevuti o sollecitati, secondo la propria sensibilità o secondo un progetto culturale o anche schiettamente commerciale (soprattutto nella saggistica o nella scolastica, l’editor può anche ideare con l’autore un testo o addirittura ricerca l’autore che possa realizzare una sua idea). Nella realtà del lavoro editoriale è molto più facile essere entrambe queste figure piuttosto che incarnare l’editor “puro”: quest’ultimo caso si dà più facilmente nelle realtà molto grandi e strutturate (che per altro tendono a esternalizzare quasi totalmente la “cucina redazionale” vera e propria, lasciando all’interno solo le attività di coordinamento e decisionali). Nelle case editrici medio piccole si fa invece un po’ tutto (più piccola è la casa editrice, più è vero). Quindi – che si pensi al lavoro pratico sul testo o a quello più “a monte” della scelta dei testi da pubblicare e del preventivo confronto con gli autori che si considerano interessanti – l’unica via percorribile è quella del lavoro presso un editore (di qualsiasi dimensione) o presso uno studio editoriale. In entrambi i casi bisogna armarsi di santa pazienza e mettere in conto che si comincia con lavori piccoli e “sparsi”, magari presso più committenti. Resta vero che la figura dell’editor “puro” (per come l’abbiamo definito prima) è per sua natura interna alla casa editrice, laddove un redattore (cioè colui che svolge l’editing) può anche essere free lance.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Non ho una giornata tipo, le cose che faccio sono anche molto diverse a seconda del lavoro più “importante” che ho in agenda. Diciamo che (per quanto riguarda la narrativa) nel corso di un macroperiodo di tempo sicuramente svolgo queste attività: valuto testi ricevuti in lettura; dialogo con gli autori dei libri in lavorazione o che lo saranno o che vorrei lo fossero (di solito via email); preparo le prime bozze del testo che dovrò editare (significa lavorare con un programma di desktop publishing: noi usiamo Indesign); lavoro sulle prime bozze (cioè faccio l’editing); correggo seconde bozze (di solito di testi su cui ha fatto l’editing un collega, così come un collega correggerà le seconde bozze di un testo editato da me); inserisco correzioni; dialogo con gli autori dei testi editati sulle correzioni proposte; preparo i paratesti di copertina (confrontandomi con gli autori, con l’editore e i colleghi soprattutto dell’ufficio stampa). In certi periodi si aggiunge anche la preparazione delle schede dei libri futuri per le prenotazioni in libreria e la preparazione dei cataloghi. E poi parlo tanto con i colleghi: serve a risolvere problemi, a far nascere nuove idee, a confrontarsi sui giudizi, a collaborare. È una delle cose più belle del mio lavoro.

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Non so se la domanda si riferisce ai cosiddetti lavoratori della filiera o se agli autori. In entrambi i casi posso rispondere solo in base alla mia esperienza. Per qualunque editore o studio io abbia mai lavorato ho sempre dovuto svolgere delle prove "pratiche", più o meno approfondite e che io sappia questo è ancora il metodo più utilizzato per scegliere i collaboratori. Dire che questo sistema in sé garantisca che siano premiati il merito o le potenzialità dei migliori forse è un po' ottimista. In ogni caso dà la possibilità di valutare almeno alcuni requisiti e capacità, che è meglio di niente. Questo per quanto riguarda l'ingresso nella filiera: man mano che si avanza nella "carriera", invece, è il curriculum che fa testo. Per quanto riguarda gli autori (parliamo di esordienti) è vero che la segnalazione può abbreviare i tempi di lettura. Se un agente di cui mi fido, un autore che conosco e stimo mi manda o segnala il testo di una persona, io lo leggo prima che posso. In pratica, do credito a persone che ritengo competenti e affidabili nei loro giudizi, proprio come se fossero dei consulenti. Ma questo non cambia poi in nulla i miei metodi e criteri di giudizio. Una raccomandazione non farà mai pubblicare a un editore un libro in cui non creda (per bellezza o per originalità, o per quanto è significativo, o innovativo o al contrario di “tendenza”, o utile o - spesso è così - commerciale).

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Il merito dell'autore parla attraverso il lavoro che invia all'editore. L'unico modo che conosco per favorirlo è prendere sul serio quello che leggo per formarmi un giudizio (opinabile certo, come ogni giudizio) ragionevole, competente e motivato; e poi agire di conseguenza. Per quanto riguarda chi aspira a lavorare nell'editoria, non ho molte occasioni di agire. Siamo una realtà piccola che non esternalizza praticamente nulla. Tuttavia abbiamo avuto e abbiamo spesso a lavorare da noi stagisti (uno per volta) che provengono da master. Sono sempre persone molto in gamba a cui cerchiamo di far fare più esperienza possibile delle diverse fasi del lavoro redazionale, perché non abbiano solo un'idea di quello che capita in una casa editrice, ma lo tocchino con mano.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta? 

Far di tutte le erbe un fascio non mi piace molto… Comunque, in uno scrittore (esordiente o no) ammiro la capacità e la determinazione che gli ha permesso di produrre una storia, un racconto, una riflessione. Questo a prescindere dal fatto che mi piaccia o no. Mi sembra davvero una grande impresa. Ma la stima è una cosa diversa, e io stimo chi riesce a scrivere pensando al lettore (anche in questo caso a prescindere che poi il testo mi piaccia o no) e non solo come autoterapia. In ogni caso sono due sentimenti pre-professionali, che non implicano il giudizio sul merito della scrittura. Invece, credo e spero di non detestare nessuno, anche se ovviamente ci sono situazioni in cui provo fastidio. Il caso, secondo me, più antipatico è quando un autore sollecita un giudizio e, non ottenendo quello lusinghiero che pensa di meritare, di botto ritira il credito che fino a un momento prima attribuiva alla mia competenza. Come mi è già capitato di dire altre volte, se uno scrittore mi invia il suo testo, implicitamente ma attivamente mi riconosce competenza e diritto a valutarlo. Se così non è, non dovrebbe inviarmelo. È scorretto attribuire o ritirare la propria fiducia in funzione del giudizio che si ottiene. Umanamente io lo capisco anche: se una persona investe molto nell'aspirazione a pubblicare, è logica la delusione. Quello cui non vorrei sottostare è il tentativo di convincermi che in realtà, io, non capisco nulla. Recentemente una persona chiosava il mio parere negativo elencando i nomi di editor, quelli sì di vaglia, che invece avevano espresso elogi (ma "purtroppo non avevano potuto pubblicare il libro"): cosa ne pensavo? Mi avrà giudicata scortese perché non le ho risposto. Non ne avevo il tempo, ma ahimè neanche la voglia.

Quali sono le qualità della sua casa editrice e le prospettive? 

Sironi è un marchio che esiste solo dal 2002. Non spetta a me giudicare il lavoro fatto fin qui (ma spero che i nostri lettori lo considerino buono). In questi primi anni, grazie alla collaborazione con Giulio Mozzi, abbiamo pubblicato molti autori italiani di grande valore. Confermiamo la nostra attenzione per gli esordi di qualità, che sappiano magari ibridizzare il mainstream con il genere e stiamo lavorando a progetti per proseguire su questa linea e su quella che (con estrema semplificazione) potremmo definire di “impegno civile”. Su queste direttrici ci stiamo muovendo anche con le prime traduzioni di narrativa che usciranno quest’anno e il prossimo. Io vorrei sempre fare libri belli e utili. Non pretestuosi, non furbi, ma con una loro necessità; che come lettrice mi lascino con qualcosa in più: bellezza, allegria, comprensione, apertura.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento? 

Sarò breve: sono macchine per spennare polli. Non hanno alcuna dignità culturale e spesso sono al limite della truffa. Ultimamente se ne parla molto e dunque spero che sempre meno persone abbiano la sfortuna o la leggerezza di lasciarsi invischiare. Arrivo buon'ultima a ripetere: l'editore è un imprenditore. Il rischio di impresa è suo e non dell'autore: poco o tanto, l'autore deve essere pagato e non pagare per pubblicare un libro.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor. 

Per fare questo lavoro ci vogliono alcuni "prerequisiti", che sembreranno banali ma sono irrinunciabili: conoscere l'ortografia e la sintassi (se si spediscono curriculum pieni di dò e pò non si può andar lontano...), saper valutare criticamente un libro, quando lo si legge, e avere la curiosità di leggere un po' di tutto; essere precisi o almeno essere disposti a diventarlo. Un tempo si imparava il mestiere da un maestro: oggi purtroppo la figura del redattore anziano che si prende cura del nuovo arrivato appartiene alla mitologia. I ritmi di lavoro fanno sì che le case editrici cerchino chi sa già fare: arrivare provvisti solo di cultura e buona e volontà spesso non basta più. Perciò è senz'altro utile frequentare un corso per redattori, un master di editoria e simili. A lavorare si impara lavorando, ma questi corsi suppliscono alla formazione sul campo che si riceveva un tempo e che ormai è quasi sparita. Molti di questi corsi e master, inoltre, organizzano stage che consentono di entrare in contatto con editori e quindi di avere un canale di accesso per i primi lavori. Poi, purtroppo, bisogna mettere in conto che difficilmente si troverà un lavoro stabile da subito. Credo che l’ingresso più accessibile siano gli studi editoriali. Come dicevo, la più parte degli editori esternalizza i lavori redazionali e dunque la gestione degli incarichi tipicamente più adatti a chi inizia (correzione di bozze, collazioni ecc.) si concentra nei service. Un’altra attività tipica degli esordi è quella di lettore. Ovviamente tutto è utile, ma credo che sia molto più professionalizzante scalare il monte dal versante tecnico-redazionale che da quello del lettore (attività che tra l’altro mi risulta sia pagata molto poco).

La ringrazio e buon lavoro.

Spero di essere stata utile per i lettori del sito.
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Commenti

Lo è stata, e molto.

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