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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a diventare editore.

Nel mio caso non si è trattato di un percorso "professionale": non ho fatto scuole particolari, o praticantati. Nel 1994 insieme ad altri amici ho fondato una rivista (http://www.fernandel.it/rivista), e quasi subito ho cominciato a lavorare concretamente con le parole altrui. Eravamo mossi dalla curiosità di leggere quello che tanti sconosciuti custodiscono nei loro cassetti. Credo che la maggior parte degli editori che si sono formati "sul campo" siano sostenuti prima di tutto dalla passione e dalla curiosità.

Esiste un percorso standard o un canale privilegiato, oppure ritiene che vi siano più possibilità per diventare un editor?

Mi permetta una precisazione: nell'editoria moderna per "editor" si intende il redattore o il selezionatore di manoscritti, mentre con il termine "editore" si intende colui che ha la facoltà di prendere decisioni sulla pubblicazione o meno dei testi. Nella maggior parte dei casi l'editore è colui che investe di tasca propria. In una struttura piccola spesso editor e editore coincidono, nel senso che chi decide le strategie della casa editrice è anche colui che si occupa della revisione dei testi o dei contatti con gli autori.
Al di là di questa precisazione, la maggior parte del mondo editoriale italiano ha una struttura decisamente artigianale, in cui le persone si formano sul campo e la selezione la fa il tempo e la qualità del lavoro svolto. Come sempre, almeno qui in Italia, le scuole possono darti una base teorica, ma non ti preparano ad affrontare il lavoro concreto.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Un giorno Carlo Barbieri, che è stato il mio primo distributore (con la società Albolibro di Bologna), per scoraggiarmi a proseguire mi disse che quello dell'editore non è un lavoro che si possa svolgere part-time, e che se avessi cominciato poi sarebbe stato davvero difficile smettere. Non gli credetti, ma aveva ragione. Non c'è un momento della giornata in cui si "comincia a fare l'editore", magari timbrando un cartellino, e un altro momento in cui "si smette di fare l'editore": questa cosa te la porti dentro continuamente, fino a che non altera il tuo modo di percepire le cose e perfino i rapporti personali. Insomma, è un'attività che ti assorbe completamente, non solo perché di fatto richiede una grande quantità di competenze diverse, soprattutto quando un'unica persona ricopre ruoli diversi (e questo succede spessissimo nella piccola editoria), ma anche perché ti costringe continuamente a prendere decisioni, e spesso su queste decisioni io ho bisogno di rimuginarci a mente fresca, cioè per esempio quando non sono in ufficio…
Comunque, per dare una risposta un po' più concreta alla sua domanda, un'attività imprescindibile della mia giornata è la gestione della corrispondenza: sia quella cartacea, ormai minoritaria, sia quella elettronica, che invece è un fiume in piena di proposte, iniziative, occasioni tutte da valutare.

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Nella piccola editoria che io sappia non esistono le raccomandazioni, proprio perché l'azienda non è appetibile per questo tipo di cose. Semmai possono esserci segnalazioni, ma questo è un altro discorso.

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Fare l'editore per un lungo periodo di tempo significa anche dover sopportare la delusione di scoprire che una certa immagine romantica di questo mestiere s'infrange contro le dure e crudeli leggi di mercato. Da un punto di vista commerciale l'idea che il mercato premi il merito, e quindi la qualità, non ha senso: sono sotto gli occhi di tutti libri di grandissimo successo che non hanno alcun merito, se non quello di essere stati pubblicati al momento giusto da un editore con una tale forza commerciale da imporli sul mercato. Insomma, il mercato non premia il merito, e non è detto che la qualità prima o poi sarà riconosciuta, ci sono troppe variabili in gioco, in particolare la fortuna (quella di essere al posto giusto nel momento giusto, ecc.).
Tornando al nostro microcosmo della piccola editoria, bisogna riconoscere che uno degli indubitabili vantaggi del piccolo editore è quello di poter pubblicare i libri in cui crede, anche fregandosene delle leggi di mercato. Mi sembra ancora un buon modo per favorire il merito…

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

Senz'altro stimo il desiderio di confrontarsi e la voglia di migliorare, mentre non sopporto l'arroganza di chi crede di aver scritto un capolavoro intoccabile e l'arrivismo di chi, dopo aver guardato troppa televisione, pensa che basti scrivere quattro cazzate per pretendere di arrivare in classifica.

Quali sono le qualità di Fernandel e le prospettive?

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Pubblichiamo libri da quasi tredici anni: in questo periodo abbiamo saputo costruirci una riconoscibilità e una certa coerenza nelle proposte. Diversi esordienti hanno iniziato con noi e poi sono andati a pubblicare con editori importanti, diventando in un certo senso degli "scrittori veri".
Sulle prospettive della piccola editoria in generale non sono molto ottimista: è in corso una trasformazione che ha fatto e farà ancora molte vittime. I piccoli editori sempre di più hanno difficoltà ad "affacciarsi sul mercato", cioè ad essere presenti in libreria. Questa situazione è destinata a peggiorare: da parte nostra cerchiamo di diversificare le proposte (un anno fa, per esempio, abbiamo fondato un nuovo marchio che si occupa di saggistica) e di aprirci a nuovi mercati.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento?

Non so perché ma ho come l'impressione che tutte le domande precedenti dovessero preludere a questa. Sbaglio? :-)
Naturalmente lei si riferisce alle case editrici di narrativa, dove per tanti è uno scandalo che si ricorra ai soldi dell'autore per pubblicare, dimenticando che in altri ambiti è invece del tutto normale. Penso alla poesia, per esempio, o alla saggistica universitaria, dove la pratica del finanziamento è la più diffusa per garantire la commercializzazione di saperi che altrimenti non avrebbero mercato.
Non considero né illegale né immorale l'editoria a pagamento. Se due persone adulte e consenzienti firmano un contratto, si presume che siano consapevoli del suo contenuto. La vera immoralità è l'atteggiamento truffaldino di editori che promettono fama e successo in cambio di una pubblicazione a pagamento. Questo è deprecabile, ma bisogna riconoscere che spesso anche l'autore ha le sue responsabilità, nel senso di voler credere a ogni costo a un sogno di successo che ha scarsissime possibilità di realizzarsi.
La verità è che diventare un editore a pagamento significa limitare la propria libertà di scelta: di fatto si finisce per pubblicare (quasi) solo chi è disposto ad autofinanziarsi. Così crollano la qualità e la coerenza delle proposte dell'editore, e il marchio perde la sua riconoscibilità, che di fronte al mercato è uno dei valori più importanti. Finisce che nel giro di un paio d'anni l'editore sparisce dalle librerie, se non per quelle poche copie che inevitabilmente vengono comprate dagli amici dell'autore. Insomma, per un guadagno nel breve termine l'editore ha ottenuto un danno irreparabile a lungo termine: un bel risultato, no?
Al di là delle prese di posizione ideologiche da parte di tanti puristi che hanno una visione un po' romantica del mondo editoriale, credo che il fenomeno dell'editoria a pagamento andrebbe valutato per i risultati che può dare in cambio del denaro che l'autore spende. E naturalmente di solito il risultato è zero: nessuna visibilità, nessuna reale occasione di confronto con il mondo della scrittura. A quel punto è molto più onesta ed economica la scelta di autoprodursi, stampando con il print on demand le copie che servono all'autore. E' anche per questo motivo che lo scorso anno abbiamo aperto il sito stampalibro.com, dedicato alla stampa su richiesta.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor.

Fondare una casa editrice è una cosa che si può fare in una mattina e con pochissimi soldi: credo sia anche per questo che nuove case editrici spuntano in continuazione. Durare nel tempo però è la vera sfida, e per far questo è indispensabile avere una buona distribuzione. E come dicevo prima, non vedo nel nostro futuro spazi di manovra significativi per le piccole o piccolissime case editrici. Quindi il consiglio che posso dare a un nuovo editore che parta "dal basso", cioè con poche risorse, è quello di assicurarsi nuovi mercati al di fuori delle librerie.

La ringrazio e buon lavoro.
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