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Di Morgan Palmas

Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a divenire editor in una casa editrice.

Volli, sempre volli, fortissimamente volli. Ho ignorato i grilli parlanti che mi dicevano di studiare Giurisprudenza ché chi fa lettere non trova lavoro e mi sono laureata in Lettere Classiche. Ho trascurato la via dell’insegnamento che pareva portare al “posto fisso” e ho scelto di continuare a specializzarmi. Ho ignorato chi mi suggeriva l’ultima frontiera del master in Gestione delle risorse umane e ho frequentato un master in Studi sul libro antico e diversi corsi tra cui uno per Redattori in case editrici. Nel frattempo mandavo il mio cv a tutte le case editrici presenti sulle pagine gialle senza ottenere risposte. Ho seguito tutti gli eventi legati al libro e all’editoria nella mia regione e alla fine… alla fine è nata Aìsara, e io passavo di là per caso.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più possibilità per diventare un editor?

Non conosco due persone che siano arrivate all’editoria percorrendo la stessa strada.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Molto meno romantica di come l’avevo immaginata, ma anche più stimolante. Il lavoro sui testi impegna una minima parte del mio tempo, diviso tra lettura di email, proposte di autori e traduttori, coordinamento con la grafica per le copertine, con l’ufficio stampa, con i librai di fiducia...

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Non credo alle raccomandazioni. Gli editori sono imprenditori che investono soldi. Non li buttano via per accontentare i parenti degli editor, né i redattori rischiano la loro credibilità professionale proponendo libri indegni per far felici gli amici che si sentono scrittori. L’idea della raccomandazione mi sembra più una favola che si raccontano quelli che non sono stati pubblicati (o, peggio, hanno pubblicato a pagamento), come ne La volpe e l’uva di Esopo.

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Be’, propugnare la pubblicazione di libri che siano portatori di una visione del mondo, non mero intrattenimento. Non vedo la pubblicazione di un libro come un premio per chi lo ha scritto, ma per chi lo leggerà. Mi sforzo di non deludere coloro che scelgono di investire i loro euro e il loro tempo in un libro Aìsara anziché in un altro.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

Apprezzo moltissimo coloro – esordienti e non – che hanno la pazienza e l’umiltà di lavorare al loro testo anche con fatica, se necessario Che leggono tanto prima di scrivere. Che si preoccupano del lettore (che non vuol dire inseguire le mode del momento). Detesto quelli che credono di aver scritto qualcosa di unico e pensano di avere il diritto alla pubblicazione. Quelli che mandano il manoscritto senza neanche curarsi di eliminare gli errori di grammatica. Quelli che dopo un mese ti chiamano per chiederti “come mai non l’hai ancora letto”…

Quali sono le qualità della sua casa editrice e le prospettive?

Una redazione giovane con tanta voglia di scoprire scritture nuove, punti di vista non banali Aìsara è una casa editrice giovane che si affaccia ora al mercato nazionale. Ora il nostro intento è quello di farci conoscere da un pubblico più ampio.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento?

Credo che siano una truffa: si dice agli autori che “l’editoria è un mondo difficile, che le grandi case editrici non scommettono sugli esordienti, che è prassi normale comprarsi 500 copie...”. Non è prassi normale. L’autore che paga la pubblicazione è editore di sé stesso. E l’editore a pagamento è uno stampatore.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor.

Leggere. Leggere classici, contemporanei, giornali. Andare al cinema, a teatro, ascoltare musica.

La ringrazio e buon lavoro. 

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Commenti

A parte il cappello e la chiusa ( buongiorno, buon lavoro), il resto è perfetto, condivido.

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