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Il lume dell’aspirante scrittore - L’accento e l’apostrofo

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Di Annalisa Castronovo

Questo articolo è il primo di una serie interamente dedicata allo scrivere. Si tratta di un argomento che ho già trattato altrove in forma di compendio e che, dunque, affronterò in questa sede in maniera un po’ più approfondita. Inizialmente cercherò di sciogliere alcuni dubbi e dipanare alcune delle questioni più elementari al fine di creare una base per poi affrontare la composizione di testi specifici, che richiedono competenze precise – in genere possedute da professionisti di settore – e che, però, possono rivelarsi utili quando si intende presentare se stessi e la propria opera a un editore, ad esempio.


Innanzitutto, intendo soffermarmi sull’uso dell’accento e dell’apostrofo nella lingua italiana, ma veniamo al primo: l’accento grafico. Senza entrare nei meandri della lingua e in tecnicismi vari,  bisogna sapere che esistono due tipi di accento (che per comodità vi mostrerò sulla e minuscola): quello grave /è/ e quello acuto /é/, il primo ha infatti un andamento discendente e il secondo ascendente.


L’accento grave si può trovare su qualsiasi vocale (-à, -è, -ì, -ò, -ù) rappresentandone il suono aperto (di fatto alcuni fonetisti, nonché il Carducci o tutt’oggi l’editore Einaudi prediligono adottare l’accento acuto per le i e le u chiuse, /í/ e /ú/, anche se il DOP - Dizionario di Ortografia e di Pronunzia e l’UNI - Ente Nazionale di Unificazione raccomandano quello grave).
L’accento acuto serve, invece, a distinguere le e e le o chiuse. Il primo, l’accento grave, deve essere ricordato anche in quei monosillabi in cui spesso viene erroneamente omesso. Ad esempio va posto su (terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo dare) e non su da (preposizione), su (nome: giorno) e non su di (preposizione), su e (avverbi) e non su la (articolo e pronome) né su li (pronome), su (avverbio; l’affermazione, per intenderci) e non su si (pronome, per es. “Si dice”, “si fa”), su (nome: la bevanda) e non su te (pronome). Inoltre la terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere va con accento, /È/, e non con apostrofo, /E’/; sul PC si può fare con Alt 0200 dal tastierino numerico oppure in generale inserendo il carattere dall’apposita mappa dei simboli che in numerosi software di scrittura è contrassegnata dalla lettera omega, Ω, dell’alfabeto greco.

L’accento acuto, invece, si deve usare su tutte le terze persone singolari del passato remoto in (per  es. “Egli rifletté”, ma fa eccezione “diè”, forma antiquata o letteraria per “diede”), e parole quali perché, poiché, giacché, affinché e tutti i composti in -ché, incluso ché quando sta per perché; va inserito sulle parole che terminano con il numero tre (per es. “ventitré”); inoltre, tale segno distingue il (congiunzione; ad es. “ questo quello”) dal ne (pronome e avverbio; per es. “Ne sa tante”) nonché il (pronome; per es. “Di per ”) dal se (congiunzione; ad es. “Anche se fosse”). Infine, esistono parole di uso comune che terminano con l’accento acuto, quali mercé, scimpanzé, viceré e altre. Mentre do sia che si tratti del verbo o della nota musicale si scrive senza accento.


Il cosiddetto accento circonflesso (/â/) non è un vero e proprio accento, visto che non rappresenta una variazione di tonalità. Oggi nella lingua italiana scritta è quasi sparito e si può usare laddove c’è la contrazione di vocali uguali non toniche e, dunque, per il plurale di alcune parole terminanti in –io. Può essere utile, ad esempio, nel distinguere principî (o principii, plurale di principio) da principi (plurale di principe).


Per quanto riguarda l’apostrofo, si tenga presente che segna l’avvenuta elisione di una parola. Esso, oltre che segnalare la caduta della -a nell’articolo indeterminativo femminile singolare una (da cui il motto per bambini: “Un’oca sì, un asino no”), segue anche la parola po’ che sta per poco, be’ che sta per bene e mo’ che sta per modo (per es. “A mo’ di esempio”), oltreché gli imperativi tronchi quali da’ (dai; per es. “Tu, da’ da mangiare agli affamati”), di’ (dici; ad es. “Di’ sempre la verità)”, fa’ (fai; per es. “Tu fa’ la cosa giusta”), sta’ (stai; ad es. “Tu sta’ attento”) e va’ (vai; per es. “Tu va’ via), mentre fa (terza persona  singolare dell’indicativo presente del verbo fare, la nota musicale e in locuzioni temporali come in: “Un anno fa”), sta e va (terze persone singolari dell’indicativo presente rispettivamente dei verbi stare e andare) non si rappresentano né con apostrofo né con accento. Infine, qual non si apostrofa mai (ad es. "Qual è?"); infatti, per quanto la forma apostrofata sia in uso anche presso scrittori di fama, l’Accademia della Crusca si pronuncia così: «L'esatta grafia di qual è non prevede l'apostrofo in quanto si tratta di un'apocope vocalica, che si produce anche davanti a consonante (qual buon vento vi porta?) e non di un'elisione che invece si produce soltanto prima di una vocale (e l'apostrofo è il segno grafico che resta proprio nel caso dell'elisione). Come qual ci sono altri aggettivi soggetti allo stesso trattamento: tal, buon, pover (solo nell'italiano antico), ecc. È vero che la grafia qual'è è diffusa e ricorrente anche nella stampa, ma per ora questo non è bastato a far cambiare la regola grafica che pertanto è consigliabile continuare a rispettare».


Nel prossimo articolo ci si addentrerà nella punteggiatura, prima di cominciare a virare su alcune questioni ancora “spicciole”, ma essenziali alla trattazione e alla composizione di testi veri e propri quanto mai essenziali per chi voglia districarsi con una certa dimestichezza tra le regole e le possibilità che offre l’italiano scritto.


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Commenti

Molto chiaro e sintetico. Da tenere sempre presente.
E finalmente so i comandi da tastiera per scrivere "È". Prima facevo operazioni lunghissime per scriverlo nei commenti. Grazie :)

Cara Morena,
non c'è di che. Mi piace rendermi utile e spero che questo articolo e i successivi possano essere "un lume" - appunto -, una luce, una lanterna che schiarisca alcuni punti o passi nel cammino di chi ama scrivere e vuole vederci più chiaro sull'argomento.

Ottimo post, sono regole che alle elementari abbiamo assimilato quasi a memoria come l'Ave Maria, ma che bisogna rispolverare sempre quando ci si approccia alla scrittura.

@Marta: questo vale più per alcuni che per altri. In realtà, capita spesso che queste regole basilari vengano sistematicamente ignorate. C'è troppa tolleranza, anche nelle scuole, verso la scarsa conoscenza della grammatica.

Non so voi, ma io mi sentirei meglio se almeno chi ha un diploma di maturità sapesse applicare all'occorrenza le suddette regoline. Magari!
Chissà che non sia vero che repetita iuvant?

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