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"Il giorno prima della felicità" di Erri De Luca

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Perdona Claudia l'intrusione, ma ricordo che questo libro di De Luca sarà il prossimo che affronteremo nel gruppo letterario. Grazie. 

Di Claudia Verardi 

Leggere l’ultimo romanzo di Erri De Luca, Il giorno prima della felicità, significa immergersi nella purezza della scrittura e nella bellezza dell’animo umano. La storia è ambientata a Napoli, nel periodo che va dal 1943 agli anni Cinquanta e racconta i sentimenti e le paure di un ragazzino che, dopo aver scovato un nascondiglio nel cuore antico della città, conosce un po’ alla volta segreti e storie legati alla guerra. Ha un modo di vivere tutto suo, questo ragazzino, e, in particolare, ha un rapporto speciale con Don Gaetano, il portiere del caseggiato dove vive. Lui, Smilzo, (il protagonista, chiamato anche Scigna, Scimmia in napoletano, per la sua capacità di arrampicarsi) è orfano di genitori ma non di passioni. Mi sono affezionata subito a questo personaggio nel quale ritrovo il ricordo dei bambini “di mezzo alla strada” della Napoli di quand’ero piccola, negli anni Settanta. Smilzo cresce nutrendosi dei racconti di Don Gaetano e delle emozioni, forti e impetuose, che comincia a vivere, come quelle per la bambina di cui riesce a vedere solo i contorni del viso dietro i vetri di una finestra.

De Luca, di cui mi pregio di essere conterranea (perdonatemi il sentimentalismo), scrive un libro fortemente legato al concetto di letteratura, alla voglia di sentire i libri e alla fame di conoscenza, mescolando in modo sapiente antiche sfumature regionaliste e linguaggio aulico. La sua formazione multicolore (è stato operaio, magazziniere, muratore, camionista, regista, teatrale, alpinista, traduttore, poeta e scrittore) lo rende capace di gesti letterari epici capaci di rimanere impressi nell’animo del lettore per molto tempo. È uno scrittore forte, carismatico suo malgrado, con una personalità e una competenza complesse, derivategli da attitudini personali e formazione di vita. Membro storico del movimento comunista Lotta Continua così come traduttore dall’ebraico antico (ha tradotto alcuni testi della Bibbia) De Luca fa rivivere tra le pagine di questo libro la Napoli di una volta, senza brutte macchiette e odiosi luoghi comuni. Leggiamo della Napoli monarchica, di quella anarchica, di quella delle Quattro Giornate, di quella della ribellione ai nazisti. E, soprattutto, di quella intrisa di una saggezza popolare che ti fa crescere e diventare uomo. Ed è inevitabile, non possiamo fare a meno di innamorarcene. Si sviscerano temi forti, in questo libro dallo stile freddo e asciutto ma dal linguaggio e dai contenuti ricchissimi e, magari, scabrosi: vita difficile, crescita interiore, sapienza, concetto di civiltà, ideologia e morte.

È un libro che sa di letteratura, che ti fa venire voglia di leggere ancora tanto quando lo finisci, perché ti senti orfano e solo e hai bisogno di altra carta da tenere tra le mani, altra carta che contenga parole e pensieri così alti eppure così normali.
E pensare che c’è gente che li offende, i libri, che li tratta male, che non sa nemmeno che il profumo della stampa ti procura un piacere paragonabile a quello del pane fresco. Si sente che ne soffre, De Luca, di questo comportamento male educato al rapporto coi libri. Si percepisce bene a pagina venti, da cui cito testualmente: Mi consolavo coi libri di don Raimondo, carta ingiallita che recuperava quando qualcuno si voleva sbarazzare dei libri. «Una persona ci mette una vita a riempire gli scaffali e un figlio non vede l’ora di svuotarli e buttare via tutto. Che ci mettono sugli scaffali vuoti, i caciocavallo? Là ci sta la vita di una persona, i suoi sfizi, le spese, le rinunce.»

La letteratura sembra quasi una religione per De Luca. Lui, che si definisce un “non credente” e non un ateo, perché non si priva del tutto dell’idea di Dio, ma ne accarezza una grandiosità probabilmente – ma difficilmente – esistente. Ed è così che si comporta con la speculazione dei suoi personaggi e delle storie che rappresentano. Magari ha dei dubbi su qualche loro comportamento, ma la riflessione e la comprensione di quei percorsi umani lasciano aperto anche più d’uno spiraglio. Le parole nel libro si intrecciano come voli d’ali che procedono a ritmo serrato, leggere ma ferme. Parole che dipingono Napoli come fosse la Parigi di Balzac, in un affresco carnale privo di inutili ricercatezze e straordinariamente poetico.

Le storie di Erri De Luca spesso diventano mie, perché trasudano di immagini e scampoli di vita che ricordo soprattutto dai racconti di famiglia. Essere napoletana ha dato alla lettura di questo romanzo un sapore diverso, meno artificiale e immaginifico. Ci sono storie che non vengono scritte, ma tramandate e custodite nella memoria storica e sociale di una realtà, talvolta, circoscritta. Storie di libertà e di insurrezione, di epopee ascoltate e non vissute, di racconti che stuzzicano l’immaginazione e la voglia di saperne di più. Nonostante le sue capacità, questo magistrale autore si definisce uno che non sa inventare trame e che ha bisogno di un sussulto di memoria per poter scrivere una storia. E invece no. Lui le sa costruire le storie, eccome. E sa ridare anche luce a narrazioni e cronache ormai dimenticate, come quelle legate alla Napoli ribelle, alla città che un tempo è stata capace di rivolta popolare e di auto liberazione, senza aiuti, né sostegno. De Luca l’ha lasciata a diciotto anni e ha (forse) perso l’appartenenza al posto geografico, ma Napoli ha deciso tutto nella sua formazione, dal carattere personale allo stile narrativo. La lingua di De Luca usa un tono e un registro alti e, talvolta, regionalismi e termini dialettali, presto spiegati nel rigo successivo (trucco a cui ricorreva a teatro un altro immenso napoletano, Eduardo De Filippo). È importante sottolineare che le sue storie non sono romanzi di formazione, ma vogliono invece raccontare la resistenza individuale ai colpi e alle deformazioni che ruotano intorno all’età della crescita. Spesso sono storie di solitudine e di asfissia sociale. Qualche volta è così che si comprende il valore della scrittura (e della lettura) che si impara a riconoscere come amica e compagna di vita.

Erri De Luca è un bravo scrittore, forse uno dei migliori in circolazione in Italia. La sua forza nel ritrarre identità potenti, come quelle di questo libro, è notevole e rara. Dei tre protagonisti – lo Smilzo, don Gaetano e Napoli – l’ultima è probabilmente la più incisiva. Una Napoli indocile, che si ribella alle oppressioni e ai tanti sfruttamenti. Perché questo non è possibile anche oggi? Io la vorrei libera, ma anche felice. La ricerca della felicità (che è anche il titolo di un film di Gabriele Muccino) dovrebbe essere un dovere. Già, la felicità: l’integrale dello stato emozionale rispetto al tempo. Ma chissà se esiste davvero, poi. Secondo la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America, si può almeno ricercare: Tutti gli uomini sono stati creati uguali e dotati di diritti inalienabili dal loro Creatore. Tra questi la vita, la libertà e il perseguimento della felicità. Sono d’accordo con Thomas Jefferson e, naturalmente, con Erri De Luca.

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Commenti

E qualcun altro ci è cascato... ma davvero l'inganno è così ben nascosto? O_o

Questo articolo lo salto di proposito, non voglio farmi influenzare prima di leggere il libro... sorry.

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