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Gruppo letterario: Pozzoromolo - step 3

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Di Morgan Palmas

La terza parte pattuita nella lettura del romanzo mi ha portato a una virata. Pozzoromolo è un romanzo che non ti dona vita facile, te lo devi conquistare, pagina dopo pagina.

Pagina 175:

“È buffo, ma questo luogo, questo inferno bianco, è il posto dove sono rimasto più a lungo in tutta la mia vita… […] Fuori da qui, non sono niente”.

Cerchi concentrici che tornano, disarmanti frizioni ovattate, dalle intemerate solitarie alla lucidità che ritorna con più forza. Fra le perplessità e i pensieri sull’identità di Gioia sono giunto a stanare le logiche che cercavo. Credo di avere capito qualcosa di più del romanzo di Carrino.

Per associazioni che non so spiegare ho pensato ad alcune parti di “Storia e utopia” di E.M.Cioran:

“Finché si possiede una propria volontà e vi si resta fedeli (è l’accusa mossa a Lucifero), la vendetta è un imperativo, una necessità organica che definisce l’universo della diversità, dell’io, e che non potrebbe avere alcun senso in quello dell’identità”.

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Che cosa avete trovato di nuovo in questa terza parte? Poi dico la mia nei commenti.
Ricordo che con la prossima occasione termineremo il libro e mercoledì 17 febbraio tenteremo di tirare i remi in barca su Pozzoromolo.
Ricordo intanto che il secondo libro che affronteremo sarà “Il giorno prima della felicità” di Erri De Luca, ma ne parleremo mercoledì prossimo. 
Chi non conosce ancora le "regole" del gruppo letterario, tutte le informazioni qui
Intanto riflettiamo su questa terza parte di Pozzoromolo. 

Nessun voto finora
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Commenti

Inserisco intanto un paio di elementi che hanno delineato la mia virata di comprensione del romanzo:

Pag 178:
"Se dico la verità, se dico le cose come sono [...] Sola sola sola".

Pag 189:
"Come vedo, dottor Mancuso [...] Ho trentanove anni e sono una donna. Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito".

In questa terza parte ho trovato una maggiore presenza di flashback attraverso il giochino del "c'era c'era". Questo perchè finora L. aveva delineato vari episodi della vita di Gioia ma li aveva dislocati nel tempo e nello spazio. Un po' come il gioco dei puntini della Settimana Enigmistica questi flashback della terza parte tracciano rette tra i vari episodi/puntini.

La parentensi delle ritrovate pagine scritte dal "piccolo Gioia" è molto importante: da un lato si percepisce la distanza stilistica dello scrivere (forse dovuta alla cultura cresciuta con Gioia, che nel manicomio continua a leggere e studiare - non le facevano leggere Dickinson) anche con l'innocenza degli errori (sciacuare ed altri), dall'altro si delineano maggiormente i sentimenti verso suo zio (di cui sono sempre più nitidi gli atti di pedofilia) chiarendo quella parentesi. Ma soprattutto si delineano i sentimenti verso suo padre (anche se non si sa se è amore incestuoso o bene per paura); e nasce nel lettore il dubbio che nel riscrivere queste pagine Gioia le abbia modificate. E il dubbio diventa maggiore quando successivamente, in un'analisi (stupenda, tra l'altro) contro Mancuso, Gioia dice di fargli leggere delle sciocchezze, "cose che non comprendi".

In ogni caso, in queste pagine il padre diventa la figura principale, e forse il bandolo di tutta questa matassa, la persona causa di tutto questo suo male, più di sua madre: si rivela tutto l'amore/odio di Gioia che viene secondo me chiarito al massimo nelle pagine dell'episodio del mercato ("è stato quello sguardo che mi ha dato la forza di avere fede in te nonostante tutto") e l'episodio della fine della relazione della madre con Saverio ("avere 14 anni ed essere rifiutato, scartato dalla vita di tuo padre"). Probabilmente l'unico momento di vera felicità di Gioia è proprio Saverio.

Compaiono inoltre alcuni elementi "pop": oltre al riferimento musicale (ritroviamo Battisti, O Bella Ciao, la canzone di Natale, Mina, i Nomadi, I Nuovi Angeli) c'e anche il riferimento a telefilm come Stanlio e Olio e Charlie's Angels (ripetuto due volte a distanza di poche pagine), a giochi dell'infanzia come "ti piace il calamaio" e a cartoni animati come Heidi.

Per tanti motivi credo che pag 198 sia una delle pagine più belle di tutto il libro. Poche parole, un punto interrogativo.

RICCARDO

scusatemi sono in ritardo ritardissimo, problemi di tempo. ma recupererò. arriverò a breve.
laura

In questa parte a mio parere si arriva a capire tutto o quasi tutto: Gioia ricorda e ha sempre ricordato tutto, ma non vuole ammetterlo, non vuole ammettere a se stessa tutto il suo dolore, il suo fallimento, la sua solitudine. Anche il padre l'ha delusa: la sua assenza l'ha consegnata a zio Gigino e alle sue molestie, la sua assenza di interesse ha causato la sua violenza. Gioia si è soltanto difesa, da zio Gigino e da suo padre, con l'unica arma in suo possesso, l'arma estrema della violenza. La violenza di una ribellione che non è riuscita più a trattenere, la madre stessa l'ha delusa ancora una volta, impedendole a causa della sua leggerezza di rimanere con il "patrigno" che le voleva bene. Gioia ha paura di lasciare l'ospedale, l'unico luogo dove esiste, dove ha contatti umani seppur limitati, Gioia ha paura di tornare ad essere, fuori da lì, una nullità, un non essere che nessuno ama. Rimane lì e finge di non ricordare, ma le vespe premono (l'esigenza di dire la verità) e la pungono, non riesce più a trattenersi ed escono fuori sprazzi di realtà, sprazzi di verità. Gioia sa ma non vuole sapere, Gioia vuole essere pazza.
Sabrina Mantini

sabrina meno male che ci sei tu. La tua interpreatazione è molto convincente e la condivido.Gioia vuole restare internata. Come avevo già detto questo testo è per me un vero e proprio rebus anche se la terza parte mi sembra più accessibile rispetto alle precedenti. Spero che la quarta prosegua in questa direzione. Mi ha molto colpito l'espressione "Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito", già citata da Morgan. Credo che sia una confessione di Gioria sulla propria identità, ovviamente però non permette di capire (almeno io non l'ho ancora capito) l'identità sessuale di Gioia.
Renato

@riccardo
sì, vero. Gioia ritorna sulle pagine che ha scritto e - in alcune occasioni - le modifica. come dirà nella quarta parte del romanzo.

@sabrina e renato
Il meccanismo dellìintegrazione ha ingranaggi molto complicati. Gioia sa, ma solo razionalmente, non sa 'da dentro', come lei stessa afferma.
Per questo Gioia vuole restare internata. Ma l'essere umano è nato libero, vuole essere libero. Ed è questa pulsione che determina lo 'shock' di Gioia verso la vita.
Per quanto attiene all'identità sessuale: è un tassello del suo delirio narcisistico di personalità

Luigi

Grazie intanto ai commentatori e a Luigi, mi sto chiedendo se chi non ha ancora partecipato in questa occasione è morto sulle pagine del libro o se semplicemente leggi gli altri, misteri... :)

Io volevo far notare un paio di cose.

1- Mi appare sempre più chiaro che il libro si basa su una confusione emozionale ordinata, nel senso che viene svelata con acribia, mi ci è voluto un po' per capire questo punto. Ora procedo con più lena.

2- Le strutture linguistiche si intersecano incalzanti, tanto lavoro sul registro linguistico, anzi sui registri linguistici.

Quest'ultimo è l'aspetto che sto osservando con più razionalità. Bello procedere riconoscendoli indipendentemente dai contenuti. In tale senso scrivevo all'inizio del post che è un romanzo da conquistare.

Caspita, vedo che stiamo perdendo colpi con questo gruppo letterario. Siamo partiti in 200 e adesso ci ritroviamo in pochi. Un po' mi dispiace e spero che sia soltanto un caso. Io sono a casa dei miei zii perché a casa mia internet ha smesso di andare da un paio di giorni, causa passaggio da Telecom a Vodafone. Ahi ahi ahi. Beh, passiamo a Pozzoromolo, che è meglio.
Premesso che continuo a pensare che Pozzoromolo sia un romanzo molto interessante, devo ammettere che ogni pagina che leggo, mi "affeziono" sempre di più al personaggio di Gioia e al testo stesso. I pensieri sono sempre confusi, ma man mano che procediamo, riusciamo a comporre sempre di più quel puzzle fatto di pensieri, di ricordi annebbiati e disordinati.
Il concetto che più emerge in questo terzo appuntamento è, secondo me, questo attaccamento al manicomio, questa percezione che al di fuori di lì Gioia non sarebbe niente. Quella è diventata la sua casa, non ricorda ancora in che modo, ma sa che lo è. Inoltre la figura del padre diventa la protagonista dei suoi ricordi, ancor più di sua madre, che invece emergeva di più nel secondo "step". C'è il padre, c'è la "nuova mamma", c'è Luca, c'è zio Giggino, Vittorio e altri. Un insieme di persone, di ricordi, di storie che tendono sempre di più al suo internamento, ma che ancora non bastano. Ancora non si racconta il momento in cui la portano in manicomio e forse (la butto lì) quel giorno non sarà mai descritto, chissà: andando avanti con la lettura immagino sempre di più un finale aperto, penso che non potrebbe essere altrimenti.
Andiamo avanti, non vedo l'ora di finirlo.

ps: è una tortura leggere 72 pagine alla settimana!!! =)

Febbrona! Preferisco scrivere di Pozzoromolo domani a febbre abbassata(spero!).
I miei pensieri comunque stanno tutti, curiosi, straziati, attorno alla mamma di Gioia. Se nella prima parte mi riusciva solo di razionalizzare, ora, leggendo di questa mamma...che mi sia venuta la febbre per questo?!
Sara

Brevissimo intervento (confido anche io domani di riuscire a rendere tutte le emozioni della lettura), che limito riportando alcune frasi:
- Questo è il più grande onore della vita: essere divorati da chi ti ama
- Il mondo è una donna maltrattata e la vita è un uomo travestito (già citata...)
- Adesso sono un uomo, te l'ho detto, sono una potenza di femmina
- Sono stato trasparente. Ho creduto che difendessi tuo figlio dall'ira che provavi verso sua madre, verso la donna che ti aveva rifiutato
- Sono rimasto in piedi, da quel giorno al mercato, davanti a te, nella camera ardente della nostra infanzia a veglia dei nostri abbracci mutilati
Solitudine, non consapevolezza di se, ricordi su ricordi ordinati ma anche volutamente confusi, sofferenza... Gioia continua il racconto, scavando sempre più a fondo, ci confida altri passaggi della sua vita, nel vero senso della parola, l'instabilità familiare è una costante, e non è solo una questione di stabilità fisica ma di affetti.
A domani
Giusy

Salve a tutti. Arrivo in ritardo e senza avere fatto i compiti, haimè!
Ma questa settimana non sono stata bene e sono riuscita ad andare avanti solo poche pagine, perciò non mi sento di poter intervenire... scusatemi. Cercherò di recuperare ed arrivare insieme a tutti voi alla fine del libro, così da poter essere presente al quarto ed ultimo step.
Auguro una buona lettura a tutti e a presto.ò
Donatella

ci sono anch'io :)

confesso che non sto ri-leggendo il libro (non ce la faccio proprio in questi giorni) e quindi non argomenterò con la perizia degli altri.
Io credo che andando avanti con la storia Gioia si scopra sempre di più, vada a fondo a scavare in quel 'pozzo' dei suoi sentimenti, e nello stesso tempo l'autore scopra insieme a lei altri tasselli della sua anima.
Gioia ci sta bene all'opg, si sente protetta in un certo senso (e quando pensa a tutto ciò che accade fuori non può che avere conferma di come sia meglio stare lì).
Si verifica lo stesso rapporto di dipendenza di un malato grave che sta dentro all'ospedale: per quanto sia brutto stare là, offre sempre protezione, e il pensiero di essere dimessi non viene accettato molto bene.

L'uso dei diversi registri linguistici è un fattore che all'inizio può generare una certa 'fatica' nella lettura ma è un azzardo che Carrino ha saputo fare con arte e che rende il testo ancora più forte.

La prima parte del libro mi permetteva solo di usare la testa. Forse condividevo le resistenze di Gioia ad affrontare il suo passato. Insomma il dolore fa male, meglio razionalizzare!
Come dice Luigi 'Gioia sa ma solo razionalmente, non sa da dentro'. Leggendo questa terza parte (la chiamo terza per praticità)mi sono più volte chiesta dove fosse l'odio di Gioia per la madre. Non lo trovavo. C'è per il padre e questo può portare a pensare che sia lui la persona che più ha ferito quel bambino. Ma non credo,penso invece che Gioia in qualche modo abbia tentato di salvare la madre e nascondere il dolore più forte. Da bambino, nonostante l'orrore degli spilli, non la odiava troppo per paura di perderla e di rimanere solo; se odi ti stacchi e lui era troppo piccolo per riuscire a sopravvivere senza di lei. Questo scarto tra ciò che accade e ciò a cui si vuole credere è diventato la malattia di Gioia. Non ne so molto di disturbi dell'identità di genere (ammesso che di questo si tratti) ma so che i sintomi corrono in aiuto, compensano e tentano di salvare. Mi viene da pensare che Gioia sia diventata ciò che più le era mancato.
Trovo sia meravigliosa la capacità di Luigi di raccontare come venga vissuto l'abbandono da parte di un bambino, riportandone la confusione, l'assenza di confini tra mio e tuo, le colpe immaginate e i pensieri che non si danno pace, pronti sempre a sperare che a sbagliare non siano gli altri, quelli che amiamo.
Grazie a Luigi.
Sara

Ho difficoltà ad andare avanti, lo ammetto. Alcune frasi si conficcano nella mente e non puoi continuare, devi prenderti il giusto tempo per metabolizzarle.
Gioia e la sua personale sbobinatura di emozioni, infastidisce e inquieta.
Leggendo Pozzoromolo mi è venuta in mente proprio la pratica dello sbobinamento (permettetemi l’uso di quest’orrido termine) che in molti praticavamo all'università. Si trattava di registrare a rotazione le lezioni e poi riascoltarle, trascrivendo ed integrando gli appunti presi in fretta e furia in un'aula colma di studenti all’inverosimile.
La mia impressione è che Carrino, attraverso Gioia, ci sta riproponendo la sua particolare sbobinatura degli eventi. Lo stratagemma interessante e destabilizzante è di perdere per strada qualche nastro e tentare di colmare i buchi con gli appunti di un compagno di corso molto pigro.
Riusciremo a ultimare il puzzle?
Pierfrancesco

Trovo la terza parte del libro molto coinvolgente, più delle precedenti. In particolare le pagine 167-170 sono state per me le pagine più faticose da leggere. Sono le pagine del diario Tom. Il registro usato dall’autore in questi passi mi ha trasmesso la voce di un bambino costretto a vivere una realtà crudele, un bambino che cerca di coprire l’assurdo con il velo della normalità. Il suo silenzioso grido, la sua giustificazione a ciò che gli accadeva e la semplicità del racconto mi hanno destabilizzata, quasi volevo smettere di leggere per non farmi male. È questa la straordinaria abilità dello scrittore. Lo trovo geniale.

vi ringrazio tutti.
vorrei dire qualcosa in relazione agli ultimi commenti che ho letto.

cos'è che ci spinge a leggere un libro? la storia. sempre la storia? ma no; magari perché conosciamo l'autore, ovvero ci è piaciuto un suo libro precedente. la copertina ci attrae. sì? leggiamo la quarta. lo rimettiamo al suo posto. lo portiamo a casa. il titolo. certo, a volte. o semplicemente un mix di questi fattori. leggiamo una pagina. ci prende. non ci prende.
Bene, il libro lo abbiamo portato con noi. Cominciamo a leggerlo. Dopo poche pagine, cosa ci fa continuare nella lettura di un libro che abbiamo scelto? Il fatto che la storia ci piaccia? se è scritto nel modo che ci piace, allora sì. se c'è il personaggio che ci piace, se c’è un intreccio che ci piace,... e così, a iosa, ce ne possono essere infiniti di motivi, i motivi del ‘mi piace’.

ho cominciato a scrivere in un 'certo modo' (anche) perché non mi piaceva ciò che leggevo di contemporaneo. mi annoiavo. tuttora mi annoio. è raro che un contemporaneo mi piaccia.
trovo irritante la sequela di dettagli sovente corredata da informazioni che, ai fini della storia, a poco servono. questa ridondanza, questa incontinenza, questa zuppetta di “era un pomeriggio di inverno e io mi sentivo triste come non mai”, a mio parere, non è tutta colpa degli autori.
le case editrici hanno una responsabilità enorme. hanno standardizzato il lettore (parlo in generale, nessuno si senta offeso), lo hanno convinto ad aspettarsi esattamente e sempre la stessa cosa, lo stesso modo, lo stesso approccio, lo stesso fiume di parole che scorre con la stessa corrente. fateci un po' caso: nel 95% dei casi è difficile oggi distinguere uno scrittore da un altro. e devo dire che, per quanto mi riguarda, gli americani fanno anche peggio di noi italiani.
Sia chiaro: non è che mò arrivo io e chissà che. È che ho solo un’idea diversa dell’atto della lettura. Gli italiani sanno scrivere, molti lo sanno fare. Ma quanti autori italiani, conosciuti, fanno – tentano almeno di fare – letteratura? Ha ancora valore questa parola – per me che sono anche e soprattutto un lettore – oppure non c’è davvero più via di scampo dal grande ingranaggio di marketing che stritola i nostri migliori (e sconosciuti, ahimé) autori? La velocità alla quale, nostro malgrado, ci siamo dovuti abituare ha colpito einsteinianamente anche la lettura. Non abbiamo il tempo di fermarci a inferire (non tutti, per fortuna, ma in generale è così). “Seguiamo” la storia, non vogliamo “capirla”: la vogliamo solo seguire, nessuno sforzo di comprensione, nessuna domanda, solo ‘storia’ come fossimo davanti a un televisore.
Oggi sono pochissimi quelli che leggono la Morante o Proust (che di Storia e storia ne la raccontano eccome), figuriamo Joyce!, manco più nelle scuole.

Vi faccio io un paio di domande. Cosa ci fa più grandi, o più piccoli, quando leggiamo un libro? Cosa ci aspettiamo dalla lettura di un libro? E, infine, cosa vi aspettate/aspettavate dalla lettura di Pozzoromolo?

Se la risposta a quest’ultima è: un libro che parla di follia come, che so, Spider di McGrath (un buon testo, per carità!), allora avete sbagliato libro. Io ho fatto un viaggio. Come Gioia, sapevo il punto di partenza, il punto di arrivo. Come Gioia, non so cosa ci sia in mezzo. Ma questo viaggio, tutta la strada, i rettifili, i tornanti, le salite e le discese, le cose gli alberi l’aria il colore intorno mentre percorro – leggo, scrivo – tutta la strada, è il mio atto di comprensione della distanza, soprattutto dalle cose che non conosco.
Non so se ho scritto qualcosa di buono. Ma vi garantisco, amici miei, che c’è l’ho messa (e ce la metterò) davvero tutta per dare un contributo al mio pensiero sull’atto della lettura.

Non rileggo. Perdonate gli strafalcioni.
Luigi

Per me hai fatto un qualcosa di molto bello e interessante, anche e soprattutto per un'originalità riconoscibile. Hai fatto Arte e non ti sei amalgamato agli standard che ci sono in circolazione. Come dici tu, certamente non sarà il libro più bello della storia, ma secondo me è un libro importante, un intento di portare in alto un'idea di letteratura e di lettura "diversa". Sono assolutamente con te.

ps: infatti tra qualche giorno farò una breve recensione al tuo romanzo sul mio blog... sperando che ti faccia piacere, si capisce. Anzi, se vorrai commentare, sarà un estremo piacere.

E difatti Luigi sei stato ampiamente premiato e forse tra qualche tempo ancor più che ampiamente.
Sono d'accordo su tutto ciò che hai detto e felice e confortata che tu lo abbia detto. Ce la faremo!
Grazie
Sara

grazie marco, e grazie sara :)
vi metto il link di un'intervista a più libri più liberi

http://www.youtube.com/v/LVu9AJnVH3o&hl;=it_IT&fs;=1&

luigi

Leggere e scrivere sono entrambi viaggi, ma lo scrittore ha una responsabilità in più: deve guidare il lettore per non indurlo ad abbandonare la strada. Dal tuo libro, Luigi, mi aspettavo meno di quanto poi ho ricevuto: mi aspettavo il solito viaggio in carrozza, ho avuto invece un viaggio in un labirinto di specchi.
Pozzoromolo mi piace molto, come ho già detto meriterebbe un riconoscimento ... Sabrina

Scusate se arrivo tardi ma io sono sempre affannata e non riesco ma a fare tutto quello che vorrei!
Condivido le vostre riflessioni, il fatto che Gioia in fondo sta bene dov'è, che vuole restare internata perchè quello è il luogo che conosce meglio. Concordo anche sul fatto che si comprende quale sia la persona che ama di più, suo padre, e credo che proprio a causa di questo amore malato lei/lui abbia un'identità sessuale confusa.
Rispondo alle domande di Luigi: Cosa ci fa più grandi, o più piccoli, quando leggiamo un libro?
Io credo che ogni libro, bello o brutto che sia, ci aiuti a crescere, ad aggiungere un pezzettino di puzzle alla nostra consapevolezza, perchè ci dà emozione (positiva o negativa che sia), ci spinge a riflettere, o anche semplicemente attiva nel nostro pensiero dele reazioni a catena, delle associazioni, che ci danno qualche cosa.
Cosa ci aspettiamo dalla lettura di un libro?
Non mi creo mai aspettative da un libro che non ho ancora letto (è un po' diverso con quelli che rileggo). L'unica cosa che mi aspetto da un libro è passarci insieme del buon tempo.
E, infine, cosa vi aspettate/aspettavate dalla lettura di Pozzoromolo?
Avevo letto delle buone critiche su Pozzoromolo da Paola Pioppi ed Elisabetta Bucciarelli, che stimo molto, quindi diciamo che mi aspettavo una buona lettura. Niente altro.
Ovviamente le aspettative non sono state disattese e,sì, è una tortura doverne leggere un po' alla volta!!!!!

Grazie Luigi, l'avevo già vista. Un'intervista che pacifica.
Sara

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