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Perché è importante leggere

Gruppo letterario: Pozzoromolo - step 2

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Di Morgan Palmas

Siamo tutti giunti a pagina 144 del libro, le ultime parole sono di Marco Palasciano
“Io non ho amato mai se non invano: questo ti renda forte della tua debolezza, imparare a patire con gli altri pazienti”.

Proviamo oggi a compiere qualcosa di diverso, a concentrarci sui contenuti, sulla strutturazione dei contenuti e sul loro rapporto.

In questa seconda parte si precipita nella realtà del passato di Gioia.
Alcuni esempi.
Pagina 79: “Sono riuscita a fissare così le tappe […] Mario, certo”.
Pagina 91: “La prima volta, la prima volta che mi hai bucato le mani…”.
Pagina 115: “Mentre guardo in alto penso…”.
Pagina 141: “Sotto la foto, nella parte […] scattato la polaroid”.

A pagina 126 vi è una delle virate fondamentali del romanzo: “Sotto le fondamenta della vecchia casa, la casa dove…”.

Non so la vostra sensazione, io ho letto facendomi trascinare e destabilizzare, nonostante gli agganci di realtà, nonostante emerga una chiarezza di trama che nella prima parte non avevo percepito (voluto o non voluto dall’autore questo non lo so, o forse è del tutto soggettivo).
Destabilizzato perché gli elementi che mi hanno sostenuto nel comprendere parte della vita di Gioia, in realtà, mi stanno al medesimo tempo allarmando, nel senso che non comprendo se sia un ulteriore artificio per depistare, per confondere, per portarmi in direzioni sbagliate rispetto al nucleo del romanzo. 

Sul+Romanzo+Pozzoromolo.jpg


Il registro di scrittura di Gioia cambia più volte, si confronti pagina 93 con pagina 133, soltanto per fare un esempio, in ogni caso la scrittura si distende rispetto alla prima parte, sembra che la protagonista conquisti giorno per giorno una consapevolezza di sé, prima soltanto sperata, di ciò che è lei rispetto al mondo che la circonda. Tuttavia in questa nuova e continua conquista di consapevolezza sembra che diventi più dura, più distaccata, certamente meno disposta ad accettare, nel senso proprio di accettazione. O forse una accettazione differente, lo vedremo.

Senza suddividere i commenti per punti, questa volta proviamo a integrarci sui contenuti, parlando della trama, di ciò che vi ha stupito o meravigliato, di ciò che vi ha deluso o insospettito.
Poi dirò altro.
Per chi arriva dopo nei commenti, scrivete comunque, non c’è fretta, possiamo leggerci anche stasera o domani.
Ricordo che il prossimo step è fino a pagina 215. A mercoledì prossimo.
Nessun voto finora
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Commenti

"Non è stata mai, Maia, mai colpa mia".
Gioia che uccide il gatto. Gioia che ha ucciso il criceto, emulando il comportamento materno nei suoi confronti. La calza di sua madre con dentro il criceto. La calza di sua madre per legare mani dietro la schiena.
Gioia che vuole recuperare il viso della madre.
A pagina 104, leggiamo, della madre, che: "mi afferri con tutte le coperte e mi butti per terra, casca la terra. Mi dici che sono una puttana una troia una zoccola". Inverosimile che la madre usi questi insulti verso il piccolo figlio maschio. Meno inverosimile che Gioia, il bambino, riporti, per immedesimazione, gli insulti sentiti dalla bocca del padre nei confronti della madre. Credo.
Il ricordo molto definito del 29 maggio. Finalmente Gioia ci fa tirare il fiato. Non siamo più costretti a soffrire da cani con e per lei. Per un attimo si tesse un po’ di normalità, dei brandelli di cura ("Quando mi sentiva cantare il nonno sorrideva sempre, sorrideva uguale a papà, e mi diceva mantieniti, mantieniti e non cadere"). Respiriamo.
Il 31 maggio c’è l’osservazione puntuale di ciò che la circonda, la capacità empatica di percepire la felicità altrui. La forma della dignità ("Rido ogni tanto, mica sguaiata. Sorrido. Mica ossessa, mica pazza").
56 maggio: quello che sembra un clamoroso cambio di stile narrativo. Addio tum-tum-tum della paratassi. Leggiamo e pensiamo che, per quanto Gioia abbia studiato, per quanto legga, è impossibile che si esprima così: "nello sfrigolio delle mani alacri", "foglie Burley ellittiche, leggermente lanceolate". Ma fermi. Si scopre che di foto si tratta. E’ la foto a descrivere se stessa. Grande Luigi.

Ora che il groviglio narrativo si addolcisce penso a quanto sia ruvida la prima parte di Pozzoromolo. E' confortante capire (o credere!)che l'autore abbia deciso di presentare Gioia al lettore partendo dall'aspetto meno facile della storia. Sembra che Luigi Carrino abbia a cuore, prima di tutto, di rispettare il dolore, di descriverlo con tutta l'attenzione possibile, di garantirgli cura. Avrebbe potuto accattivarsi i lettori con un incipit ad effetto, nella storia non mancano certo gli eventi forti. Trovo coraggiosa la scelta di non volere conquistare i lettori a tutti i costi ma di chiedere a loro un po' di fatica.
E, alla faccia di tutte le tecniche e prescrizioni di scrittura, Luigi si chiede: come parla il dolore? E come l'inconscio? E per narrare Gioia sceglie una prosa lirica che rimanda ad Alda Merini, al suo sarcasmo, alla sua ironia e al suo modo di ingarbugliare le parole per fare uscire un verso e a Mariangela Gualtieri, alla cura, quasi sacra, con cui cerca le parole giuste.
Sara Gamberini

La seconda parte inizia con la conferma di una ipotesi da me formulata in precedenza: Gioia scrive lettere che non possono essere lette, che non si riconoscono in ci... Mostra tuttoò che dicono e non sanno dire quando sono avvenute confondendosi l'una con l'altra. E' la prima presa di coscienza del protagonista di ciò che ha messo in atto, ovvero del suo processo di rimozione. E' seguita dalla bruciante consapevolezza che ormai la sua vita è passata, non c'è più tempo da perdere. E infinito dopo l'episodio della morte del gattino (rievocazione "vissuta" dell'involontario omicidio di una persona amata) e il periodo di punizione essa ricorda: parte dalla consapevolezza, dalla certezza dei ricordi su Mario (Ho pensato che la storia di Mario è giusta, è quello che è veramente successo) e si comincia a parlare dei nodi centrali dell'anima del protagonista, a dipanare il filo. Dapprima ricorda la madre (51 marzo) in una serie di lettere dolorose, che cercano ancora di sfuggire a connotazioni temporali precise, ma che sono lucide rievocazioni delle torture inflittale dalla madre. Queste punizioni eccessive per mancanze futili vengono replicate ingenuamente dal bambino/bambina, sempre lasciato solo in casa, sul criceto e sul fratellino, in un gioco d'imitazione inconsapevole. Il 18 marzo è presentata la conseguenza inaccettabile dell'inestitente educazione materna: L'OMICIDIO involontario del fratellino , la frase "le mani legate dietro la schiena ..." è cancellata perchè è l'unica ammissione di colpa. Gioia sa che è colpa della madre, delle sue bugie, delle sue assenze, della sua mancanza di amore "io volevo bucarti la lingua che parlavi, per non farti dire mai più la verità che avevi mentito". La verità è che la madre ha coperto Gioia togliendo lo straccio, nascondendolo, ma ha coperto soprattutto se stessa. I suoi errori hanno piantato a Gioia una quercia nel petto.
Sabrina Mantini

Uno dei punti su cui si basa la vita di Gioia e gli accadimenti che si sono succeduti è il (non) rapporto con la madre. [anche quando un rapporto non esiste è sempre 'vero', esprimendosi nella sua mancanza].
Gli eventi che nascono da questo, anche le cose compiute volontariamente, sono un seguito di quel rapporto.
La storia è indubbiamente forte, potente, a tratti malvagia, ma deve comunque cedere il passo alla forza del personaggio e della sua voce, interiore e non, passata e presente, nell'alternanza che Carrino ha scelto di dare al romanzo.

Ho scritto random. Non so se è ciò che chiedevi.

Ma subito dopo riconosce il suo dolore e la sua colpa, metaforicamente, nella storia dei due fratelli (19 marzo) di cui uno, cattivo, ammazza il più piccolo, e viene punito essendo suddiviso a metà in due scogli(uno vivo, l'altro morto). E' la metaforica condizione di Gioia da allora: è apparentemente viva, ma dentro è nera, cattiva, senza vita. Nella lettera successiva (20 marzo) procede nel percorso d'indagine: si accorge che le parole la nascondono come uno scoiattolo in letargo, che sta scrivendo se stessa e che lei è quel lamento continuo che scrive (e legge).In aprile dopo il Remeron, un pianto che è come venire al mondo (altra metafora collegata) appare la prima lettera del 57 aprile in cui viene al mondo la verità sulla madre, la consapevolezza che è stata crudele e che ha determinato la fine della sua vita a Milano. Segue il ricordo dell'abbandono definitivo della madre, che diventa assenza per sempre.
Poi il 28 e il 29 aprile c'è la svolta definitiva: è il suo compleanno e si propone un nuovo inizio .. il principio di tutte le cose, di una nuova forza che la ricostruirà e ricostruirà la sua storia (pagina 112)
Sabrina Mantini

Nella lettera successiva (30 aprile) si arrampica sulla sua quercia senza che i rami si spezzino, arriva in cima, è il suo traguardo, ce l'ha fatta: può urlare le sue ragioni al cielo. E a Maggio ci sono lettere di rivelazione: la masseria dove è costretto a lavorare, bambino, come un adulto, a causa dell'ignoranza dei nonni e dell'indifferenza-assenza del padre, che arriva in visita raramente e solo per punire, senza andare a scuola, senza poter parlare dell'assenza divorante della madre, del senso di colpa per il fratello.Nella masserizia c'è solo assenza (di tutto)e il tentativo di nascondersi dal dolore sotto le coperte. C'è il ricordo del pozzo, POZZOROMOLO (pagina 126) dove c'è un ricordo diabolico che nessuno vuole ricordare e che è costato al protagonista la follia. Gioia è impazzita per salvarsi dalla follia, dalla maledizione familiare (torture, assenze, ignoranza, colpa, e chissà cosa altro).Infine nella lettera del 31 maggio notte tanti ricordi tutti di momenti di amore-non amore (l'ago della madre, il quaderno tenuto alla masseria dei nonni che non lo mandavano a scuola, la cartina del bacio donato da Mario per illuderla con un falso sentimento e indurla a farsi sfruttare)e per ultima la presenza del padre, muto, colpevole, lontano (perchè non hai mai detto niente?). Nessuno s'interessa di Gioia, nessuno lo/la vede ... e nella foto ricordo scattata dal padre alla masseria il bambino di undici anni è coperto da una pianta ... non lo ha guardato mai, anche quando scattava foto il bimbo era solo un particolare trascurabile nella scena.
E a pagina 144 a riassunto degli eventi narrati la frase "io non ho amato mai se non invano", ottima sintesi della vita della povera Gioia.
Sabrina Mantini

La differenza di stile delle varie parti è funzionale alla situazione del protagonista: nei pezzi di descrizione della realtà (presente e passata) lo stile è dominato da paratassi ossessiva, nei pezzi di ricerca interiore c'è cura lessicale con figure retoriche e un linguaggio "poetico". E' lei che si scrive e si legge, sono i suoi stati d'animo che parlano, lo stile varia perchè a volte parla la sua ossessione, a volte il ricordo bambino, a volte l'anima nutritasi successivamente di letture. Sono le sensazioni, i ricordi a parlare, le mille sfaccettature dei sentimenti. E nell'ospedale parla l'urlo nero dell'assenza e del pozzo. Con ciò ho concluso. Sabrina Mantini

Vi confesso che a tratti il pozzo m'è sembrato come il ritratto di Dorian Gray, un vicolo attraverso cui far passare simboli e fatti. Boh. Luigi, mi hai rinco... con questo libro. :)

Altra cosa. Dal punto di vista linguistico, mi garbano molto le ossessioni di Gioia, il suo cadenzare peculiare, riconoscibilissimo anche se fosse fra 100 personaggi. Non è questo il caso.
Ho capito perché hai ringraziato il super romanzo di Giorgio Vasta...

@Morena: il non rapporto con la madre, credo che vi sia tanto da scoprire ancora su questo, o almeno lo spero. Lo vedremo.

@Sabrina: pagina 144 come sintesi, sì.

Se devo parlare di una debolezza che intanto mi pare di intravedere nelle pagine lette, devo citare la mancanza di una forte struttura di sviluppo. Mi spiego per non essere frainteso. Il lettore scopre a tratti, a pezzi la vita di Gioia, una pennellata qui e un'altra lì. Bello, interessante, faticoso talvolta. Tuttavia le immagini, le evocazioni e la psiche di Gioia suppliscono con la loro forza la mancanza di una storia ben strutturata. O forse finora è così.

Altra cosa, mi appare sempre più chiara l'ambiguità sessuale, anche dalla foto in copertina che la esprime chiaramente.

La struttura di sviluppo è faticosa da seguire, è vero. Mi sembra che anche in questo caso l'autore abbia privilegiato il tema facendo forse soffrire l'impalcatura dell'opera. La struttura del romanzo vuole, a mio avviso, essere una struttura psicotica. Come pensa una persona che soffre di un disturbo narcisistico di personalità? ''E' solo che, solo che sono impazzito per salvarmi.'' Altroché rimozione, per sopravvivere Gioia ha dovuto attingere a dei meccanismi di difesa davvero primitivi. I ricordi arrivano in modo strano alla coscienza, Gioia non si sa riconoscere. L'intreccio coincide con la confusione psichica di Gioia ed è vero che forse in qualche punto Luigi Carrino calca un po' la mano. Virtuosismo o sperimentazione che siano la follia è spesso ostinata, ridondante, costruisce pensieri fastidiosi, rimugina pensieri in apparenza poco importanti per trovare il coraggio di avvicinarsi alla fonte del dolore. Ripropone, in ossessione, una paura ma non osa guardarla. Nasconde le prove. Il lettore segue l'intreccio dell'inconscio, conosce di pagina in pagina solo ciò che Gioia è in grado di affrontare.

Mi scuso, non ho firmato il commento.
Sara

Il cambiamento è netto, a mio parere, tra la prima parte che abbiamo letto, e questa seconda... sembra un interruzione perfetta, caduta a pennello, voluta.
Gioia comincia a svelarci la sua vita, lucidamente, mi sciocca con certi accadimenti come il fatto del criceto, del fratello. Gioia, l'uomo, comincia a fare capolino più chiaramente , sebbene per la foto in copertina ed altri piccoli indizi, già lo sapevamo.
La sua vita stupisce, destabilizza, soprattutto il modo com' è scritto il romanzo, seguendo questa linea faticosa e coraggiosa ma che alla fine coinvolge molto.
Come nella prima parte, ci sono pagine che leggo a fatica, e pagine che non riesco a lasciare... un tira e molla continuo, si tiene il fiato per poi tirarlo poco più in là.
Per adesso è tutto.
Buona notte a tutti.
Donatella

sono contento del commento di Sara. Cominciavo a pensare di essere l'unico a trovare Pozzoromolo troppo complesso. Questo libro è un rebus! Mi spiace ma io mi sono completamente perso. Magari provo a ripartire dall'inizio... però non so se riesco a raggiungervi per la prossima tappa
Ci provo
Renato

buongiorno a tutti e ben trovati :)
nella mia idea, la struttura doveva essere qualcosa di estraniante. il tempo e lo spazio di Gioia non possono essere percepiti come lo percepiamo noi. La dilatazione temporale (34 gennaio) e lo scollamento dimensionale (flashback + flashforward presentificati nella stanza di Gioia, la stanza dove si materializzano persone e avvenimenti della sua vita) sono il principio di realtà al quale Gioia non rinuncia, ma non lo fa secondo una sequenza, quella che noi vorremmo, magari anche comodamente, seguire.

A disposizione del lettore ho messo un numero finito di tessere. La combinazione e ricombinazione di queste tessere definisce la sotria. Ma è al llettore che viene chiesto il "viaggio", e non solo seguendo il 'viaggio' di Gioia nel suo pozzo della follia.

Gli elementi oggettivi di questa storia sono molti. Non comprendo l'affermazione
"Tuttavia le immagini, le evocazioni e la psiche di Gioia suppliscono con la loro forza la mancanza di una storia ben strutturatazione"

Quando una storia viene considerata 'ben strutturata'? Ovvero, cosa significa 'strutturare bene' una storia?
Se si intende, con questa affermazione, una sequenza di avvenimenti descritta linearizzando le tre unità aristoteliche, perché secondo di accompagnando il lettore mano nella mano verso il finale, allora sì, questo significa che Pozzo non è ben strutturato.
Ma attenzione però, perchhé in questa 'tragedia' le unità di azione, di luogo, di tempo, sono paradossalmente molto rispettate :)

Luigi

Renato, Sara, portate pazienza :)
Magari questo libro non vi piace, non vi prende, e ci può stare, ci mancherebbe!

Luigi

Più cattivo, più pressante, disposto a colpire più in profondità.
Così riassumo la mia percezione della seconda parte della nostra lettura.
Personalmente mi ha colpito l'ossessione per il particolare, apparentemente insulso, che condensa in sé tutte le fredde scelte a cui è stata esposta Gioia. Il 57 aprile è esemplificativo di questa idea: la descrizione delle sensazioni connesse all'abbandono da parte di una madre che c'è stata solo per punire, ruota intorno ad una fetta di pane col sanguinaccio che Gioia non vuole mordere. Come se solo entrando in contatto con quella materia rendesse reale tutto quello che la circonda. Gioia ci racconta, almeno questa è stata la mia percezione, come ha imparato a mettere gli eventi che incontra tutti sullo stesso piano, indipendentemente dal loro effettivo impatto sulla sua vita.
In questo modo tenta forse di corazzarsi, di rimanere impassibile davanti agli altri, all'altro da lei.
Condivido quello che diceva Donatella, alcune giornate descritte possono sembrare inutili, ad una prima lettura. Probabilmente (ma è solo una mia supposizione, per la quale sarebbe utile il parere dell'autore) è una scelta, come una spugna fra due pugnalate, serve a farci riprendere fiato, a guardare ogni tanto fuori da questo pozzo in cui Carrino ci sta spingendo.
Pierfrancesco

Nelle pagine di questo secondo step ho trovato due cose principalmente. Indizi per capire qualche cosa di più della storia di Gioia (a meno che poi non si rivelino indizi svianti, ma lo scopriremo più avanti eventualmente), e piccole dosi di struggente poesia: "Disubbidita dal creato di ombre della mia stanza, abbandonata. Di notte i miei occhi fanno un viaggio. Nono tornano mai uguali, non tornano più." "Le cose brutte, brutte assai, come la notte il terremoto la morte, vogliono un abbraccio forte per andarsene lontano" .
E' interessante anche lo sviluppo del racconto attorno alla nonna, che pare molto più attenta a prendersi cura di gioia rispetto alla madre. però mentre Gioia scrive del suo amore per la madre e del suo dolore di figlia abbandonata, non esprime amore o affetto nei confronti della nonna.

Eh no, il libro mi è piaciuto.
Non coincidono intreccio e struttura psichica?
Sara

@Luigi: io ho compreso una cosa, dentro Pozzoromolo vi sono logiche nascoste, o almeno questo m'è sembrato di cogliere qua e là, e chissà quanto non ne ho colto...
Ho utilizzato il verbo "supplire" con un preciso significato. Nel tuo romanzo, almeno questa è la mia impressione, si è lavorato tantissimo sul livello linguistico e sugli aspetti di "strappo" legati alla vicenda di Gioia, manca una struttura che porti il lettore a respirare punti di vista diversi e situazioni diverse, lontano dagli occhi e dalla mente di Gioia. Un flusso di coscienza calibrato e penetrante, ma pur sempre un flusso di coscienza, il quale libera l'autore da considerare altri punti di vista appunto, concentrando e sviluppando le vicende. Gioia si specchia su Gioia, la sua storia si specchia sulla storia (cioè la psiche e i ricordi di Gioia), l'unica concessa al lettore.
In questo senso, sempre, ripeto, una mia impressione, una struttura forte e complessa manca, perché è un filo unico che per quanto "strappato" e "rimbalzato" da un ricordo all'altro, è pur sempre un filo unico.
Sto sbagliando? Non so Luigi se sono riuscito a spiegare un po' meglio il mio pensiero.
Fermo restando che la tua scelta sperimentale a me garba assai :)

premesso che - spero -, in questo spazio si dica il bello e il brutto, il buono e il cattivo del mio 'pozzo', ho capito Morgan cosa dici.

logiche nascoste. beh, esiste una matassa sì, e un filo che parte, arriva e riparte, dalla stessa matassa. Gioia cerca di dipanare questo groviglio. Qual è l'obiettivo di Gioia? Ritrovare, riconoscere il motivo del suo internamento.

Flusso di coscienza vs struttura. Il 29 maggio, ad esempio, Gioia descrive come trascorre un giorno nella masseria, e lo fa con una linearità spaventosa. Se si pensa alla stessa cosa nel manicomio, ovvero alla prima parte dove Gioia descrive "il rito" quotidiano della sua vita all'interno dell'OPG, si osserva lo stesso approccio lineare (si pensi alla descrizione del momento della colazione, del pranzo, della cena, della passeggiata nel parco)...

Pagine che servono a prendere fiato (donatella, pierfrancesco). Come indizio - mi permetto -, vi dico che non c'ìè una sola parola messa a caso. Quello che può accadere è che, leggendo, si pensa che un certo delirio di Gioia non è importante ai fini della comprensione ma solo ai fini del suo delirio. Non è così :)

La nonna (carla). Ci sono molti momenti in cui Gioia parla di sua nonna, riportandone le parole in vari contesti. Ma la nonna (i nonni, in verità), non arrivano mai nella stanza di Gioia. Tranne il 56 maggio, l'unico momento in cui Gioia presentifica sua nonna nella stanza; ed è una dichiarazione d'amore.
"'a nonna mia" ripetuto così tante volte è cura e amore insieme di un personaggio che Gioia ama;e sa che non ha potuto ricevere dalla nonna un amore netto e preciso perché sua nonna era una contadina, e come tale aveva altri mezzi per esprimere il suo affetto. Gioia da bambinO non sapeva riconoscerlo, ma in queste sue lettere, con un registro adultomorfo, manifesta la sua comprensione.
E non è affatto un caso l'inversione del registro. E' Gioia a parlare in dialetto, mentre sua nonna possiede una grande propietà di linguaggio. Come a riparare un torto che la vita ha fatto alla nonna stessa, e al loro rapporto.

Luigi

Io ho sempre avuto l'impressione che il libro si stesse scrivendo mentre io sfogliavo le pagine. Per questo secondo me non è percepibile l'idea di un libro ben strutturato, perchè va contro ciò che noi presupponiamo come struttura, abituati comunque a tutte le nostre letture avvenute in precedenza che ci hanno "insegnato" una serie di strutture che seguono certe regole. Attenzione, questo non vuol dire che c'è una struttura inedita mai utilizzata nella letteratura, semplicemente c'è anche un gioco di casualità che ci confonde. Questo ci destabilizza dall'idea ferrea che noi abbiamo di un libro ben strutturato, che può riguardare tanto lo scrivere cronologico quando una scrittura a salti (perchè anche quella, nonostante sia a salti noi la "confenzioniamo" nella nostra mente secondo un progetto ben definito dove, per quanto a salti, le cose sono organizzate in un modo e non in un altro. E questo per noi vuol dire ben strutturate.).

RICCARDO

@Luigi: comincio a comprendere di più, alcuni aspetti li devo considerare sulla base di questa ottica che hai voluto sottolineare. Ti ringrazio.

prego Morgan.
ma, sia chiaro: ragazzi spingetevi anche oltre.
non abbiate paura, non mi offendo: al max, difendo:)

grazie a tutti.
grazie speciale a a sabrina e riccardo :)

Luigi

Chiedo umilmente scusa per il ritardo, ma potete ben capire, vedendo l'ora in cui sto pubblicando, che ho avuto tre giorni talmente intensi da non riuscire quasi ad avere il tempo di mangiare. Avete già detto tanto, quindi mi limiterò, per questa volta, a "fare presenza" e niente più, sarà certamente per il prossimo appuntamento di mercoledì prossimo. Voglio solo dire che il libro mi sta davvero piacendo e coinvolgendo tantissimo, che il linguaggio lo trovo azzeccato in tutto e per tutto. Nulla mi sembra scritto in maniera casuale e sono convinto che, nella seconda metà del romanzo, la storia diventerà ancora più chiara e molti aspetti, ancora "dubbiosi", saranno svelati al lettore. Lo credo e lo spero, vedremo...

Vorrei fare poi una domanda a Luigi: in queste seconde 72 pagine, emerge (mi pare per la prima volta), una narrazione in prima persona fatta anche al maschile. Nella prima parte mi pare che sia tutto al femminile, mentre qui, attraverso i ricordi di quando Gioia era bambino/a, subentra anche la forma maschile. "Sono io l'unico che è risalito, me lo ricordo, non è che mi sono dimenticato" ne è un esempio. Ecco, non vorrei sbagliare, ma nel raccontare invece i dialoghi sembrerebbe che ci sia una volontà ben precisa di non definire mai Gioia, non attribuendole quindi un sesso preciso. Correggimi se ho detto una cavolata. Ho dedotto questa cosa quando ho incontrato "senza vestiti", invece di dire nuda/o. Da lì ho riflettuto e mi sono riletto i dialoghi di questa seconda parte, alimentando la mia ipotesi. Mi piacerebbe sapere se è vero e capire il motivo di questa scelta. Grazie e complimenti vivissimi.

Chiedo scusa anch'io per il ritardo, ho saltato la prima scadenza e riesco a "recuperarvi" soltanto oggi.
Riguardo alla struttura vorrei aggiungere che se da un lato è vero che il tempo e lo spazio e il cambio di registri stilistici creano una sensazione di straniamento, dall'altro mi sembra che il percorso di Gioia proceda più chiaramente di quello che sembra, soprattuto se lo guardiamo non dal punto di vista di ciò che è successo a Gioia, ma di come Gioia cerca di rispondere alla domanda che pone all'inizio e che ha ricordato Luigi nei commenti: riconoscere il motivo del suo intermanento.
Gioia inizia a scavare alla ricerca di questo motivo. All'inizio sembra che ruoti intorno alla storia con Mario. Però capiamo subito che c'è dell'altro. Gioia va avanti, torna alla sua infanzia a Milano. Poi arriva il racconto dell'infanzia con i nonni.
il secondo step finisce con una lunga pausa. Nonostante la freddezza dei nonni sembra che ci sia stato un momento, nella sua vita di bambinO, in cui Gioia potesse trovare, se non la serenità, almeno un posto in cui potersi nascondere, in cui sfuggire al dolore. Quindi la risposta probabilmente non è nemmeno nella sua infanzia. Ma non sono depistaggi, sono step che scavano in profondità.
E poi c'è la sua ambiguità sessuale, che finora è stata solo un fatto, non è ancora stata "analizzata/ricordata" da Gioia. Mi sembra che nel suo percorso abbia iniziato a cercare risposte all'esterno (Mario) per stringere man mano il cerchio (l'infanzia, la madre).
Faccio anch'io i complimenti a Luigi, è davvero un bel romanzo, almeno finora :)
Emanuele.

grazie emanuele :)

@marco
il passaggio al maschile avviene soprattutto quando Gioia parla del padre o di zio giggino (le figure maschili, appunto)

ma hai perfettamente ragione riguardo il 'neutro' utilizzato nei colloqui con la madre (in questa prima istanza).
in realtà, Gioia sta rivivendo quello che scrive. E scrive con una scrittura bambina, ma adultomorfa.
Da adulta il genere maschile non è completamente accettato da Gioia, proprio in virtù della sua nuova condizione che è più vicina a un'identificazione femminile.

Ho cercato di rendere questo scarto attraverso questi meccanismi...

Luigi

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