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Editoria a pagamento e questione morale

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Di Daniela Nardi

Dato che l’argomento che sto per affrontare è piuttosto delicato e facilmente soggetto a polemiche, vorrei precisare alcune cose.
Sono contraria all’editoria a pagamento in generale e contrarissima all’esistenza di quel sottobosco di presunta editoria, sotto la quale si celano vere e proprie truffe.
Altrimenti però, avendo bazzicato la vita da alcuni decenni, sono abbastanza avvezza a certi meccanismi umani e sociali da non illudermi che bastino le semplici proteste o i manifesti contro alcune pratiche poco ortodosse, perché esse finiscano.

In questo intervento non parlerò dei cosiddetti contratti-fregature che vengono propinati agli esordienti da semplici tipografi travestiti da editori; in questi casi la legge è abbastanza chiara sulla natura di queste attività truffaldine e anche se è difficile rientrare in possesso dei capitali sborsati, ci sono strumenti come la denuncia, che stigmatizzano questi comportamenti.
Quello di cui vorrei parlare è un fenomeno più subdolo che coinvolge le case editrici vere e proprie, dotate di struttura organizzativa efficiente, che utilizzano un sistema a dir poco vessatorio nei confronti delle solite vittime, cioè gli esordienti: il contributo.
Per quanto abbia spulciato tra gli articoli della Legge sul Diritto d’Autore, non ho trovato alcun riscontro sulla legittimità o sulla legalità del contributo: niente di niente.
La conclusione logica è che ci sia un vuoto legislativo di cui gli editori hanno approfittato, creando una sorta di consuetudine che abbia valenza legale.
Per le case editrici il contributo rappresenta un onere che l’esordiente si deve accollare per poter ottenere una serie di servizi, in virtù del fatto che il succitato è un emerito sconosciuto.
Per il povero autore è una forca caudina che è convinto di dover attraversare per poter entrare nel dorato mondo dei letterati emersi.

Personalmente ritengo che qualsiasi richiesta di contributo (in denaro, acquisto di copie), sotto qualunque forma (accollarsi le spese delle presentazioni o di parte della pubblicità o dell’editing), citata in un contratto di edizione, è da ritenersi una clausola vessatoria quindi soggetta all’annullamento dell’atto.
Ovviamente queste sono chiacchiere, perché sono diversi gli autori che, avendo disponibilità economiche, non rinunciano all’occasione di farsi pubblicare e ritengono il contributo un “danno collaterale” al loro portafoglio: però, volete mettere la soddisfazione!
L’errore nel giudicare tali autori degli “sfigati”, che non sanno scrivere e che ricorrono a mezzucci (chiamiamoli così!) per non sottoporsi al vero giudizio del pubblico, sta proprio nel fatto di considerare alcune case editrici che applicano il contributo come “false”, prive di struttura organizzativa, che non leggono nemmeno i manoscritti. Oppure sottovalutarle, immaginando che questo fenomeno investa esclusivamente piccoli editori dediti al print on demand o all’istant book.
In realtà queste simpaticone sono ben organizzate, hanno un catalogo piuttosto nutrito con la presenza di qualche autore noto, una buona rete distributiva, contatti con i mezzi d’informazione anche a livello nazionale e spesso organizzano concorsi per scegliere i titoli che pubblicheranno nella stagione successiva (Devo fare nomi e cognomi? Non mi sembra il caso).
Essendo di buon livello, non hanno nessuna intenzione di ridurre gli standard qualitativi, quindi, essendo lanciate nel mondo editoriale non si capisce perché debbano perdere il loro denaro con degli esimi sconosciuti, anzi! Gli esimi sconosciuti dovrebbero essere onorati di avere un’opportunità come questa e allora che contribuiscano alle spese!

Alla luce di quanto detto, da un punto di vista etico, potremmo paragonare questa pratica ad un’altra, ben più endemica e radicata nel nostro sistema: la Raccomandazione!
Questa prassi è parte inscindibile della nostra cultura a cui nessuno, in misura maggiore o minore, riesce a sottrarsi. Che si tratti di ottenere un colloquio di lavoro o una visita medica o semplicemente un’agevolazione alla posta, la sostanza non cambia: utilizziamo conoscenze e occasioni come scorciatoia per i nostri fini, giustificandole alla nostra coscienza come “consuetudini”, dandone così una valenza quasi legale. Difficilmente riusciamo a sfuggire a questo meccanismo tanto più forte quanto più è prepotente la pressione sulle nostre aspirazioni, i risultati cui vorremmo giungere.
Dite di no? Allora lancio una provocazione cattivella, un quesito, pregandovi di riflettere bene prima di rispondere: se per ipotesi, invece di una qualunque casa editrice a farvi la “proposta indecente” fosse la Bompiani, o la Feltrinelli o la Mondadori?
Meditate gente, meditate!

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Commenti

Hai sollecitato un ottimo argomento, Daniela. Le case editrici a pagamento hanno tutto questo "potere" in Italia proprio a causa del vuoto legislativo in materia: pubblicare a pagamento può essere considerato immorale, ma di certo non illegale.

Per quanto riguarda la tua ultima provocazione, penso sia improbabile che case editrici con un budget come il loro chiederanno mai una pubblicazione a pagamento. Ma è più che ovvio che, se una sola di quelle pseudo-casupole editrici garantissero una tiratura e una visibilità del genere... beh.. la risposta si dà da sola!

A me hanno chiesto un contributo per acquistare meno di 200 copie di un mio racconto, per una cifra di oltre 2000,00 Euro. Significa che era una boiata; e se la richiesta fosse arrivata da Feltrinelli, la sostanza non sarebbe cambiata. Era una boiata.

Da aborrire qualsiasi richiesta di contributo per una pubblicazione che qualunque autore merita per la sua opera.
Vorrei porre alla vostra osservazione la mia riflessione: un concetto principe mi guida in questo rapporto, il lavoro.
Le contoparti realizzano il sinallagma compiendo ognuno il proprio lavoro, l'una, lo scrittore, creando l'opera, l'altra, la casa editrice, pubblicandola.
Grazie per l'attenzione
Antonio

Concordo in pieno con quanto scritto da Daniela Nardi. A me è capitato di ricevere offerte (cinque, per la precisione) da case editrici "minori", le quali pretendevano un contributo dell'autore: ovviamente, sono state tutte cestinate, perché considerate, da me, immorali e irriverenti. Spesso si dice che in Italia si scrive più di quanto si legge: il nocciolo della questione, secondo me, risiede proprio in questo meccanismo contorto. Molti libri vengono pubblicati senza neanche essere letti: l'importante è "saldare il conto". L'editoria è diventata ormai un mondo elitario, che richia di mettere in pericolo la credibilità di quelle case editrici che investono anche su autori sconosciuti.

Notazione rilevante è che tutti gli editori piccoli o grandi che chiedono il contributo risultano pessimi imprenditori in quanto non sanno riconoscere opere che possono valere come qualità e anche per il mercato e quindi evitano pigramente il rischio di impresa... non sanno farlo non vogliono farlo preferiscono l'escamotage di scroccare denaro al ingenuo autore. Anni fa al Lingotto di Torino uno di questi editori che mi stava facendo una proposta esosa, per invogliarmi e imbonirmi, mi ha regalato diverse copie di libri che aveva pubblicato a pagamento per altri e per le quali certo si era assunto l'incarico e l'onere di commercializzarli. Chi scrive pretende che l'editore sappia valutare, apprezzare, oppure cestinare le proposte che riceve... ciascuno dovrebbe saper fare il proprio lavoro.

Nanni, ci sembra una posizione molto condivisibile, la tua.
Non ci resta che concentrarci sui veri editori/imprenditori, allora.

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