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Editori a pagamento: pubblicare libri senza truffe? – parte 6

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Di Morgan Palmas

Negli articoli 0 1 2 3 4 5 ho cercato di mettere a fuoco alcuni elementi che possano servire a inquadrare il contesto, anzitutto per distinguere il print on demand dall’editoria a pagamento
Inizierò oggi a parlarvi di quest’ultima, avendo però sempre bene in mente che le commistioni, come già vi dicevo, non sono una rarità.

L’editore a pagamento, contrariamente all’editoria tradizionale che punta sulle vendite per i profitti, annulla il rischio d’impresa facendosi sostenere dall’autore. Non serve la pubblicità del libro, non è importante ai fini del guadagno, o almeno non lo è all’inizio, perché i costi della stampa sono coperti da chi sborsa denaro per vedersi pubblicato.
Vi sono due aspetti da considerare: la visione di chi aspira alla pubblicazione e quella dell’imprenditore.

L’autore

L’autore accetta di pagare per diversi motivi, impossibile liquidare l’argomento con una singola definizione.
C’è chi, esasperato da inutili invii di un manoscritto, decide di investire soldi per una pubblicazione certa; c’è chi non ha ambizioni particolari e quindi pensa che un contratto a pagamento sia contemplabile (perché allora non pensare al print on demand?); c’è chi, sprovvisto di informazioni (pigrizia intellettuale? grossolanità?), crede che pagare per una pubblicazione sia la normalità; c’è chi ha scritto una raccolta di poesie e, sapendo che tale mercato è in crisi di vendite costante, sceglie di pagare; c’è chi è contro l’editoria a pagamento, magari è informato, ma di fronte a un contratto e alla possibilità concreta di pubblicazione pensa: ‘Inizio così, magari poi si aprono altre strade…’.

Ecco, soffermatevi su quest’ultima scelta. È condannabile? Certamente no. In un paese come il nostro, nel quale turarsi il naso non soltanto nel voto è spesso la norma, è comprensibile che un esordiente possa decidere di cominciare la propria “carriera” letteraria attraverso l’editoria a pagamento. Conosco quasi una decina di casi di scrittori che hanno iniziato pagando un contratto e ora sono pubblicati da case editrici medie e grandi. Non solo. Alcuni di loro, grazie a quella prima esperienza, hanno poi costruito (intraprendenza? fortuna?) una rete di relazioni che ha portato un impiego nell’editoria (in un caso anche nella grande editoria). Non posso tuttavia celare che gli stessi hanno parallelamente conseguito lauree, frequentato master e corsi di specializzazione, indirizzando i percorsi verso il mondo editoriale. Quelle prime pubblicazioni a pagamento sono state inutili? Non lo credo, penso invece che in un curriculum possa avere un significato se argomentato con preparazione e professionalità.
Possibile domanda in un colloquio: «Vedo che ha pubblicato un romanzo con la casa editrice X, ma non è a pagamento?».
Risposta: «Certo, è a pagamento. Feci una scelta forse sbagliata, ma ciò mi permise di conoscere una realtà che mi era estranea e quindi di approfondire alcune tematiche dell’editoria».

Dall’altro lato, vi sono migliaia di persone che, spinte da narcisismo e/o da obiettivi, sborsano quantità di denaro incredibili per pubblicare le proprie opere, indipendentemente dalla qualità delle medesime. Sono condannabili? Sono persone stupide? No alla prima, no pure alla seconda. Sono scelte. Punto.

L’editore a pagamento

La Vanity Press, analizzata dal punto di vista imprenditoriale, è un business sicuro e proficuo, zero rischi, soltanto guadagni, ditemi se una persona con il fiuto del denaro e un po’ cinica non trova nell’editoria a pagamento un modo intelligente di fare affari. È comprensibilissimo. Lasciate da parte per un momento l’etica, concentratevi sul guadagno. Chiaro che nessuno potrebbe avere il coraggio di definire una casa editrice a pagamento ingenua.
Ricevo un manoscritto, fa schifo o è interessante? Chi ne se frega, non lo leggo, invio dopo un paio di settimane il contratto, pronuncio lodi come le seguenti:

“Abbiamo letto con interesse la Sua Opera e dopo esserci consultati con attenzione si è convenuto di contattarla quanto prima per proporle un contratto con la nostra casa editrice. Vi sono elementi migliorabili, eppure l’originalità espressa nonché l’idea portante non potevano non essere da noi considerate come punto di partenza per un possibile accordo di pubblicazione”.

Si stuzzica la vanità dell’autore, gli si presenta le condizioni del contratto e si persuade chi legge affinché la cifra proposta sia conveniente, opportuna, accettabile.

Su 1000 proposte quanti firmeranno? 10, 50, 100, 500? Soldi sicuri, nessun rischio d’impresa. 

È giusto tutto questo?

Ne parlerò sabato.
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Commenti

No,non è giusto ma credo bisogna anche dire che case editrici disposte a pubblicare il manoscritto di un esordiente purtroppo NON CE NE SONO...niente è quello che sembra...Credo che tutti cerkino di spillare denaro all'esordiente, almeno per le prime opere e credo che finkè le cose andranno così la mia trilogia resterà nel cassetto perchè di soldi, almeno io, non ne ho proprio nè tantomeno ho intenzione di pubblicare un'opera a mie spese perchè (non è presunzione) potrebbe essere valida...
Potrebbe essere qualcosa di mediocre, ma potrebbe essere valida e se sborsassi per farla pubblicare, immediatamente dopo non avrei + stima del lavoro che sto compiendo...
Melina

volevo esporvi un caso: una casa editrice publica un'antologia di racconti, quasi venti autori, quasi tutti residenti nella stessa città, non si occupa di pubblicizzare l'uscita, la distribuzione si limita ad una sola libreria, prezzo di copertina 15 euro, ovviamente nemmeno un cent agli autori. facendo dei semplici calcoli considerando una decina di copie vendute ai parenti di ogni autore si giunge ad ottenere la cifra che di solito le case editrici a pagamento chiedono. forse ci sarà stata un opera di selezione e di editing maggiore rispetto al vanity press, ma anche questi mi sembrano soldi abbastanza sicuri.

Si, è giusto.

L'italiano è parlato dall'1% della popolazione mondiale: troppo poco perché l'impresa editoriale possa rischiare. Non c'è la diffusione mondiale che hanno altre lingue (o almeno non c'è al livello di lettura letteraria). Inoltre, tra i 60 milioni di italiani, solo 10 milioni circa leggono libri, preferibilmente di autori non italiani in traduzione (basta vedere il catalogo di Neri Pozza). La quota di mercato di un libro italiano è infima ed è divisa tra le grandi marche, cioè tra gli autori più diffusi. A un giovane scrittore conviene quindi fare il negro e scrivere romanzi per un autore famoso.

No, non è giusto perchè fatto in malafede. Se l'editore a pagamento mi dice "forse non sei male, non lo so, non ti ho letto, ma se vuoi ti pubblico, ti faccio l'editing, ti promuovo, distribuisco i tuoi libri e tu paghi questo servizio, ne più ne meno" allora magari posso accettarlo. In caso contrario, l'editore a pagamento è tale e quale ad una cartomante: spenno chi ci crede e spessissimo il servizio non è nemmeno all'altezza...

No, non è giusto. Ma se gli editori che speculano in questo settore sono così tanti, è perché sanno di imbattersi in un mercato in cui la domanda è davvero.. davvero.. davvero tanta.
Sono d'accordo con Morgan sul fatto che le scelte degli autori non sono condannabili, penso che spesso siano indicate da superbia (io SO scrivere, sono LORO che non lo capiscono), e anche da carenza di informazioni sul settore.

Il problema è semantico: chi ti "pubblica" a pagamento è un TIPOGRAFO, non un EDITORE. Se si presenta come editore, trattasi di truffa, e non ci sono giustificazioni che tengano.

@Melina: falso. In Italia si pubblica, e tanto. Se un libro vale qualcosa, e l'autore è insistente, un editore lo trova, e non di rado anche medio/grande.
Quello dell'"è impossibile pubblicare" è un mito nato dal fatto che molti scrittori pessimi (e sono il 90% di chi scrive un romanzo) non accetteranno mai di essere rifiutati perché pessimi, e così si mettono il cuore in pace con questa storiella.

Sì, è giusto. Qualunque sia il contratto, viene sottoposto ad una persona adulta e capace di intendere e volere. Sono fermamente convinta che un manoscritto davvero bello e avvincente sia riconosciuto dalle case editrici serie e/o dagli agenti letterari. Il fatto è che ci sono tantissimi autori (esordienti) che scrivono discretamente o anche bene, ma non abbastanza per imporsi sul mercato editoriale. Da qui il rifiuto delle case editrici e si assumono il rischio imprenditoriale. E considerato l'output dovrebbero rifiutare ancora di più...
Bettina

Pubblicare a pagamento è lecitissimo sempre che quello che c'è scritto sul contratto venga rispettato.
L'idea sbagliata è quella di pensare che una casa editrice a pagamento sia semplicemente una casa editrice come le altre che però prende soldi.
Nel caso del Gruppo Albatros, per esempio, vengono offerti dei servizi di promozione che quasi tutte le altre case editrici non offrono, nè free nè a pagamento.

Valeria

Riprendo il tema di Valeria sul gruppo Albatros. A prescindere da tutto quello che si trova in rete che deve essere filtrato dal giusto senso di critica, il gruppo in questione ad esempio, giustifica il costo del minimo di copie che l'autore deve acquistare per il servizio di editing, vendita, promozione e pubblicità....E se è vero tutto quello che elencano nei loro contratti il prezzo ne vale la pena...Servizi non offerti da altre case editrici...

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