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"44 Scotland Street" di Alexander McCall Smith

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Di Claudia Verardi

44 Scotland Street di Alexander McCall Smith è stato concepito come appuntamento a episodi (apparsi per la prima volta sul quotidiano scozzese The Scotsman il 26 gennaio del 2004) prima di diventare un libro. Ogni settimana, per sei mesi, sul famoso giornale usciva un pezzo della storia. Da appassionata di narrativa e cultura scozzese (Ian Rankin e Irvine Welsh sono i padroni di casa della mia libreria) ho letto questo libro perché si infilava in un condominio e, spalancando le porte degli appartamenti, offriva il ritratto vero e semplice dei suoi inquilini. Pagina dopo pagina, però, rimanevo scontenta. 

La lettura scorre, ma lo stile dell’autore è lontano anni luce dalle atmosfere torbide di Welsh, così come il ritmo, lento e svogliato, non mi ha accompagnato per le strade di Edimburgo come altre volte ha fatto Rankin. È vero che ogni autore ha un suo modo di scrivere e di trascinarti dentro una storia, però in 44 Scotland Street ci si sente orfani di una città che, una volta entrati dentro, ti rimane incollata in maniera prepotente, quasi violenta. Quando Pat, studentessa al secondo anno sabbatico, entra nel suo nuovo appartamento in una vecchia casa del centro, in Scotland Street 44, spera di ricominciare tutto daccapo. Invece, si troverà davanti a strani personaggi con cui dividere le giornate, partendo dall’insopportabile Bruce, suo compagno di appartamento. L’impressione che si ha leggendo il libro di McCall Smith è che sia rimasto intrappolato in una selva di luoghi comuni, non solo scozzesi. A pagina 77, per esempio, si descrivono abitudini italiane che sanno di aneddoti adatti a guide turistiche. Leggiamo un breve passaggio (si parla di reliquie di santi) : 

«Pensare a quelle vecchie ossa mi fa sempre accapponare la pelle» disse. «Ma probabilmente a qualcuno piacciono.»
«Sì, a quanto ne so, i napoletani e simili trovano grande consolazione in quel genere di cose» disse Domenica.

Questo tipo di scrittura che procede costruendo assiomi strutturati su credenze o consuetudini più o meno presunte, mi turba. La scrittura non può servirsi di strade già battute, né di troppo filosofeggiare o di convinzioni che servono solo a rassicurare chi legge. 44 Scotland Street non rende giustizia al romanzo scozzese che, da Walter Scott (padre del romanzo storico) a RL Stevenson ( narratore sopraffino di viaggi e dualismi dell’animo umano) fino a Irvine Welsh (cantore del sudiciume sociale scozzese moderno) ha invece una tradizione forte e ben radicata nel panorama letterario di ogni tempo. 

Definito dal Times “confortevole come una cioccolata e caldo come una maglia di lana, questo romanzo è proprio quello che un medico consiglierebbe per le fredde serate invernali”, 44 Scotland Street si affida invece a uno stile piatto e senza pathos che non ne arricchisce la scrittura. Questo – concesso che avvenga – può succedere solo in casi di letteratura “alta”, altrimenti è meglio investire sulla costruzione del racconto e andare fino in fondo nel tessuto narrativo che deve sorreggere la storia. Raccontare deve avere un senso e per saperlo fare bisogna tirar fuori tutto quello che si ha dentro, avvinghiando il lettore a filo doppio alla storia e alle emozioni che questa suscita. Tuttavia, in questo romanzo c’è qualche elemento di interesse. Intanto, l’ossatura episodica che è stata mantenuta e che, a una prima lettura, sembrerebbe spezzettare il racconto e renderlo meno fluido ma, invece, è un elemento moderno e apprezzabile, capace di rendere ancora più minuziosa la caratterizzazione dei personaggi. E poi l’aspetto buffo della psicologia umana raccontata attraverso normali storie di vita quotidiana. Infine, l’indubbia capacità di osservazione umoristica dei caratteri sociali – il perito immobiliare vanesio, il bambino prodigio sull’orlo di una crisi di nervi, il pittore affascinante e la simpatica vedova – e della loro collocazione al posto giusto nel momento giusto. Interessanti anche i riferimenti a Karen Core e Alistair Millar, ai quali McCall Smith si è rifatto soprattutto per lo stile letterario. 

Alexander McCall Smith è nato e cresciuto in Africa da famiglia scozzese, e questo salta fuori quando si legge 44 Scotland Street, un po’ come succede per Amèlie Nothomb (scrittrice belga cresciuta in Giappone). La vita personale influenza la scrittura, e molto. Professore di diritto ed ex vicepresidente della commissione per la genetica in Gran Bretagna, prima di dedicarsi alla narrativa, McCall Smith ha scritto anche libri di altro genere. Va detto che si tratta di scrittore dotato di un grande estetismo stilistico, capace di scrivere in presa diretta. Conosco bene Edimburgo: è allegra, frizzante, chiassosa. Mi sarebbe piaciuto ritrovare queste atmosfere in 44 Scotland Street, oltre al clima volutamente sofisticato e prevedibile. Magari leggerò anche Storie di una città, raccolta di racconti dove, oltre ad Alexander McCall Smith, ci sono Irvine Welsh e Ian Rankin. Ho voglia di perdermi ancora fra i musei, i negozi, le viuzze e la gente di Edimburgo.

Il libro ha anche un suo sito:

Copertina del libro uscito in Italia per Guanda
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