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di Giovanni Ragonesi

Ottobre 1998, Bari, le luci della città si riflettono sul mare scuro. L’aria è leggermente fresca e odora di salsedine; nell’assoluta tranquillità di questa fine di giornata a Susan pare di riuscire a sentire anche l’odore di pesce fresco che proviene da quell’angolo in lontananza del porto.
È venuta a casa del suo caro amico Paolo per ritirarsi e mettere da parte le valanghe di solite distrazioni che includono libri appena usciti, balletti imperdibili, nuovi album da ascoltare, vernissage a cui non si può mancare, la politica con il nuovo presidente americano, conferenze a cui prendere parte, ricerche da portare avanti etc.
Finalmente ha trovato la giusta disposizione d’animo e di pensiero per concludere il nuovo romanzo. Tutte le idee sono in ordine in testa e le mani hanno corso per tutto il pomeriggio da un tasto all’altro del computer con una facilità che negli ultimi mesi aveva dimenticato.

Dopo L’amante del vulcano non sarebbe stato facile tornare alla fiction. Lo aveva sempre saputo. Ancora adesso c’è una parte di lei che crede che quello sia il suo libro migliore e neppure questo faticoso In America riuscirà ad affiancarglisi. I critici continuano a parlare dei suoi saggi e dei suoi articoli, e va bene, sì, sarà pure la donna più intelligente d’America, ma a lei è la narrativa che interessa, il resto sono distrazioni, e poi lei sola sa quanta fatica le costano quei manifesti di intelligenza così apprezzati da una parte e dall’altra dell’oceano.

D’un tratto le torna in mente la mattinata e quello che è successo. Per tutto il giorno non ci ha pensato. Ha tenuto tutte le paure e le ansie confinate in un angolo, ma adesso, con la rilassatezza conseguente la soddisfazione per la giornata lavorativa, con quel paesaggio notturno di pace e odori e luci gialle sul mare, le ansie e le paure tornano e battono duri colpi d’allarme: quel sangue nell’urina, per il secondo giorno consecutivo, può voler dire una sola cosa, che qualcosa che non va e cioè che è di nuovo ammalata. È tornato e chissà in che modalità stavolta, ma ce la farà, come in passato. Lotterà, parlerà con tutti i medici possibili, dovrà informarsi sulle nuove cure, ricercare i centri più all’avanguardia.

Senza rendersene conto, mentre si stringe le braccia intorno, in preda ad un leggero brivido di freddo, tocca, da sopra il cardigan nero, la cicatrice lasciata dall’asportazione dei linfonodi sotto il braccio sinistro. Fa parte di lei oltre che del suo corpo quella cicatrice, oramai la tratta con la stessa disinvoltura che ha nello spazzolarsi i capelli. Eppure in quel momento quella cicatrice le ricorda tutto il dolore che ha attraversato, le forze inaudite che ha dovuto impiegare, la pazienza rocciosa di cui si è dovuta armare. E capisce che adesso non può permetterselo, per adesso deve continuare a chiudere quelle ansie e quei timori dentro una bolla e finire il suo romanzo. Tutto il resto verrà dopo.

Dicembre 1947, Los Angeles. Ha salutato Merril da un paio d’ore e adesso se ne sta sdraiata sotto le coperte. Ha spento la luce per evitare che la madre come solito le venga a dire di non continuare a leggere sotto le coperte ché si rovina la vista e ché domani ha la scuola.
Ha sfogliato La montagna incantata prima di spegnere la luce. Ma stasera non può leggere, non può iniziare la quarta rilettura. Anzi, ha deciso che non lo riprenderà in mano per un po’. Stasera, stanotte, Susan deve pensare a quella strana giornata che si è appena spenta. Sta ancora digerendo l’incontro, al 1550 San Remo Drive di Pacific Palisades, per un tè con Thomas Mann.

Prova ancora dell’imbarazzo, e pure della vergogna; probabilmente la vergogna colorerà quel ricordo per sempre.
Non riesce ancora a capire se è contenta di quell’incontro, o se oppure ne è delusa. Sa di certo che vieterà a Merril di combinare altri incontri del genere. Si potrà continuare a giocare sugli anni di vita da cedere in favore della creatività di Stravinskij; si continuerà a leggere delle altre presenze a Los Angeles, di Brecht e Schoemberg, di Isherwood e Huxley, ma non vuole incontrare più nessuno di questi personaggi.
Non ancora.

Aveva 8 anni quando le era stata regalata un’edizione illustrata di I racconti di Shakespeare di Charles Lamb e da quella lettura era nato il suo amore assoluto per i libri che si esplicitava in letture voraci e ossessive : sono seguiti i fumetti di Winnie the Pooh e Charles Dickens, Piccole donne e I miserabili, Stevenson e Poe, le sorelle Brönte e Jack London… e sempre di più s’è fatta strada in lei la convinzione, la certezza – inequivocabile – che quello sarebbe stato il suo mondo. Un mondo di libri, libri da leggere e libri da scrivere. E a questo sta lavorando da anni, sta facendo di tutto, malgrado i suoi 14 anni, per costruire la sua identità di donna adulta per adesso imprigionata nel corpo di una ragazzina, e per diventare una scrittrice.

Sarà una scrittrice, lo sa già, sa che non può essere altrimenti, e solo da scrittrice vorrà incontrarli questi grandi personaggi, quando sarà abbastanza matura per comprendere e sopportare il divario tra gli autori e le loro opere. Per adesso deve continuare a leggere, a studiare, ad acquistare riviste (qualcuna va anche trafugata dall’edicola), ad andare ad ascoltare i concerti all’Hollywood Bowls (gratis, facendo la maschera), ad andare a vedere film al Laurel (l’unica sala che proietta anche film stranieri). Da lì all’estate sarebbe andata alla University of California di Berkeley, poi avrebbe preso la strada della filosofia alla University of Chigago.
C’è ancora molta strada da fare, ma stanotte Susan ha ancora 14 anni e l’indomani dovrà andare a scuola.

Aprile 1958, Parigi. Susan è seduta su una sedia di vimini, oltre la finestra un giardino interno e un accavallarsi di bellissimi tetti. La macchina da scrivere è di fronte a lei, accanto ci sta una pila di taccuini e il dattiloscritto dello strano romanzo a cui sta lavorando. Questa è la sua minuscola stanza parigina, proprio nel quartiere più intellettuale e vivo e bohème del momento.
Ha incontrato Sartre, un po’ più brutto di come appare in foto; ha discusso con François Wahl e ascoltato Simone De Beauvoir alla Sorbonne; poi Allan Bloom, Paul Claudel e Sam Wolfenstein; ha trascorso due settimane viaggiando per la Spagna; ha letto Carson McCullers che l’ha lasciata perplessa e Italo Svevo che invece l’ha colpita profondamente; ha visto dozzine di film alla Cinémathèque, rappresentazioni di Pirandello e messe in scene di Mozart.

La cara, vecchia, sognata, Europa adesso è qui, anche questo vecchio tavolo ne fa parte, ne condivide lo spirito, ed è così diverso dal tavolo che ha lasciato a New York, nelle sue stanze nel Greenwich Village.
Ha anche iniziato una relazione con H., splendido fiore della boheme americana. Questo la sta trasformando, le altera l’equilibrio, le sconquassa sogni e aspettative romantiche. L’orgasmo ha poi cambiato la sua vita, ha reso chiare e nette le alternative.
E in tutto questo, come a sottendere ogni cosa, come un fiume tenuto sottoterra che dà acqua a tutte le fontane, la sua scrittura, il suo accedere, passo dopo passo, al mondo della letteratura. Il suo corpo a corpo quotidiano con le pagine di quello che sarà forse The Benefactor, ma per adesso è soltanto un delirio, un’immersione nel romanzo filosofico francese, una summa spietata del suo essere.

Sente già il richiamo dei tasti della sua Olivetti. Il suo corpo, intensamente, in ogni sua fibra, lo richiede. Scriverà senza fermarsi per quel che rimane della mattinata e s’inoltrerà nel pomeriggio, poi alle 16,30 l’aspetta H. per andare a vedere certe lampade di fine ‘800 in quel negozio dalle parti della Gare du Nord, poi chissà, forse la passione le farà far tardi all’appuntamento quotidiano del giro dei Caffè dove alcuni amici la attendono.

Dicembre 2004, New York. Stavolta Susan non ce la farà. Oramai lo sa e gli sguardi impauriti di David e di Paolo e di Anne glielo confermano ogni giorno. Ha smesso d’essere speciale, malgrado tutti i suoi sforzi e adesso le rimangono così poche forze per continuare a combattere… ci è caduta nuovamente nella metafora militare, dopo 27 anni sta ancora combattendo… ma no, deve trovare un’altra espressione, un altro modo di dire… non sta combattendo, sta soltanto continuando a vivere e dato che per lei vivere e scrivere sono due modalità imprescindibili d’essere, decide di pensare al suo lavoro, al suo romanzo sul Giappone per il quale da tanto – troppo – tempo prende appunti. Ce la farà, anche stavolta, e appena si sarà ripresa non perderà altro tempo e si metterà a riordinare le idee e a scrivere.

Rivisitare il tempio di Byodoin e anche il Padiglione d’oro di Kinkaku-ji. I giardini devono essere approfonditi come oggetto di studio; da qualche parte ha appuntato i titoli di alcuni libri fotografici che non è ancora riuscita ad acquistare.
Sintetizzare gli appunti sulla Principessa Chichibu.
Rileggere Macchiavelli’s Children di Richard J. Samuels. Forse il parallelo storico con l’Italia l’aiuterà a comprendere alcuni aspetti che ancora le sfuggono.
Il Giappone non è facile. Il Giappone rischia di appiattirsi a una cartolina. L’occidente continua a sopprimere la terza dimensione dell’Impero del Sole.

Indicazioni di massima:
• Il tempo
• Gli odori
• I colori

Variabili:
• prima volta di M.
• verginità di M. reiterata
• sbadigli di M. dopo orgasmo

Il Giappone non è solo questione di segni. I suoni. Non dimenticare i suoni: il frusciare degli abiti di seta sul tatami, l’acqua che bolle nelle pentole di terracotta.
Hina Matsuri: M. ricorderà quella festa prima di morire nell’VIII capitolo. Ricorderà l’acqua e le scarpe di legno e raso. Ricorderà le risa e la prima luce elettrica della sua casa, certe strade di Kyoto, la morte del nonno e l’agonia dell’imperatore, le notizie dei bombardamenti, il tanuki soba preparato da S. quella notte al ritorno e quelle lagrime fredde che ha lasciato scivolare sulle sue guance quella mattina di primavera sul pontile del lago, la forza di S. nel tirarle i capelli e le grida della piccola Y. appena messa al mondo… infine avrà voglia di wasabizuke come ultimo sapore da lasciare spegnere in bocca.
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Commenti

Giovanni, come ogni volta è stato come vivere al fianco dell'autrice. Un articolo altissimo, puro e soprattutto emozionante, sin dalla sua prima riga.

Grazie Marcello! questo è il ritratto a cui tengo di più per questioni affettive e mi fa molto piacere leggere il tuo riscontro. g.r.

Complimenti Giovanni, hai creato un pathos che mi ha coinvolto e appassionato; ancora una volta mi hai regalato nuovi spunti di lettura.

Raffaele P.

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