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Intervista a un editor: Emanuele Romeres (Marco Valerio Edizioni)

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Buongiorno, vorrei anzitutto chiederle qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a divenire editor in una casa editrice.

Provengo, come si usa dire, dalla gavetta. Collaborazioni giovanili con piccole case editrici, un po' di giornalismo e tanta passione per l'arte tipografica, che fin dai tempi del liceo mi ha spinto a conoscere da vicino tutte le fasi di lavorazione del libro, dalla composizione, alla stampa, fino alla legatoria, per poi scoprire, crescendo, che il processo che porta un libro a vivere non si esaurisce qui, ma prosegue con un intenso e per lo più sconosciuto lavoro di promozione, cura, recupero negli anni attraverso le ristampe e le nuove edizioni. Sono ormai trent'anni che respiro inchiostro, a partire dai tempi in cui si componeva ancora con il piombo fino ai recenti sistemi di video impaginazione. Anche se, allora come ora, penna rossa e carta restano gli strumenti fondamentali del mio lavoro.

Esistono un percorso standard o canali privilegiati oppure ritiene che vi siano più possibilità per diventare un editor?

Non credo in realtà esista un percorso standard. Oggi sicuramente è necessaria una laurea. Tengo fede allo stile un po' polemico degli interventi sul blog della casa editrice per fare ai giovani aspiranti una raccomandazione: non lasciatevi tentare dalle lauree in scienze della comunicazione o dai corsi più o meno professionali per editor tenuti, spesso con costi elevati, da editori che hanno cessato di pubblicare o altre organizzazioni. Una solida formazione umanistica, filosofica, storica e letteraria, sono fondamentali. Meglio studiare il latino che il linguaggio html. Se conoscete il primo, il secondo lo imparerete in tre ore. Leggere, leggere e ancora leggere. E poi provare a inserirsi in una casa editrice di piccole dimensioni con l'umiltà di percorrere tutti i passi, a partire dal gradino più basso. Spedire pacchi è altrettanto importante, per fare sopravvivere una casa editrice, che scrivere le quarte di copertina.
Talvolta dall'amministrazione mi "passano", sorridendo, i curricula di aspiranti redattori. Scrivono di essere disposti a qualsiasi mansione pur di iniziare, persino... a scrivere le quarte di copertina... senza rendersi conto che questo è un punto di arrivo. Ai tempi di Calvino, nessuno avrebbe osato proporsi per un ruolo che, nello storico marchio per il quale lavorava il grande scrittore, competeva a lui soltanto. E' facile immaginare che fine facciano quei curricula.

Come è in concreto la sua giornata lavorativa? Quali sono le sue specificità imprescindibili?

Da qualche anno, la giornata inizia purtroppo con l'estenuante lettura di centinaia di email. Allegati non richiesti, risposte di una riga o due, per respingere o cancellare manoscritti non richiesti. La casa editrice per la quale lavoro pubblica quasi esclusivamente saggistica, eppure la casella di posta trabocca di racconti fantasy, che vengono semplicemente scartati. Se per bontà, faccio l'errore di rispondere brevemente che non ci interessa il genere, ecco attivarsi una non richiesta conversazione che parte con "si, lo so, ma leggetelo lo stesso".
A seconda dei giorni, l'attività si alterna. Cerco di leggere almeno quattro manoscritti al giorno. Una prima lettura veloce, pochi minuti per plico. Sono quei "tragici" pochi minuti, talvolta anche soltanto due, nei quali il cestone della carta da macero cresce rapidamente.
Opere non interessanti per genere o argomento innanzitutto, ma spesso manoscritti che fin dalla prima pagina denunciano una conoscenza dell'ortografia, della grammatica e della sintassi italiane decisamente al di sotto delle aspettative minime. Seguono i romanzi introspettivi. Quelle storie, per dirla in parole povere, nelle quali non accade assolutamente nulla e che celano un diario introspettivo dell'autore. Autobiografie più o meno mascherate. Anche questi condannati inesorabilmente al macero.
Una volta o due la settimana, un piego supera questa fase e finisce nel mucchio dei "libri che mi riprometto di leggere prima o poi", come scriveva Calvino. Un cumulo che talvolta condanna alcuni manoscritti a mesi di attesa.
Altro lavoro quotidiano, la revisione delle bozze rientrate dalla correzione dei collaboratori esterni. Ormai la correzione viene affidata all'esterno della casa editrice. Controllare titoli dei capitoli, una revisione a campione del lavoro svolto dal correttore.
Infine, se è giornata di "chiusura", come in gergo viene definito il momento in cui si conclude la fase preparatoria di un nuovo libro e si licenzia la stampa, ecco che davvero ci si occupa di copertine, risvolti e sinossi, schede di presentazione per i promotori librari. Il tutto interrotto continuamente da telefonate con gli autori, gestione dei piccoli inconvenienti o delle vere tragedie editoriali, come, alcuni giorni or sono, la costernata confessione di un legatore che aveva scambiato fra loro le copertine di due libri diversi...

Nel mondo editoriale vede più merito rispetto al “sistema” Italia o reputa invece che il pensiero comune dell’amata raccomandazione sia purtroppo la via più comune? Quali percentuali fra le due?

Forse la raccomandazione vale per chi scrive e vuole essere pubblicato. Sarei ipocrita a negare che talvolta alcuni aspiranti scrittori ottengono un canale preferenziale di attenzione se arriva un'indicazione in tal senso dai "piani alti", oppure da un autore che ha già pubblicato con noi e che segnala un collega o un giovane ricercatore. Specie se l'autore può vantare vendite significative.
Diverso il discorso per il lavoro di "cucina editoriale". Un redattore o editor che si voglia chiamare rappresenta la parte meno visibile del lavoro in casa editrice. Non è poi un lavoro così ambito come si possa
credere e comunque delicato. Nessuna casa editrice è disposta a mettere nelle mani di un dilettante, solo perché raccomandato, la sorte di un libro o di un'intera collana. Di questi tempi rischierebbe il fallimento.

Se crede nel merito, quali sono le sue azioni quotidiane per favorirlo?

Quando mi imbatto in un manoscritto che potrebbe meritare la pubblicazione, il primo, faticoso e spesso frustrante investimento sull'autore è convincerlo ad intervenire sul manoscritto stesso e ad accettare l'irritante presenza proprio dell'editor, che magari osa chiedere che un capitolo sia riscritto, oppure che deve necessariamente bocciare una proposta di titolo inadeguata. Non di rado questo si rivela un ostacolo insormontabile ed il libro è condannato. Confrontarsi, discutere di come si evolve il lavoro, via email o al telefono, magari incontrarsi e approfondire i temi trattati nel libro. Il confronto culturale è essenziale e l'investimento in termini di tempo che richiede può diventare davvero elevato.

Che cosa stima in uno scrittore esordiente e che cosa invece detesta?

Detesto che cerchi di raccontare frottole, inventandosi un curriculum inesistente, oppure millantando capacità di promozione del libro. Peggio ancora, che venga a spiegarci come fare il nostro lavoro. Ci sono aspiranti scrittori che si spingono al punto di dare consigli sulle collane da avviare, naturalmente collane su misura della loro spesso improponibile opera. Altri che di fronte a un'osservazione linguistica o sintattica reagiscano difendendo improbabili stili innovativi o accusandoci di essere "reazionari". Quelli che non rileggono le prime bozze ma si preoccupano soltanto della dimensione del loro nome in copertina.
Stimo quello scrittore che desidera condividere e far nascere il suo libro guardando non al proprio ego ma ai lettori. Sono soltanto loro i giudici finali dell'opera che ha scritto.

Quali sono le qualità di Marco Valerio e le prospettive?

Marco Valerio è una piccola casa editrice. Resta ancorata all'approccio artigianale anche se ormai ha superato la soglie dei trecento titoli a catalogo e si colloca tra le medie aziende del settore, con un marchio consolidato nel proprio settore: la saggistica. Come collaboratore non posso che esprimere un parere squisitamente personale. Credo che sia destinata a crescere e consolidarsi, per l'autorevolezza delle scelte culturali e l'impegno della proprietà.

Che cosa pensa delle case editrici a pagamento?

Sono scorciatoie che immettono soltanto in vicoli ciechi. Nel mondo anglosassone sono correttamente definite "vanity press". Aziende che soddisfano la vanità di apprendisti scrittori desiderosi di vedere il proprio nome impresso su una copertina e del tutto indifferenti al giudizio dei lettori. Pura vanità, ma anche un ottimo metodo per uccidere la propria opera e rinunciare per sempre ad ogni possibilità di vedersi pubblicati in futuro. E' noto che in Marco Valerio, ma anche in molte altre case editrici, i manoscritti inviati da chi in precedenza ha pubblicato con una vanity press house o, peggio ancora, con una piattaforma di autopubblicazione, vengono cestinati senza neppure passare al primo vaglio.

Un consiglio a chi vorrebbe intraprendere l’attività di editor.

Studiare, leggere. Specializzarsi. Che la vostra passione sia la storia del cinema o la filosofia antica, l'astrofisica o le tecnologie informatiche, ciò che conta è essere davvero esperti in qualche campo. Con la preferenza proprio per quei campi apparentemente meno appetibili. Conoscere almeno due lingue straniere. L'inglese è ovviamente scontato e non fa parte del calcolo. Da qualche anno conoscere il greco antico sta diventando un valore importante. Traduttori e editor si sovrappongono. Tradurre significa impossessarsi del testo e svolgere un lavoro redazionale su un testo consolidato. Imparare a conoscere l'intera filiera produttiva del libro, magari accumulando qualche esperienza come commesso precario in una libreria, durante l'estate, o magazziniere presso un distributore. I libri si amano anche imparando a riconoscerli, catalogarli, spolverarli, per poi proporli a un lettore. Naturalmente avendoli letti in precedenza.

La ringrazio e buon lavoro.

Grazie a Lei per il Suo interessantissimo blog, che seguo con attenzione. E non solo perché il suo libro è passato positivamente anche sotto le mie "grinfie" qualche mese or sono.


Emanuele Romeres, editor in Marco Valerio Edizioni, tiene una piccola rubrichetta: "Diario di un redattore ordinario".
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Commenti

Direi che la considerazione sulle vanity press è illuminante... non capisco però come possa essere peggio la piattaforma di autopubblicazione.

intervista molto interessante. grazie

Innanzitutto complimenti per l'intervista.
Vorrei poi chiedere al dott. Romeres se per 'piattaforma di autopubblicazione' egli intenda anche l'autopubblicazione online tramite ebook (magari eventualmente associata a un servizio di print-on-demand tipo lulu).
Io credo che questa sia un po' la nuova frontiera che può permettere a tanti validi scrittori di farsi conoscere, soprattuto laddove essi scrivono cose poco ambite dalle case editrici italiane (vedi horror, fantasy, sf, ecc.). Un po' come myspace o la distribuzione gratuita di mp3 hanno consentito a tanti cantanti di emergere (vedi Mika, Lily Allen, Artick Monkeys, ecc.).
Il futuro sono gli ebook. Le case editrici, compresa la Marco Valerio, si stanno attrezzando?

Valentino

Credo che per piattaforma di autopubblicazione intendesse proprio i siti come Lulu's.
Perché "peggio ancora"? Perché inserire in una simile piattaforma il proprio volume, spesso significa atovalutarsi, sfuggendo al reale e obiettivo giudizio critico di un editore. Inoltre tali piattaforme offrono un servizio di "Book on demand", come conferma lo stesso Valentino, che è pari pari pari come dire "editoria a pagamento".
Su Lulu's ho avuto modo di acuistare degli e-book o scaricarne altri gratuiti e, per esperienza, ho trovato in prevalenza autori piuttosto scarsi e testi zeppi di errori (proprio perché non sottoposti a valutazioni o editing preventivi).
L'ebook potrà essere in parte il futuro del libro, secondo me, ma sempre se prodotto da una casa editrice che faccia una valida selezione alle spalle e relativo editing dei testi scelti.

Scribacchina

Complimenti per l'intervista che, per quanto mi riguarda, ha illuminato alcuni punti dove la luce non era ancora arrivata. Penso che per autopubblicazione, si intenda la stampa della propria opera senza essere vincolato da contratti editoriali con case editrici a pagamento...
Penso, inoltre, che l'ebook sì sarà il nostro futuro ma non penso proprio che il caro, vecchio buon libro stampato su carta, potrà mai "passare di moda".
Manuela

@Scribacchina: è vero, su Lulu & co. c'è moltissima immondizia.
Come pure, aggiungo tra gli oltre 50.000 libri che sono pubblicati in Italia ogni anno (non tutti a pagamento).
Secondo la 'legge di Sturgeon' il 90% di tutto è spazzatura. In campo editoriale, forse andiamo anche oltre.
In ogni caso, su Lulu & co. non ci sono solo i libri sgrammaticati dello scrittore della domenica, ma anche i libri - tanto per dirne una - di un Giuseppe Genna o di altri scrittori non certo sprovveduti.

Io vorrei fare una distinzione tra l'aspirante scrittore che si svena pur di pubblicare a tutti i costi il suo libro e si rivolge alla vanity press e l'aspirante scrittore che invece per farsi conoscere e leggere ricorre alle nuove tecnologie quali l'ebook e la print-on-demand.

Ultimamente, essendomi dotato di e-reader sto leggendo diversi di questi ebook pubblicati da aspiranti scrittori che ai più non diranno nulla e che quindi non cito e non mi sembrano affatto di livello così scadente.

Il vero aspirante scrittore, quello che non sogna di diventare ricco o famoso, ma che vuole solo essere letto, possibilmente da gente competente, ha nell'autopubblicazione tramite ebook (ed eventualmente print-on-demand) la possibilità di farsi finalmente conoscere aggirando le barriere editoriali, che specie nel caso di generi poco venduti in Italia come horror, sf o fantasy sono molto alte. Quasi insormontabili.

Perchè bollare tutti questi come degli illusi, dei falliti, i cui lavori devono essere cestinati senza remore, magari senza neanche averli letti?

Non vorrei che gli editori old style avessero il terrore che la situazione sfugga loro di mano.
E non parlo solo di pirateria, ma anche di perdita di autorità e potere.

Valentino

Concordo con te Valentino, non bisogna generalizzare, sarebbe un grave errore.
Interpretavo solo quel "peggio ancora", cercando di capirne il senso.
Che poi non tutti gli autori presenti su Lulu's e piattaforme simili siano degli autori poco professionali e, al contrario, ci siano anche ottimi nomi, è fuori dubbio.
Diciamo che le piattaforme come Lulu's hanno i loro pro e contro.
Del resto, può anche accadere che grosse case editrici pubblichino opere di personaggi dello spettacolo che non sono affatto scrittori e parlano persino un italiano approssimativo (magari il libro lo hanno scritto persino dei ghost writer), o che nell'editoria non a pagamento rientrino anche scrittori non eccelsi.
Del resto, ci sarà pure un motivo per cui in Italia si arriva a pubblicare 50.000 libri ;-)
In sintesi, comunque, concordo con te: non è bene far "di tutta l'erba un fascio".

Scribacchina

Ringrazio voi e Romeres, sappiate che tratteremo ancora argomenti simili nel blog.
Mi preme dire una cosa.

Scribacchina scrive: "L'ebook potrà essere in parte il futuro del libro, secondo me, ma sempre se prodotto da una casa editrice che faccia una valida selezione alle spalle e relativo editing dei testi scelti".

Io credo che conviveranno entrambe le forme. Penso semplicemente che siamo entrati in una fase in cui uno scrittore potrà davvero essere imprenditore di se stesso con le autopubblicazioni. Con i pro e i contro.

Intervista stupenda. E' stato bellissimo leggere le parole di chi sta dall'altra parte della scrivania, davvero molto interessante. Spero che ne arrivino altre...

Ho tentato nei giorni scorsi di inserire una risposta ad alcune osservazioni emerse all'intervista, ma il blog si è mangiato il testo e non ho più avuto il tempo. Torno ora a rispondere alle legittime perplessità di alcuni di voi.

Piattaforme di autopubblicazione: sono peggio ancora della vanity press perché tolgono ogni minimo impegno all'autore, persino quello, odioso, di pagare. Il risultato sono opere prive di controllo, autoreferenziali. Con le dovute eccezioni. Opere che nascono morte in ogni caso perché mai raggiungeranno davvero una platea di lettori.

Diverso il discorso delle potenzialità della Rete. Un buon blo, con contenuti di elevata qualità, può aprire le porte dell'editoria togata. Proprio come accaduto a Morgan Palmas, che potrebbe magari raccontare come è stato "rintracciato" senza essersi mai proposto.

Rispondo poi a chi ipotizza una sorta di paura degli editori old style di perdere autorità e potere. Non esiste autorità, semmai autorevolezza. Quanto al potere, l'estenuante ricerca di testi validi da pubblicare è uno dei lavori più frustranti in una casa editrice. Altro che potere. Il libro digitale ha un grande futuro di fronte a sé e presto vedremo novità in questo campo. Per fare un paragone, ricordate la stagione delle radio private? Io sono un po' vecchiotto e la ricordo. A quindici anni trasmettevo in una piccola radio privata di periferia, sistemata in una cantina. Qualcuno, sicuramente più gravo di me, da lì è partito per diventare un grande disk jockey. Ma resta il fatto che oggi le radio private sono network nazionali e le cantine non servono per fare informazione e musica. Lulu sta all'editoria come le cantine ai network. E' un passaggio.

Perché, infine mi si chiede, condannare al cestone del macero chi si è autopubblicato? Semplicemente perché è un frettoloso. E i libri sono nemici della fretta. Richiedono pazienza, per essere scritti come per essere letti.

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