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Il Peso delle Libertà (Fabio Ciriachi)

In una limpida mattina di primavera un vecchio e un ragazzo camminano fianco a fianco per le strade deserte di una città di mare. I muri tra i negozi chiusi sono ricoperti da sbiaditi manifesti elettorali. Luca li guarda e ha l'impressione che sia passato un secolo dalle elezioni del 2011. Smentendo tutti i sondaggi, l'opposizione aveva vinto e si era riversata in strada per un'interminabile festa che al terzo giorno, però, gli sconfitti avevano spento nel sangue. Quanta straziata incredulità per i tanti morti! E pensare che, solo un anno prima, ad accogliere a braccia aperte i golpisti erano stati proprio quelli che delle libertà avevano fatto un partito.
Luca odia quei visi sui manifesti. È giusto odiarli tanto? Sa che la domanda è mal posta. Sa che i sentimenti non sono né giusti né sbagliati; perché, come gli ha detto Ivan, non si possono decidere, non dipendono da noi; al contrario delle azioni delle quali, invece, siamo i soli responsabili.
Ivan gli aveva raccontato anche di due documentari visti in gioventù. Il primo era sulla tortura nel mondo. Atroce la nuova tecnica sperimentata da una giunta sudamericana nei lontani anni ‘70. Le possibilità di scelta lasciate al prigioniero, infatti, non erano le solite: vivere, se avesse confessato, o morire, se avesse taciuto. Con una rasoiata gli veniva aperta la pancia dall’ombelico al sesso in modo da causare la fuoriuscita degli intestini, una ferita non immediatamente mortale. A quel punto il prigioniero doveva fare la sua scelta tenendosi le viscere con le mani. Se avesse insistito a non parlare lo avrebbero lasciato così, tre giorni e tre notti d’agonia prima di una morte inimmaginabile. Premio della confessione, una pallottola in testa per interrompere l’orrore.
L’altro documentario era sull’IRA. Ai volontari che volevano arruolarsi veniva rivolta sempre la stessa domanda. Perché ne vuoi far parte? Chi dava come risposta l’odio per gli inglesi era scartato. L’odio è un sentimento, spiegava l’arruolatore, e in quanto tale può cambiare, offre minori garanzie d’affidabilità. Una lotta armata, con tutto quello che mette in gioco, non può dipendere dalla mutevolezza dei sentimenti.
Luca e Ivan procedono assorti, silenziosi. In mezzo a un incrocio un cane ne sta montando un altro. Quello sopra, bocca aperta e lingua penzoloni, si volta verso di loro, poi torna alla sua attività assecondando con veloci passi sulle zampe posteriori un brusco spostamento di quello sotto. Imboccano una strada alberata sulla destra.
“Secondo me” dice Ivan “il confine non dovrebbe essere salito rispetto a ieri. Vedrai, sarà sempre sulla direttrice Orto Botanico-Consolato Francese”.
“E questo sarebbe un buon segno?” domanda Luca.
“Beh, tenendo conto che stanno cercando di prendersi la città alta...”. S’interrompe di colpo. Su una strada laterale c’è una Dalia nuova, con targa straniera, parcheggiata tra vecchie auto.
“Qualche turista con le palle che si è avventurato nella zona a rischio” dice grattandosi il mento ispido di barba bianca. Accanto all'auto prova alcune combinazioni col passe-partout elettronico, finché si sintonizza sugli impulsi giusti. Appena ha disattivato l’allarme apre gli sportelli. Entra, forza il bloccasterzo, e mentre Luca gli si siede accanto, strappa i fili dell’accensione e li unisce per avviare il motore. Poi abbassa i cristalli e inizia a guidare col gomito sul finestrino, i radi e lunghi capelli grigi scompigliati dal vento. Accende la radio: trova musica. Si aggiusta gli occhiali sul naso, e con una brusca manovra sorpassa un camioncino delle bibite.
Luca guarda Ivan in tralice e gli pare proprio una persona realizzata, il più fortunato tra i mortali. A quasi settant'anni sa rubare una macchina ultimo modello, ha occhiali da sole fichissimi, guida col braccio sul finestrino. E poi ha pensieri da uomo, si vede, pensieri che attirano il mondo nella testa e lo passano in rassegna con l’intelligenza; non come i suoi, sempre a caccia di chissà che, sempre a chiedere dove sono, cosa vuol dire?
La musica, intanto, ha lasciato il posto alla pubblicità. Reclamizzano il modello d’auto su cui stanno viaggiando. “Con Dalia la strada ti ammalia” canta una voce femminile, sul motivo di una vecchia canzone.
Ivan sorride compiaciuto; fruga nel vano portaoggetti e trova un paio di occhiali scuri. “Questi ti dovrebbero andare” dice a Luca che subito li prende e li inforca; poi rivolta il parasole per guardarsi nello specchietto. Aggrotta la fronte, alza il mento; avesse più barba potrebbe quasi sembrare un uomo.
Di colpo Ivan frena. Sono all’inizio del ripido rettilineo che precipita dritto fino ai fortilizi della dogana vecchia per poi piegare verso la costa. Da lì il mare è vasto e curvo; le strutture del porto, con i perimetri delle darsene e il traffico lungo le banchine, sembrano irraggiungibili. Trecento metri più in basso, prima della curva, un posto di blocco occupa per intero la strada e i marciapiedi.
“Non capisco la deviazione del confine” dice Ivan. “Si tratta solo di una punta avanzata o tutta la linea si è spinta così in alto?”. Poi rimane a seguire con attenzione i movimenti dei militari armati di mitra. Quelli coi giubbetti antiproiettile fermano le auto per i controlli. Al momento ci sono una decina di vetture nella strettoia delle transenne. I blindati sono disposti a spina di pesce al centro della carreggiata, i gipponi, invece, di traverso sui marciapiedi.
“Certo, è un’occasione unica” esclama Ivan “un vero regalo! Lo vedi anche tu il bersaglio?” domanda a Luca senza distogliere lo sguardo dal posto di blocco. Fa un sospiro. “Se non ci fossero le altre macchine...”.
“Esci” dice bruscamente a Luca che lo asseconda subito. Poi spegne il motore, ingrana la prima ed esce a sua volta. Attraverso il finestrino aperto manovra sul volante finché le ruote non sono perfettamente dritte, quindi fa scattare il bloccasterzo. “Tienila ferma che tolgo la marcia” ingiunge a Luca, e mentre questi, senza capire, si sforza di trattenere la Dalia, Ivan mette a folle e riavvia il motore. “Ora vai e colpisci” dice alla macchina spingendola con forza verso la discesa.
Luca sente il cuore correre all’impazzata. Sta per succedere qualcosa di grosso e lui ne fa parte. È già un combattente? Lo diventerà fra poco? È quello il suo battesimo da uomo?
Troppe domande. Ora importa solo ciò che sta accadendo, e ciò che sta accadendo è dotato del potere ipnotico di assorbire tutta l’attenzione e non ammettere altro; come se un filo invisibile legasse i loro sguardi alla Dalia, e quel filo fosse l’unico confine valido tra ciò che conta e ciò che invece è superfluo.
Dopo cinquanta metri di ripida discesa l'auto è un bolide che fila dritto verso il posto di blocco, è una lucente bomba terrestre indirizzata sui militari col suo carico di benzina e di lamiere sempre più pesanti.
Il resto è veloce e scontato. Alcuni militari sparano raffiche di mitra, altri si gettano urlando ai lati della strada. L’impatto violento è seguito da una forte esplosione.
Avvolte dalle fiamme, la Dalia e le vetture colpite rovinano contro quelle vicine causando una catena lenta e inarrestabile di esplosioni, fumate nere in cui lampeggiano gigantesche lingue di fuoco, boati e poi ancora boati finché tutto è una grande colonna di fumo catramoso che di colpo oscura il sole.
Ivan sfoga la sua eccitazione urlando a bocca spalancata, le vene del collo gonfie, lo sguardo stravolto. “Si devono cagare sotto, si devono” dice poi a muso duro. “Imprimiti nella mente quello che vedi, Luca, perché non è roba da tutti i giorni. Ed ecco a voi, ladies and gentlemen” dice poi, come un presentatore televisivo.
Il fumo, giunto fino a loro, rende difficile respirare. Tra vampe acri di benzina e gomma bruciata le esplosioni si susseguono con una cadenza che sembra non avere fine. Nella città bassa inizia il lamento delle sirene. Ivan e Luca si allontanano; un vecchio e un ragazzo che sopportano insieme, a primavera, il grande peso delle libertà.
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Commenti

Di questo racconto ho apprezzato in modo particolare la scrittura, che ho trovato pulita e ben definita a de-scrivere una storia semplice ma non banale. A mio parere è molto buono.

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