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Ritratto dell’artista da giovane 3: Alice James, un diario e l'arte di morire

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Di Giovanni Ragonesi

Non avesse fatto parte di una celebre famiglia di intellettuali e non le fosse capitato in sorte di crescere e vivere nella vitto-puritana Boston di fine ‘800, probabilmente di Alice James si sarebbe letto o visto molto.
Così non è stato ed oggi l’unica cosa che abbiamo di lei è il suo Diario, un meraviglioso documento. Una testimonianza lucida, spietata, ironica sulla vita di una donna singolare, di una donna emblema di tante altre donne del suo tempo; di una paziente e tragica ed effervescente arte di morire; uno sguardo critico e sofferente sulla società nella quale viveva che stordisce e che ha prolungato la sua eco fino a una notte romana dell’estate del 1980 in cui Susan Sontag ha rivissuto in sogno quella esperienza per poi trasferirla nelle pagine di un testo teatrale, Alice in bed.

Era la figlia più giovane della famiglia James. Il padre era un apprezzato studioso, il fratello Henry uno dei più talentuosi narratori di tutti i tempi, William un filosofo e pioniere della psicologia moderna. Alice non era da meno, ma era una donna, l’unica della sua famiglia. Da lei ci si aspettava altro: per il suo avvenire erano in programma un matrimonio appropriato, maternità, cura delle faccende domestiche, corsetti stretti in vita e pesanti e ingombranti abiti che avrebbero reso ogni movimento calcolato e doveroso nei confronti di un qualche onere sociale.
A tutto questo, sin da adolescente, Alice disse no e a tutto questo si sottrasse rifugiandosi nella malattia, come molte altre donne attorno a lei. Una malattia dell’anima che era ricerca di uno spazio vitale che le offrisse riparo e uno status per esimersi da un ruolo costruito e abitato senza passione né vita.

Già all’età di 16 anni Alice chiese al padre se un essere umano avesse il diritto di togliersi la vita e se questo atto costituisse davvero un peccato.
Il padre ricorderà in una lettera la sua risposta: «Le risposi che era assurdo considerarlo peccato quando una persona vi ricorresse per sfuggire a una amara sofferenza, o per una spinta dell’anima come nel suo caso, o per qualche malattia ripugnante come in altri. Le dissi che, per quanto mi riguardava, aveva il mio pieno consenso a porre fine alla sua vita quando le piacesse; speravo soltanto che se mai sentisse di dover rendere quel tipo di giustizia alle sue condizioni di vita, lo facesse in modo assolutamente delicato, così da non recare sofferenza ai suoi amici.»

Decise però, una volta compreso come fosse suo diritto suicidarsi, che non poteva farlo, che a quella maniera non avrebbe imposto nessun atto di libertà estrema. Così decise di vivere e lentamente di rifugiarsi nella malattia.
Emicranie e nevrosi. All’indomani della morte del padre, invalido per via di una gamba persa in un incidente, non camminò più.

Infine arrivò finalmente il 31 maggio del 1891 e le venne diagnosticato un tumore, così accolto nelle pagine del suo diario: «Tutto arriva a colui che sa attendere! Può darsi che le mie aspirazioni fossero stravaganti, ma oggi non posso lamentarmi che non si siano brillantemente realizzate. Fin da quando mi sono ammalata, ho desiderato con tutte le mie forze una malattia vera, senza curarmi del fatto che questa potesse avere un nome terribilmente convenzionale.»
Continuò a scrivere il suo diario, iniziato il 31 maggio del 1889, in assoluta riservatezza, fino alla fine.

Nel frattempo, morto il padre, si stabilì in Inghilterra, ai margini della vita dell’oramai celebre fratello Henry. L’accompagnò la sua amica Katharine con la quale aveva dato vita a uno di quei “Boston marriage”, come verranno definiti dagli women’s studies: rapporti molto intimi tra donne, basati su lealtà, fedeltà, profondità di sentimenti, comunione di vissuti; unioni di anime asessuate ed escluse dalle vicende sociali e dalla storia.
L’amica, Katharine Loring, scriverà sotto dettatura le ultime pagine dei due quaderni dei diari quando Alice non sarà più in forze per vergarle di sua mano e in fine ne sarà la custode e la curatrice della prima pubblicazione, trent’anni dopo la morte. Quella morte attesa, ricamata come una sontuosa tovaglia, di cui l’unico rammarico era non poterne essere spettatrice pur essendo l’unica cerimonia di cui si potesse concedere il lusso: del battesimo non poteva serbare ricordi, del matrimonio era stata privata da uomini insensibili, la maternità le suscitava terrore; non le rimaneva che il suo funerale, eppure se lo sarebbe perso.

Nelle sue pagine, frammentarie e libere, Alice annoterà il suo percorso verso la morte, la costruzione della sua dipartita, ma anche commenti sulla società inglese, sugli ospiti – celebri o meno - che andavano a trovarla al suo capezzale, sugli affari politici e letterari, sulle vicende accorse ad altre donne, sia quelle che si assiepavano nell’ordine borghese vittoriano sia quelle che ne erano escluse e cadevano vittime di nobili sofferenze.
Le sue pagine ci mostrano uno sguardo che è ironico e sarcastico, una mente che fa implodere la sua genialità, una lucidità che sa essere oltremodo spiazzante e feroce, una donna che accondiscende alla civetteria e che subito dopo se ne solleva con uno scatto furente e raggelante. Una donna che avrebbe potuto essere una versione in prosa di Emily Dickinson, una precorritrice di Sylvia Plath, una George Eliot più adamantina, una Virginia Woolf dell’altra sponda dell’oceano.

Invece Alice James è stata solo una diarista.
A partire dagli anni ’60, quando venne data alle stampe l’edizione integrale dei suoi diari, su Alice James si sono concentrati studi letterari e di politica femminista, biografici e di circostanza, è stata vista come Icona e come Vittima all’interno di una inevitabile polarizzazione della figura femminile di fine ‘800.
Infine è stata fatta rivivere in diversi spettacoli teatrali che hanno tentato di dare voce e spazio alla sua vita non vissuta.

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