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Perché si scrive?

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Di Giovanni Pannacci

Il fondatore e gestore di questo blog si prodiga in preziosi consigli di scrittura, che hanno come fine quello di aiutare aspiranti romanzieri a districarsi nell’aggrovigliato mondo delle trame, dei punti di vista, dei dialoghi, delle descrizioni, ecc.
Qualche volta, inoltre, il nostro fondatore – dimostrandoci che la scrittura (come tutte le cose) va presa con il giusto distacco – ci regala anche delle perle che, solo apparentemente, vanno in controtendenza con lo spirito del blog. Ovvero, ulteriori buoni consigli per smetterla di scrivere!

Insomma, frequentando Sul Romanzo c’è la possibilità che possiate chiarivi le idee una volta per tutte su come si potrebbe scrivere una storia o se non sia il caso di piantarla lì, una volta per tutte.
In realtà, se uno legge assiduamente questo blog (e altri ad esso affratellati), se ha pure comprato il libro di Morgan su come scrivere un romanzo in 100 giorni (o altri manuali simili), se legge i romanzi degli altri con lo spirito del lettore predatore, allora, quella persona lì, c’ha il tarlo della scrittura e non c’è santo che tenga.

Allora io, adesso, dopo che si son dati consigli su come scrivere e su come smettere di scrivere, vorrei interrogarmi un po’ sul perché si scrive.
Non venite a dirmi “scrivo per me stesso”, perché storco subito il naso e faccio mmmmh.
Chi scrive solo per se stesso di solito tiene un diario su cui annotare i propri pensieri, o scrive versi quando è in condizioni di particolare ispirazione. Attività bellissime e che tutti dovrebbero praticare, visto lo straordinario potere (anche) terapeutico della scrittura. Eppure queste sono forme di scrittura diversissime da quelle che vuole mettere in atto chi ha una storia da raccontare e dei personaggi da far muovere. Capita più o meno regolarmente che quando, magari a una cena fra amici, vien fuori che io scrivo, qualcuno subito dichiara: “prima o poi anche io pubblico un libro, da adolescente buttavo giù dei versi e al liceo prendevo sempre otto ai temi”.
Confesso che la cosa mi irrita un po’. È come se io dicessi alla mia amica architetto: “penso che progetterò da solo la mia casa, da bambino ero bravissimo coi lego e prendevo sempre otto a disegno tecnico.” Lo so, lo so, un romanzo scritto male è molto meno dannoso (almeno dal punto di vista materiale) di una casa dalle fondamenta instabili, ma insomma, avete capito cosa intendo.

Chi ha in testa una storia scrive perché sente impellente la necessità di far muovere quei personaggi e vuole vedere che fine fanno. Chi strappa al proprio tempo risicato tre, quattro ore al giorno per mettersi lì a scrivere è perché non può farne a meno. Chi pensa a dialoghi e descrizioni mentre guida o se ne sta seduto in metropolitana e viene costantemente visitato dai suoi personaggi, beh, è un matto, d’accordo, ma se siete immersi nella scrittura di una storia è così che funziona.
Si scrive perché sentiamo che questa cosa, nonostante la fatica e i dubbi, ci viene bene, ci rappresenta. Come mia nonna che stava ore chinata sul suo uncinetto a realizzare coperte bellissime che ora giacciono dentro bauli ricoperte di naftalina. Però mia nonna era felice quando mostrava i suoi lavori. Ecco, si scrive anche perché ci piace poter incontrare il consenso della gente. Si scrive soprattutto per gli altri, a volte per vendetta, a volte per amore, a volte per fare ordine in situazioni intricate. I nostri personaggi ci rappresentano, ecco perché dedichiamo loro tanto tempo e tanta fatica. Attraverso di essi diciamo al lettore “temimi” o “amami”, ma comunque vogliamo essere letti, perché le nostre storie diventano vive solo nella mente dei lettori.


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Commenti

Mi ricorda molto un post che inserii alcuni mesi addietro sul mio blog.
Mi sono rispecchiato molto nei tuoi ragionamenti. È vero, anch'io dubito molto quando qualcuno dice che scrive per se stesso. Credo che chi scriva lo faccia sempre perché ha qualcosa da dire agli altri.
Come ho scritto sotto la testata del mio blog: "Scrivere è schiudere un mondo infinito di fantasia davanti a occhi desiderosi di sognare". Se non ci sono occhi che guardano (leggono) la tua storia non vivrà mai.

Marcel Proust confessò, con molto candore e con lucidità, che scriveva perché voleva essere amato. g.r.

Grazie Marcello e grazie G.R., è esattamente quello che intendevo.
Giovanni

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