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La morte della Poesia: quale futuro?

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Di Roberto Orsetti

Lo ammetto. A volte mi faccio domande che non dovrei fare, per rispetto al tempo che perdo per darmi risposte.
Ma ci sono mattine in cui mi sveglio e mi ronza una frase, una canzone, una immagine. E mi segue per tutto il giorno.
Così questa mattina mi sono fatto una domanda, mentre preparavo il caffè in cucina: "Chi è considerato il più grande, il più importante poeta vivente?".
Magari per fare un confronto, per capire se mi è sfuggito un autore o un'opera, un'antologia.
Armato del mio solito strumento di tortura, il web, ho iniziato a digitare sui motori di ricerca le frasi di circostanza, tipo "i più grandi poeti viventi, chi è considerato il poeta vivente, ecc...".
Ho letto un poco di cose e sono finito a riflettere sull'importanza della poesia, sul suo approccio al pubblico, sull'ignoranza altrui, sul mio modo di recepire il messaggio poetico, se c'è un messaggio.
E sono diventato di cattivo umore, più di quanto non lo fossi ascoltando il notiziario radio, dove si faceva riferimento all'inadeguatezza dell'istruzione e, cito testualmente, alla notizia che “i giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semianalfabeti".
Ci volevano i dottori delle Università per darne conto.
A me sono bastate oggi quelle due domande per leggere risposte sconvolgenti, sui blog o sui social network.
La prima considerazione che ho fatto facendo la lista dei nomi, è che i poeti più stimati non arrivano da paesi extraeuropei o nord-americani. Preferibilmente poveri. Poveri anche di parole, quindi. Perché il poeta per esprimersi usa spesso poche parole, poche frasi. Lo scrittore per dare una emozione scrive pagine su pagine. Anzi, maggiori sono le difficoltà del paese in cui vive, maggiore è l'impatto poetico. La sofferenza dona forza alla poesia. Così penso che più un paese è ricco più pagine si sprecano. Leggere le classifiche di vendita per capire il concetto è sin troppo facile.
La seconda considerazione è che non ci sono generi nella poesia attuale. Non c'è una divisione come nel romanzo, questo è fantasy... Questo è noir... E via dicendo. La poesia sembra universale, unica.
Tirando le somme, ne viene fuori che anche il lettore sia diverso. Può essere che mi sia fatto una idea sbagliata, ma chi discute di poesia trasmette molto più facilmente il suo amore per la stessa, di quanto lo faccia un lettore anche ad alto livello di consumo. Sembra quasi che chi si ciba di poesia ne abbia un ritorno maggiore, più immediato e nello stesso tempo a lungo rilascio.
Ma i dati di vendita del mercato “poesia” piange, e non poco. Tanto che ho trovato notizie di numerosi convegni e incontri che dedicano attenzione al quesito "Quale futuro per la poesia".
E qui vengono in mente quello che ho letto su blog e social network. Troppo facile considerare gli spazi specifici, dediti all'autocertificazione del poeta stesso o i virtual cafè dove ogni tre parole che leggi devi fermarti a prender fiato per urlare la rabbia di un linguaggio che tiene lontane le persone normali.
Le cose che ho letto le posso riassumere in queste righe:
"Secondo me i grandi poeti viventi contemporanei sono nascosti tra la gente comune".
"Io ho una zia che compone poesie semplici ed essenziali. Secondo me lei ha un gran senso della poesia e come lei ce ne sono tanti".
"Non esiste più la poesia, la gente scrive senza sapere cosa è un verso".
"In un angolino io metterei anche Vasco Rossi".
"Io direi che la poesia cubana è quella che mi ha dato di più, in termini di forza".
"Ma oggigiorno è difficile, perché secondo me le cose più importanti sono già state dette in passato".
"Oggi, secondo me, non ci sono molti poeti famosi, anzi forse nessuno, perché automaticamente se diventi famoso sei inglobato nel sistema e non puoi essere più poeta".
"Lawrence Ferlinghetti, Jordi Palmer, Ledo Ivo".
"Poeta è colui che ti arriva diretto, in una frase ti dice tutto, come nei testi delle canzoni".
"Secondo me è il migliore è scrittore e poeta: Stefano Benni. Leggi qualcosa su di lui e ne rimarrai estasiata. Altrimenti un grande poeta contemporaneo è anche... Roberto Benigni!".
"Ma la poesia è diventata di una noia mortale, non si capisce niente, come la lirica".
E io che avevo sperato di trovare nomi come Izet Sarajlic, Tadeusz Rozewicz, Carmen Yáñez, Gabriel García Márquez, John Giorno, Luis Garcia Montero, José Saramago o chissà quanti altri che vengono in mente anche a voi...
Vi lascio con un quesito, ormai sfinito da tanto scempio.
Ho scritto poesie, come la zia di cui sopra, quindi sono poeta. E poeta è anche l'autrice di questo testo, diventato canzone.
A voi scoprire chi "ti arriva diretto, in una frase ti dice tutto".
Se fossi davvero convinto di essere un poeta, comincerei a preoccuparmi.

Pioggia di settembre cade giù
Cambia dimensione alla città
Nuove sensazioni e nuove riflessioni nella mente
La storia si ripete, sì lo so
E la mia mano sfiora quella tua
Trovo convinzioni nuove perché adesso so
Sei nella mia vita più che mai


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Commenti

poco fa in tv, nel programma di Corrado Augias parlavano di Fabrizio de Andrè e hanno mostrato uno spezzone in cui Fabrizio rispondeva a chi (forse Mollica) gli chiedeva:ti senti più poeta o cantautore?
risposta:"Benedetto Croce diceva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie. Dopo continuano solo i cretini e i poeti.Io, precauzionalmente preferisco considerarmi un cantautore"

Io, e posso ben dirlo, vi assicuro, ero un Poeta.

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