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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Spesso scrittori non si nasce né potrebbe essere altrimenti. La scelta di passare ore immobili, costretti in una sedia per accumulare parole su fogli di carta, cercando di far combaciare fatti che non sono mai accaduti, entrando nella testa di persone che non esistono, ha un che di innaturale. E infatti da ragazzo volevo fare l’artista, il pittore. L’idea della letteratura manco mi sfiorava. Dirò di più, la figura dello scrittore era per me l’emblema della condizione più infelice che potessi immaginare. Una volta uscito dall’Accademia di Belle Arti, ho capito però che non disponevo del talento necessario per diventare il nuovo Picasso, che era più o meno l’obiettivo che mi ero prefisso. Ho appeso allora i pennelli al chiodo precipitando in una depressione protrattasi fin quando non ho deciso di lasciare Roma per New York. Speravo di ritrovare la vocazione perduta, una buona ragione per tornare a dipingere, invece ho iniziato a scoprire la scrittura, ricredendomi su molte cose.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Non la porrei in questi termini. Non mi riconosco negli estremi di istinto e ragione. Mi alimento piuttosto del conflitto che oppone la dimensione del sogno, della deriva fantastica e immaginaria, ai luoghi del ricordo, del ripensamento, delle cose realmente accadute. Entrambi i mondi possono rivelarsi estremamente ingannevoli, ed è pertanto fatale che uno non escluda l’altro. Anzi, uno non potrebbe esistere senza l’altro. Che poi uno dei due abbia un’incidenza maggiore è faccenda diversa e contingente. Dipende dalle storie che di volta in volta si raccontano e, soprattutto, dalle fasi della vita in cui si decide di raccontarle.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Moraviamente parlando, fosse per me, il mondo sarebbe cascato da un pezzo: tendo al nullafacentismo. D’altro canto, questa cosa chiamata ispirazione mi ricorda tanto l’attesa di un certo Godot. Diciamo allora che mi impongo periodi di intensa traspirazione consolandomi con la prospettiva che seguiranno giorni di ozio sfrenato. Più seriamente, devo dire che il camminare mi aiuta a ragionare sul quel che voglio scrivere. Per cui, quando m’incaglio, vado a fare una passeggiata. Non funziona sempre, ma abbastanza da farne un metodo di lavoro.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Di immagini. Amo circondarmi di foto e cartoline.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Al momento sto lavorando a un libricino. L’ho provvisoriamente intitolato “Come diventare ciò che si è in quattro lezioni”. Parla per l’appunto del mio rapporto con alcuni grandi scrittori del passato, incluso quello prossimo. Confido possa trovare risposta a questa domanda in quelle pagine.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato gli schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Boh. La mia idea in proposito è boh. Vivo a Roma ma frequento poco o nulla la comunità letteraria locale. Diciamo pure che non frequento comunità di sorta. Mi sono gravemente ammalato di solitudine e non ho ancora scoperto la cura. Semmai un giorno mi trasferirò altrove, come spesso medito di fare, non sarà certo la concentrazione di scrittori a condizionare le mie scelte. Quel che so è che preferisco le grandi città a quelle piccole, i luoghi sporchi e incasinati ai modelli svizzeri. A dispetto del mio male, il mio ideale è un bordello dai tre milioni di abitanti in su. Ma non escludo di cambiare idea una volta raggiunta l’età pensionabile.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

In cima ai miei desideri primari c’era quello di non essere costretto ad alzarmi ogni mattina a una data ora per recarmi al lavoro. L’ho fatto per quindici anni e le assicuro che è una gran rottura di palle. Grazie alla scrittura posso illudermi di poltrire. Dico illudermi perché di fatto lavoro più di quando lavoravo. Comunque sia mi ritengo comunque un privilegiato, sono un uomo libero. Certo, tornando al punto di partenza, all’innaturale condizione dello scrivere, la libertà è costata qualcosa. Penso, per esempio, ai dolori posturali che discendono dal passare ore su una sedia. Ma ne valeva la pena. Cielo se ne valeva la pena.

La ringrazio e buona scrittura.


Il sito di Tommaso Pincio.

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Commenti

bella intervista e cose interessanti dette... con un pelo di ironia.
Mi avete dato degli spunti su cui riflettere.
Grazie.

"Grazie alla scrittura posso illudermi di poltrire". Magnifico. Mi rispecchio anche io in queste parole. In questo periodo di cassa integrazione sto scrivendo come un forsennato, sto leggendo, sto studiando, ma devo dire che è veramente un piacere. Lo faccio di mia volontà e non mi pesa affatto, anche se ovviamente mi stanca parecchio, soprattutto gli occhi.

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