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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Scrivo da sempre, da molto prima che diventasse un lavoro. Prima che mi rendessi conto che la scrittura mi avrebbe salvata da me stessa. A dodici anni ho confidato al mio diario di voler diventare scrittrice, a quattordici mio padre mi regalò una Valentina Olivetti rosso fuoco: ero fuori di me dalla gioia. Per gli altri era come dire “voglio fare il calciatore o l’attrice di Hollywood, così per pudore ho nascosto agli adulti e a me stessa quella che sento essere la mia vocazione. Ho cominciato a pubblicare tardi iniziando dai ricettari: da principio pensavo di avere perso molto tempo, poi ho cominciato a capire che la mia laurea in lettere, la mia passione per la psicanalisi, l’insegnamento, la vendita diretta e persino i miei due matrimoni e la maternità erano tutti passi necessari per arrivare ad accumulare storie, emozioni, cose da raccontare e filtrare. Insomma era tutto un prepararsi a.

Raccontare il cibo è il mio lavoro. E l’ho fatto attraverso ricettari, manuali, un romanzo, trattati a tema e recensioni. Dopo l’Amore goloso ero terrorizzata dall’idea di non aver mai più un’idea così buona, ora credo che mi basterà una sola vita per realizzare tutti i progetti che ho in mente

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Sono entrambi necessari perché sono propri dell’animo umano. Nessuno è puro istinto o pura razionalità e se lo crede sarebbe come creare un personaggio fasullo. La complessità di un personaggio significa che deve essere coerente ma non contraddittorio: è una regola tecnica del buon scrivere. Nello stesso modo ospito in me entrambi questi mondi sublimandoli nella scrittura. Per scrivere il mio romanzo Piazza Gourmand ho lasciato fluire entrambe queste componenti che poi sono state plasmate da tante revisioni successive. La struttura di questo libro è complicata e molto rigida e quindi razionale come una scatola di latta divisa in comparti, l’interno è morbido, duro, sensuale e istintivo, appunto.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Sono contenta di questa domanda. E’ necessario chiarire le due posizioni opposte. Per chi scrive di professione, come nel mio caso, sono fondamentali il rigore e la disciplina, senza queste due doti il talento è sprecato. Sono contrarissima alla visione romantica dello scrittore che scrive solo quando c’è ispirazione: sbagliato. Io scrivo per gli altri, scrivo per mestiere, scrivo perché non ne posso fare a meno. Se non fossi severissima e intransigente non riuscirei a pubblicare un libro l’anno e mi sono resa conto che la mia capacità di produrre testi è notevolmente aumentata con il tempo. Per scrivere bene è indispensabile leggere, leggere, leggere e scrivere, scrivere, scrivere. Punto. 4/5 ore al giorno di lavoro sono il minimo che consiglio. Io approvo e vivo la classica suddivisione codificata dai corsi di scrittura creativa tra il tempo morbido e il tempo duro. Il tempo morbido è quello in cui si vive, si sta in mezzo al mondo, si osservano gli altri come futuri personaggi, si rubano idee, si origliano dialoghi, eccetera. Il tempo duro è quello in cui tutto ciò deve diventare testo, dove ci si trova a combattere con il foglio bianco, dove bisogna essere rigorosi e disciplinati.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Riesco a scrivere ovunque e a concentrarmi in qualsiasi luogo. Il mio romanzo e anche Cucinoterapia - lo so che è banale – li ho scritti quasi interamente in un caffè malfamato di Cremona. Mi agevolano sensibilmente nel processo creativo, in ordine di importanza, la vicinanza ad una cucina ben fornita e funzionante e la mia gatta Tarte Tatin che è uno degli esseri più colti ed aggraziati che conosca. Come riesce lei ad acciambellarsi sulla minuscola edizione della Caduta di Camus - che tra parentesi è il mio libro di formazione - non riesce nessuno.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Più divento grande più mi accorgo che non so nulla e che non mi basterà una vita per leggere tutto quello che vorrei. Lo faccio continuamente e leggendo circa una dozzina di libri il mese devo selezionare. Grande rispetto per il passato e per i classici. Ogni volta mi chiedo giudiziosamente: "Cosa mi ha lasciato questo libro? L’umanità è la stessa senza questo contributo?". Ovviamente non si salva molto e consiglio anche voi di porvi queste domande. Qualcuno ha detto, mi sembra proprio Wilde - che non esistono libri belli o libri brutti, esistono libri scritti bene o libri scritti male.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Purtroppo questi luoghi magici di un tempo sono rari, penso ad esempio all’utilità dei caffè letterari di inizio secolo come il Pedrocchi a Padova o Le giubbe Rosse a Firenze. Oggi lo scrittore è piuttosto solo e a parte il confronto in rete (grande risorsa!) il vero problema dello scrittore è trovare un interlocutore. Ad esempio se io voglio consultarmi sulla qualità di un dialogo o sulla bontà di un personaggio ho pochissime persone con le quali parlare. Mi ritengo fortunata ad avere una editor, ma tutti gli altri? Ben venga un ruolo come il vostro. Per quanto riguarda il luogo ideale per scrivere, è ovvio che non esiste. In assoluto credo che la città non aiuti le scritture, forse lo stimola se è a caccia di storie, ma per scrivere ci vuole la provincia: io adoro la provincia. Diciamo che rifacendomi alla divisione tra tempo morbido e tempo duro, penso che durante la prima fase della costruzione di un libro sia utile la città, nella seconda la provincia e la periferia.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere mi ha cambiato completamente e per la mia esperienza riconfermo la funzione terapeutica della scrittura. Soprattutto scrivere narrativa ti cambia, ti obbliga a denudarti: scrivere è denudarsi. Vivo in un costante stato di esaltazione quando scrivo e quando esce un libro nuovo. Se penso che qualcuno esce di casa per ascoltare ciò che dico, oppure entra in una libreria per comprare quello che ho scritto mi sento davvero una miracolata. E’ per questo che mi ripugna scrivere un libro "ruffiano" costruito solo per vendere, mi ripugna e ho troppo rispetto per i miei lettori per trasformare la scrittura in un’operazione commerciale. Probabilmente questo è il motivo per cui non venderò mai milioni di copie. Io sono una che esulta dopo le 10.000, in fondo in Italia si legge così poco. Non fa niente, io continuo così. Il problema che più si va avanti più si diventa esigenti: ho un romanzo che aspetta da dieci anni che lo tiri fuori. Lo lascio lì, ci sorvegliamo a vicenda in attesa che uno dei due faccia un passo falso.

La ringrazio e buona scrittura.


Roberta Schira

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