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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Non è da molto che scrivo; questa passione, perché mi piace definirla tale, nasce con la prematura scomparsa di mia moglie e ha costituito agli inizi uno sfogo per uscire dalla solitudine e lenire un po’ il mio dolore. Agli inizi (anno 2003) erano abbozzi di poesie e qualche raccontino, lavori in cui predominava un’accentuata disperazione, ma poi, conosciuta la mia attuale seconda moglie, quell’inferno che avevo dentro si è attenuato fino a scomparire e così ho continuato a scrivere solo per il piacere di farlo.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

L’uno non può prescindere dall’altra, perché non è sufficiente il talento naturale che porta alla creatività se non si accompagna allo stesso uno stile, una tecnica che è frutto di studi, che faccio anche ora. Leggere la poesia e la prosa degli altri, ma farlo soprattutto in modo critico e analitico è estremamente formativo; così, quasi inconsapevolmente, si impara, si affina la propria tecnica e il risultato finale migliora. Quindi potrei dire che mi colloco nel mezzo, senza che l’uno prevalga sull’altra.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Nel mio caso dipende se si tratta di poesia o di prosa. Quest’ultima mi è più idonea nel corso del pomeriggio, perché sono ore che sembrano più lente e quindi posso – è un ragionamento inconscio – trasporre le idee in una scrittura di più ampio respiro, evitando di sintetizzare eccessivamente, aspetto questo che è più peculiare della poesia. Con riferimento a questa scrivo preferibilmente di sera perché il buio della notte mi consente di concentrarmi meglio; non è difficile però che qualche volta capiti che metta nero su bianco al mattino, subito dopo il risveglio, frutto probabilmente di un’elaborazione mentale avvenuta durante le ore del sonno.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Sia per la narrativa che per la poesia (soprattutto per questa) ho bisogno di un sottofondo musicale, con larga preferenza per la classica e la celtica. Nel caso della poesia è addirittura indispensabile, perché quando mi viene l’idea so già il ritmo più idoneo in versi e così, per fare un esempio, se deve essere un tempo lento, magari un po’ solenne, scelgo di ascoltare un adagio.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

L’uomo è frutto di una lunga evoluzione, ancora in corso, e quindi l’individuo attuale è frutto di esperienze e di conoscenze di chi l’ha preceduto. Anche se oggi, nel leggere le opere di alcuni autori di successo, si potrebbe pensare che degli insegnamenti di Omero, di Virgilio, di Dante non sia rimasto nulla, non è così. Chi ha saputo nel passato dire qualche cosa di nuovo e in modo nuovo resta anche oggi un preciso punto di riferimento dal quale chi vuole scrivere qualche cosa di almeno dignitoso non può prescindere. I grandi autori del passato si esprimevano diversamente dall’epoca odierna, ma secondo canoni letterari che erano propri del periodo in cui sono vissuti. Nessuno oggi si sognerebbe di scrivere come Manzoni, ma è indubbio che il suo stile, la sua tecnica devono essere studiati, per trarne quanto di valido a un adattamento all’uso corrente. E poi non conta solo la bella scrittura, ma ciò che esprime, tanto che il capolavoro è la perfetta integrazione di stile e di contenuti. Al riguardo l’opera di Dante Alighieri è una fonte inesauribile di spunti per un romanzo o per una poesia, e lo stesso possiamo dire per Hesse, per Ungaretti, perfino per il lontanissimo Omero. L’opera d’arte, se è vera arte, resta tale, per sempre. Quindi non è raro oggi che vada a rileggermi alcuni romanzi di Tolstoi, oppure alcune raccolte di Pascoli. Ne ritraggo un immutato piacere ed è l’occasione per ulteriori riflessioni e approfondimenti che possono dare vita a nuove idee.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Io abito in un piccolo paese (Virgilio, che ha circa 11.000 abitanti), assai vicino però a una città come Mantova, un po’ più affollata. Tuttavia non è che siano frequenti le occasioni per incontri di carattere letterario, anzi sono del tutto assenti o sporadiche, fatta eccezione per i pochi giorni del Festivaletteratura che però ha più la caratteristica di una festa di paese, con larga prevalenza dell’aspetto commerciale. C’è anche da dire che Milano e Roma offrono più opportunità, anche perché vi abitano numerosi autori. Sotto quest’ultimo aspetto Mantova è una città che ha poche presenze. Del resto basta considerare che presentare libri lì diventa un’operazione estremamente rara e infruttuosa. Senza far nomi, l’anno scorso è venuto per una presentazione in una libreria un autore affermato e assai noto; penso che non tornerà più, perché i presenti erano solo due.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Premetto che scrivere non è il fine della mia vita, ma certo mi ha dato molto e spero che continui a darmene. E’ una passione che comprende anche quella per la letteratura in genere, e cioè il leggere libri, recensirli, lo stilare saggi; direi che il tutto è un mezzo per arrivare a scoprire ogni giorno qualche cosa di me, è un guardarsi dentro, uno scavo lento, ma progressivo, che porta a conoscermi, anche se so che non arriverò mai fino al fondo. Però, quello che viene alla luce, e che non intendo considerare né positivo, né negativo perché esula da classificazioni del genere, va a formare un ritratto interiore che, francamente, mi stupisce. Si percorrono migliaia di chilometri per andare sulla Luna, per scoprire nuovi pianeti, eppure l’uomo non guarda mai abbastanza dentro se stesso. Se lo facesse, si accorgerebbe del mondo immenso che c’è in lui, acquisirebbe consapevolezze che migliorerebbero la sua vita dal punto di vista spirituale. Potrei concludere dicendo che l’infinito è ovunque, soprattutto in noi.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a lei per le interessanti domande.


Renzo Montagnoli nasce a Mantova l’8 maggio 1947. Laureato in economia e commercio, dopo aver lavorato per lungo tempo presso un’azienda di credito ora è in pensione e vive con la moglie Svetlana a Virgilio (MN).
Suoi racconti e poesie sono pubblicati sulle riviste letterarie Isola Nera, Prospektiva, Writers Magazine Italia e Carmina.
Ha pubblicato le sillogi Canti Celtici nel 2007 e Il Cerchio infinito nel 2008, entrambe edite dal Foglio Letterario e vincitrici di numerosi premi in concorsi letterari.
E’ il dominus del sito culturale Arteinsieme (www.arteinsieme.net).

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Commenti

Grazie.
Renzo

Penso di conoscere Renzo abbastanza bene da poter dire che questa intervista lo fotografa in pieno.

Ho letto con attenzione l'intervista, apprezzando sia le domande, non banali, sia le risposte esaurienti date dall'Autore. Credo ci sia materiale su cui riflettere: su come, per esempio, per scrivere sia prima di tutto importante leggere, accostarsi soprattutto ai classici. Che sembra una cosa lapalissiana, ma non lo è affatto. Conosco un poeta (o almeno è così che questa persona si"nomina"che afferma con orgoglio di leggere solo se stesso (sic!). Mi ha anche colpito
la concezione di scrittura come viaggio interiore, come conoscenza di sè. E penso che, conoscendo meglio se stessi, scoprendo strade che non sospettavamo di racchiudere in noi, si arrivi anche a una miglior conoscenza dell'altro.
L'infinito è ovunque, dice Montagnoli, soprattutto in noi. Una maniera eccellente per chiudere l'intervista.

Ho apprezzato molto questa intervista, come apprezzo il lavoro che Renzo fa sulla scrittura, sua e altrui. E queste parole indicano chiaramente il suo pensiero:
"Leggere la poesia e la prosa degli altri, ma farlo soprattutto in modo critico e analitico è estremamente formativo; così, quasi inconsapevolmente, si impara, si affina la propria tecnica e il risultato finale migliora."
In un mondo in cui molti non fanno caso alla scrittura altrui sono ancora più belle.

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