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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Prima che alla scrittura mi sono avvicinato alla lettura, appena appresi i primi rudimenti dell’arte. Fui aiutato da due contingenze favorevoli: vivevo in un palazzo della vecchia Roma in cui ero l’unico bambino, e trovai in casa una cassa di libri di un mio zio materno. Era piena di vecchie edizioni Vallardi delle opere di Salgari, e in più le dispense Nerbini delle imprese di Petrosino e di Buffalo Bill. Per questo già a sei anni avevo un’idea abbastanza precisa dei Caraibi, della Jungla indiana, delle praterie americane e dei bassifondi di New York. Di contro avevo un’idea vaghissima di chi abitasse al piano di sotto, un misterioso ingegnere, e praticamente nessuna della natura di Roma, a parte la catena di vicoli che conducevano da casa mia alla scuola. Questo legame con il lontano spiega forse la piega che ha preso poi la mia maniera di narrare, spesso rivolta a luoghi e tempi lontani dal nostro. Quando si è lettori voraci, la transizione alla scrittura è spesso naturale: semplicemente non si trovano più storie in numero sufficiente per appagarci, e ce le cominciamo a scrivere da noi. Ho fatto le mie prime prove in campo poetico, sia con testi originali che con scritti critici. Ma anche questi ultimi alla fine non erano che racconti, per cui non ho fatto altro a un certo punto che scivolare ancora di più verso le terre dell’immaginazione, e piantarvi le tende.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Più sul lato della razionalità consapevole. La figura dello scrittore sognatore, che si ispira davanti a paesaggi serotini, è molto cinematografica, ma corrisponde poco alla realtà. Un testo narrativo, specie se un romanzo, è il frutto di un lungo lavoro di aggiustamenti, ripensamenti, trasformazioni che ha poco a che vedere con l’idea di un’intuizione lampeggiante, che si fa cosa quasi per virtù propria.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Chi scrive, scrive sempre. Non ogni mattina, ma ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana, dodici mesi all’anno. Lo scrittore part-time non esiste, è un’altra cosa. Naturalmente dobbiamo intenderci su cosa sia scrivere, che non è un’azione singola, ma un insieme di operazioni molto complesso di cui la costruzione della pagina è solo l’ultimo anello. Nella scrittura precipita l’intero essere dello scrittore, i suoi sogni, i suoi amori, le sue nevrosi, ciò che gli capita, ciò che capita a quelli che conosce, ciò che capita a chi non conosce, quello che non gli capiterà mai, quello che non capiterà mai a nessuno. Poi, naturalmente, di tutto questo solo una minima parte si tradurrà in una pagina, attraverso un lavoro di riduzione che richiede ore e ore di lavoro. L’ispirazione esiste, ma non è il motore, è una conseguenza: l’ispirazione è riuscire a trovare un modo felice per tradurre sulla pagina l’idea che si ha in mente.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso fare a meno di due cose: del caffè, e di una musica di sottofondo che in realtà non ascolto, ma che crea una sorta di rumore bianco per isolarmi dal mondo. Un mantra, in cui l’inconscio si distrae, mentre la ragione lavora. Perché è proprio l’inconscio il peggior nemico dello scrittore: tutto quel coacervo di pulsioni, desideri, insoddisfazioni, bisogni che costituiscono la vita, ma che bisogna mettere da parte nel momento della scrittura. Solo così la vita, paradossalmente, scivola nella pagina e ha la speranza di diventare la vita anche del lettore.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Di grande rispetto e ammirazione. E sempre per una questione di imprinting giovanile. La mia famiglia non era di gusti modernisti, e in casa giravano soltanto scrittori classici. Io non avevo soldi per comperare libri, a parte quelli piccoli e grigi della Bur, che però erano anch’essi classici. Per cui è su di loro che ho fatto il mio apprendistato. La letteratura moderna è stata una scoperta successiva, degli anni del Liceo e poi dell’Università. Soprattutto i poeti contemporanei, Montale e insieme i Novissimi (di quegli anni), Sanguineti per primo. E attraverso Sanguineti Pound e poi Eliot, e gli americani fino a Ginsberg. Urlo fu una vera rivelazione. Ma le prime letture sono come i primi amori, ti segnano per sempre. Quindi Shakespeare e Salgari, per via di quella cassa di cui dicevo prima. Come essi si combinino tra loro è fonte di meraviglia prima di tutto per me: ma evidentemente il nostro cervello conosce delle alchimie misteriose di cui è davvero difficile venire a capo secondo ragione.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Le nuove tecnologie hanno indubbiamente cambiato radicalmente il modo di rapportarsi degli scrittori tra di loro. Negli ultimi anni poi la trasformazione è stata rapidissima, azzerando di fatto le distanze. Oggi le discussioni e i dibattiti avvengono per la gran parte sulla rete, piuttosto che ai convegni o nei tradizionali luoghi d’incontro. Che ormai, specie in grandi città come Roma, nemmeno esistono più, a parte forse le occasioni fornite dalle presentazioni di nuovi titoli. Per l’umanità degli scrittori è un male, per le sorti della scrittura forse no: dover passare attraverso un mezzo neutro costringe a selezionare e raffinare le parole, che invece nel contatto diretto tendono facilmente a scivolare nella chiacchiera. Resta poi che le opinioni degli scrittori contano poco, così come le loro teorie estetiche: sono al più interessanti per la critica, ma ciò che conta veramente è ciò che alla fine compare sulle pagine a loro nome. Lì sta quello che hanno fatto, lì nasce o non nasce il loro rapporto con i lettori, tutto il resto potrebbe anche non esserci.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere non rende migliori, rende soltanto più felici. O meno infelici, se vogliamo. Quando finalmente, se accade, le parole sulla pagina coincidono esattamente con quello che si era preformato nella mente, allora si prova per un attimo una vera e propria ebbrezza. In quel momento è come se ci fossimo trasferiti nella storia che stiamo raccontando, che diventa la nostra vera vita. Un attimo, intendiamoci. Subito dopo ricomincia la battaglia per la prossima frase, per il prossimo paragrafo. Ricomincia la depressione, lo sconforto, la delusione, fino al prossimo lampo.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a te, e auguri per il blog!


Giulio Leoni (Roma, 12 agosto 1951) è uno scrittore italiano.


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