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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.
 
Da bambino scrissi un romanzo di pirati e un poliziesco con una vecchia macchina da scrivere che avevo in casa, un residuato bellico i cui tasti si continuavano a inceppare. Ma nel frattempo disegnavo storie a fumetti e tormentavo amici e parenti con spettacoli di burattini. Nel frattempo sognavo seriamente di fare il regista, per girare un film sulla mia vita; cosa che, a otto anni, lo capisco, era abbastanza grottesca. Le prime esperienze di scrittura “autentica” vennero con le superiori: recitavo nella compagnia teatrale del liceo Tasso di Roma e scrissi una commedia che mettemmo in scena a fine anno. Il titolo era Il circolo vizioso e in capo a tre anni, durante l’università, partii proprio da questa trama per stendere il mio romanzo d’esordio, Piccola serenata notturna.
 
Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?
 
Esiste il momento dell’istinto, che è l’unico momento felice di tutto il processo. Dura un attimo: è quando ti balza in testa la buona idea, spesso è qualcosa di assolutamente sfocato. Poi inizia la riflessione, la cura, la fatica. E sono dolori.
 
Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.
 
Ho un brevettatissimo “metodo Buonanno” che sono riuscito a far adottare a molti miei amici. Visto che, come ha scritto Cavazzoni, la vita di ogni giorno complotta incessantemente contro la poesia – i panni da stendere, la spesa da fare… tutto a discapito del tempo per scrivere – e visto che siamo esseri per cui ogni scusa è buona per perdere le ore, la sera prima preparo una lista accurata degli impegni amministrata secondo le ore che so di avere a disposizione. Undici, dodici ore di lavoro? Undici, dodici modi in cui impiegarle. Tassativamente. Allo scadere di ogni ora metto una crocetta. Sembra un metodo inumano, ma la realtà è che c’è il trucco. Siccome mi dico che la vita dello scrittore non consiste solo nello scrivere, ma nell’acculturarsi, nell’incontrare gente, la mia lista di oggi per esempio prevede: «1) Leggi il giornale, 2) Leggi un libro, 3) Chiama R. P. per prendere il caffè, 4) Vai al bar per prendere il caffè con R. P….» Vedete bene come si sono fatte le undici del mattino senza aver combinato un accidente. Con rigore, però.
 
Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?
 
Un tempo non riuscivo assolutamente a scrivere senza fumare e ascoltare musica. Ora che ho smesso di fumare resta la musica. Il problema è che scelgo una canzone adatta al tono che vorrei dare al romanzo e al racconto, dopodiché la ascolto a loop fino alla fine. Questo significa che, una volta messo il punto, canzoni anche bellissime mi vengono a noia a un punto tale da non poterle più ascoltare senza odiarle.
 
Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?
 
Non mi sono mai vergognato di essere uno scrittore “iperletterario”. I riferimenti al passato, il dialogo con i morti, sono elementi sempre presenti in quel che scrivo. Ma paradossalmente non riesco a trattare i maestri senza deriderli. Mi sembra una cosa inevitabile: i padri si accoltellano. Se ci si limitasse a seguirli, non avrebbe senso scrivere. Basterebbe rileggere i classici.
 
L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?
 
Non credo che le nuove tecnologie possano far tramontare il bisogno di un confronto intellettuale diretto, né che il famigerato virtuale possa far cessare di esistere ambienti concreti. E l’ambiente e gli scambi condizionano le poetiche, che non sono mai assolute, ma esistono. Esistono ancora piccole, sottili “scuole” romane, torinesi, nordestine, sarde… benché ovviamente non ci siano più i caffè delle Giubbe Rosse, ma questo conta molto poco. È vero poi che non si tratta di ambienti chiusi, ma continuano ad esserci specificità, grazie al Cielo.
 
Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?
 
Assolutamente no. I libri non salvano, men che mai quelli che scriviamo noi. Il tasso di ossessioni, ansie, problemi che ho tratto dai miei libri è stato cento volte maggiore a quello dei vantaggi e delle liberazioni. Scrivo perché non ne posso fare a meno e, senza retorica, se sono felice è per tutto fuorché per i libri. Le risposte le conoscono tutti: amore, amici…
 
La ringrazio e buona scrittura.
 
 
Errico Buonanno è nato a Roma nel 1979. Ha pubblicato “Piccola serenata notturna” (Marsilio 2003, Premio Calvino), “Partita doppia” (con Gianni Farinetti, Aliberti 2005), “L’accademia Pessoa” (Einaudi Stile Libero 2007, Premio Orient Express). L’ultima sua opera è “Sarà vero. La menzogna al potere. Falsi, sospetti e bufale che hanno fatto la storia” (Einaudi Stile Libero 2009).


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non si capisce se vive di scrittura o se fa altri lavori...

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