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Di Simone Marzini

Ciao Cynthia, visto che segui i miei articoli sul blog saprai quali sono gli argomenti di cui mi occupo. Inizio dal più importante: come hai fatto a esordire con una grande casa editrice? Ci racconti la tua esperienza?

La mia storia è un po' anomala, all'inizio ho seguito il solito iter di tutti gli aspiranti scrittori (termine che mi ha fatto sempre un po' sorridere: che vuol dire "aspirante scrittore"? O uno è scrittore o non lo è, non aspira a diventarlo, sa di esserlo. Punto. Semmai aspira a essere pubblicato, il che comporta tutt'altra serie di considerazioni, ma queste ce le teniamo semmai per la prossima volta), beh, dicevo, ho seguito il solito iter che tradotto in parole povere mi ha comportato la spedizione di decine e decine di manoscritti alle varie case editrici.
Le prime a rispondere sono state le tipografie (loro si autodefiniscono case editrici a pagamento, cioè quelle che ti chiedono qualche migliaio di euro e in cambio ti stampano tot copie, che quasi sempre sei tu a dover piazzare in giro), poi le piccole case editrici, poi le medie, e tutte, purtroppo, riportavano le solite frasi "lavoro buono, ma non rientra nella nostra linea editoriale."
Così, di busta in busta, credo di aver collezionato una ventina di risposte negative, e adesso, che resti tra noi, le ho tutte infilzate ad un chiodo sul muro in ingresso, in bella vista, come aveva fatto quello scrittore famoso di cui non ricordo il nome (Fitzgerald? Beckett?).
Nel frattempo mi ero iscritta a una scuola di scrittura creativa di Milano, dove i docenti erano tutti scrittori o editor importanti (per fare dei nomi: Bricchi, Rollo, Centovalle, Parazzoli, ecc.). In questa scuola si ascoltava e si discuteva molto, ma poiché era una scuola di scrittura si scriveva anche, e scrivi che ti scrivi, finisce che il mio modo di scrivere viene apprezzato, e la sottoscritta viene notata. Un giorno ho preso il coraggio a quattro mani e ho chiesto a uno di questi editor se per caso voleva leggere il mio romanzo e darmene un parere.
Beh, per farla breve, l'editor legge e mi dice che ha apprezzato molto il romanzo, che non mi promette niente ma lo sottoporrà al giudizio di alcuni lettori in Mondadori. Poi è successo tutto in fretta: i lettori in Mondadori hanno letto, hanno apprezzato, hanno mandato il libro più in alto, finché non è arrivato sulla scrivania del Boss, che ha dato finalmente la Sua approvazione. La sua telefonata, "Ben venuta in Mondadori", è per me ancora un bellissimo ricordo.
Che dire? I miracoli accadono ancora. Bisogna crederci, crederci, crederci.

Allora, rispondo alla tua domanda. Io dico aspirante perché finché non viene legittimato da una pubblicazione, non mi sento di definirlo/mi scrittore. Per capire, come si chiedono in molti, se vengono realmente letti. Sulla base della tua esperienza quindi essere presentati in qualche modo, aiuta? Ovvio che non basta quello per la pubblicazione, ma è per capire meglio le dinamiche di scelta delle case editrici.
Ok, le domande sono più di una. 

No, a Mondadori non l'avevo spedito perché so che le grandi case editrici non leggono manoscritti di esordienti (e questo lo dichiarano spesso sui loro siti) a meno che non siano loro presentati da agenti qualificati e di fiducia. Alcuni scrittori che conosco e che hanno esordito con Mondadori, si sono rivolti a uno di questi agenti e sono riusciti a pubblicare (evidentemente il loro lavoro valeva qualcosa, altrimenti una grande azienda non avrebbe rischiato, è normale).
Non so se le grandi case editrici leggano in qualche caso manoscritti inviati da sconosciuti, però se vengono loro portati da qualcuno del mestiere, di sicuro li leggono.

L'editing, questo sconosciuto. Tu che esperienza hai con lui?

L'editing, se ben fatto, costituisce per lo scrittore una notevole possibilità di crescita professionale. E’ un passaggio dovuto per la formazione artistica e umana dell’autore. Certo, bisogna essere fortunati e trovare un bravo editor. A me è successo. Chi si è occupato di me e del mio romanzo ha rispettato con notevole sensibilità quello che io volevo esprimere e il modo in cui volevo farlo. L’importante, per l’autore, è avere le idee chiare su quello che vuole “tenere” veramente nel romanzo. Sui punti che per lui sono imprescindibili. Avere, allo stesso tempo, fermezza e umiltà. Fermezza nell’affermare le cose in cui crede, umiltà nell’accettare il parere di un esperto, del classico “occhio esterno” che a volte vede ciò che lui, troppo impegolato nel magma della sua scrittura e della sua affabulazione, non riesce a distinguere. Ecco, l’editing è il risultato di queste forze apparentemente opposte, del lavoro combinato di due persone che vogliono solo lo stesso risultato: il meglio.
Personalmente ho imparato molto di più con l’editing che con anni di scuola di scrittura. Oggi, mentre scrivo, mi viene spontaneo farne già uno piccolo, personale, nella mente.

Adesso che il libro è nelle librerie, com’è cambiata la tua vita?

E’ rimasta come prima. Voglio dire, faccio le stesse cose di sempre. Ma per davvero, non è il solito atteggiamento finto-umile di chi è arrivato. Io non sono arrivata da nessuna parte. Scrivo, faccio la mamma, ho le stesse incombenze di una volta. Al massimo, se c’è qualcosa d’interessante, viene con me anche la mia famiglia. Certo, all’inizio mi facevo un po’ effetto vedere tutte quelle copie nelle librerie, l’immagine di quella bambina che si copriva gli occhi… Adesso non la noto quasi più, avrei voglia di rimpiazzarla con un altro lavoro, con un'altra immagine. Di cambiato nella mia vita ci sono le presentazioni, le interviste. Un po’ è faticoso, un po’ è divertente. Spesso è interessante. Ma col tempo rientrano anche loro in una certa routine, fanno parte del lavoro. Quello che mi rimane davvero di eccitante, è scrivere. A questo, non potrei mai rinunciare.

Hai un agente letterario?

No, non mi sono ancora posta il problema. Forse più avanti, vedremo.

Di solito come scegli un libro d’acquistare?

Dipende. A volte su suggerimento di amici del cui parere mi fido. Altre volte vado su aNobii e mi faccio un’idea di quello che c’è in giro, leggo le recensioni di persone che reputo “lettori accorti e avveduti”. Difficilmente compro un libro solo perché è stato strillonato pubblicizzato e recensito da tutti. Di solito si rivelano una delusione.
Riguardo agli esordienti sì, ho un occhio di riguardo (e come potrebbe essere diversamente?) Numerosi miei amici hanno pubblicato (anche se con editrici meno grandi di Mondadori, o con case editrici quasi sconosciute). Compro sempre volentieri i loro lavori e se mi piacciono faccio loro una pubblicità sfegatata. Chissà, magari un domani saranno delle stelle nel firmamento letterario, e io potrò vantarmi di aver creduto in loro...

Carver ha detto che uno scrittore per emergere ha bisogno di 3 cose: talento, fortuna, perseveranza.
Ipotizzando 100 il totale delle tre, nel tuo caso in che percentuale le ripartiresti?

Prima la perseveranza (non esiste il talento, diceva Charlie Chaplin alla figlia, solo il duro lavoro); poi il talento, infine la fortuna.
Diciamo un 70%, un 20% e un 10%?


Cynthia Collu è nata e vive a Milano, dove lavora. Ha frequentato l’Accademia serale di Brera, fatto mostre personali e collettive, insegnato lingue presso un Istituto professionale, seguito un corso di teatro. Finalmente ha deciso cosa diventare da grande e ha ripreso a scrivere. I suoi racconti sono stati premiati in diversi concorsi, tra cui: Premio “Elsa Morante inediti 2006” per raccolta silloge, Premio “Arturo Loria 2007”, Premio“Castelfiorentino 2008”, e pubblicati su riviste (Linus 2008, l’Accalappiacani), e antologie (Fiocco Rosa) edita da Fernandel. Una bambina sbagliata, pubblicato con Mondadori il 14 aprile del 2009, è il suo primo romanzo e ha vinto il Premio Berto Opera Prima.
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Commenti

Buone Feste Morgan!

Purtroppo io invece sono convinto che sia la fortuna quella ad avere la percentuale più alta. Questo non vuol dire che io sia uno che rinuncia alla perseveranza, anzi, ma che sia un po' pessimista in quanto alla fortuna, beh, questo sì...

lo scrittore che infilzava le lettere di rifiuto sul chiodo... penso fosse Stephen King.

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