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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Buona giornata a lei Morgan, e ai suoi lettori. Ho iniziato a scrivere da piccola, come tutti. Per forza, anche. Nessuno scappa all’imposizione dei pensierini. Delle poesie, parole messe insieme per sperimentare le reazioni dei grandi. Ho un ricordo: mandarono a chiamare i miei, avevo sei anni. La maestra voleva sapere se tutto quello che scrivevo fosse vero. Hanno fatto fatica a spiegarmi che pensare non è vivere, ma per fortuna, non hanno impedito che utilizzassi la scrittura per raccontare le mie fantasie.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Ho un istinto che funziona abbastanza bene. E una razionalità allenata fin dalla tenera età a tenerlo sotto controllo. La lotta è continua e costante. Ma in mezzo c’è il lavoro, che dovrebbe cercare di mantenere un equilibrio. Non sempre ci riesce. Nei miei libri ho giocato in difesa dando il primato alla testa. Ma anche no. Come nell’ultimo. Dove mi sono sentita più forte e ho lasciato andare anche la parte più emotiva.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Sono disordinata e dispersiva. Per questo cerco un ritmo e un metodo. Mi siedo ogni giorno davanti al computer per lo stesso numero di ore. Non sempre quello che scrivo rimane. Ma solo così la storia prende forma. E’ nelle gabbie più rigide che trovo la libertà maggiore e intuisco l’esistenza o meno di una necessità.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Non posso rinunciare ai libri di poesia. Scrivo leggendo poesie. E’ ossigeno indispensabile. E poi il silenzio. Nessun rumore. Il mio secondo libro si era bloccato e non continuava più. E’ stato merito di Sanguineti (lui non lo sa) se sono riuscita a proseguire. Dopo aver parlato con lui ho ritrovato le parole. Sono convinta della superiorità umana e letteraria dei poeti (quelli veri, s’intende). O forse è meglio dire che sono sicura che loro conoscano tutti i segreti della parola. Sappiano chiamare ogni cosa con il suo vero nome.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

E’ colpa di molti di loro se ho deciso di continuare a leggere e poi di iniziare a scrivere. Sono piena di mitologie letterarie. Ma non le vivo in modo ingombrante. Sono grata. Riconoscente. A Simone de Beauvoir, Camus, Alessandro Manzoni, Virgilio, Omero, Marx, Clarice Lispector e gli Apostoli. A Cristina Campo, Simone Weil, Silvia Plath, Caproni, Raboni… a molti moderni e contemporanei. Li ho letti. Li rileggo. Sapere che esistono mi rende più sicura.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Soffro la mancanza di un confronto con altri autori o, in generale, con appartenenti a vario titolo al mondo delle arti. Tranne rare eccezioni, ho scambi soprattutto con pittori, scultori, performer. Continuo ad avere un’ammirazione per Bologna e dintorni, per il gruppo che si è creato intorno alla scrittura. Milano non è ancora così. Per questo mi piace frequentare i festival, quelli veri, dove c’è un gusto per la parola e per l’incontro.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere coincide con il mio percorso di vita. Mi fa bene e mi fa male. Migliora il mio quotidiano e lo rende, altre volte, un inferno. Mi riferisco non solo all’atto di scrivere ma anche al contorno, che non si può ignorare del tutto.
Leggere mi ha reso sopportabile esistere. Ascoltare musica mi rende a tratti felice. Anche immergermi con le bombole nei mari più belli. E a volte, sciare.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a lei per la sua attenzione, e ai suoi lettori.


Elisabetta Bucciarelli vive e lavora a Milano. Ha pubblicato diversi saggi, tra cui Io sono quello che scrivo e Le professioni della scrittura, Il sole 24ore. Ha scritto molte sceneggiature tra cui Amati Matti, menzione speciale della giuria alla 53a Biennale del Cinema di Venezia. Ha firmato i romanzi Happy Hour (Mursia), Dalla parte del torto (Mursia), Femmina de Luxe (Perdisa Pop) e Io ti perdono, Colorado Noir/Kowalski, gruppo Feltrinelli editore. Collabora con alcune testate giornalistiche occupandosi di filosofie, arte, manie. Ha ideato e tiene da più di dieci anni il laboratorio Esprimersi con la scrittura, scrivere per stare bene. Conduce la rubrica GialloFuoco, su Booksweb.tv. Ha scritto moltissimi racconti apparsi in quotidiani, antologie e nel Giallo Mondadori.

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