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Come leggere un libro

"Il viaggio d’inverno" (Le Voyage d’hiver) di Amélie Nothomb

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Di Claudia Verardi

Non c’è niente da fare, Amélie Nothomb è proprio animata dalla pulsione di morte. Anche nel suo ultimo romanzo, Il viaggio d’inverno (che ho letto in francese perché in italiano non è ancora uscito) l’eccentrica scrittrice belga (figlia di diplomatici, ha passato l’infanzia in vari Paesi, tra cui il Giappone, dove è nata) torna a indagare su uno dei temi che le sono più cari: la morte. La Nothomb riesce a raccontare il tema più difficile, quello della perdita, tessendo una tela fatta di paranoia, sapienza, nonsense e autoironia.

La storia è all’apparenza semplice ma nasconde sentimenti potenti e davvero molto complicati. Proviamo a guardare tra i personaggi di questo libro, a pieno titolo esponenti tipici dell’inventario umano della scrittrice. Zoile, il protagonista, lavora per il colosso francese dell’elettricità EDF-GDF e da ragazzo si è rinchiuso nella baita di montagna dei suoi per ritradurre l’Odissea, esperienza vissuta come mistica ma, a tratti, quasi corporea. Quando va a casa di Astrolabe, agente letterario della scrittrice Aliénor, per presentare un nuovo piano di elettricità per la casa, si innamora subito della donna . Astrolabe e Aliénor vivono in un appartamento del centro senza riscaldamento e Zoile rimane affascinato dalla loro scelta coraggiosa.
Il filo conduttore del racconto è il viaggio, inteso sia come “trip” conseguente all’uso di droghe, che come viaggio mentale ed esperienza psichedelica extrasensoriale, fino al viaggio finale di morte. Zoile cerca di costruirsi un cammino, di dare speranza e senso alla sua vita attraverso l’amore che prova per Astrolabe, ma lei non riesce ad accettarlo. Sarà proprio questo il movente che scatenerà in Zoile l’idea di uccidersi su un aereo insieme ad altri passeggeri, dirottandolo per farlo schiantare contro la Torre Eiffel. Viene così dipinto un kamikaze diverso, un attentatore che decide di farsi saltare in aria non per motivi politici o economici, ma per la rabbia di un amore rifiutato dapprima dalla donna dei suoi pensieri e, infine, addirittura da lui stesso.

Il viaggio d’inverno è, perciò, un libro folle, pieno di pagine dissacranti il cui stile secco e asciutto è forte come una bomba. Il dolore raccontato in inverno assume un significato diverso, perché questa stagione è da sempre oggetto di riflessioni (anche Sting ci ha fatto un disco molto profondo ultimamente) più delle altre, meno profonde e gelide per affrontare le condizioni dell’animo umano. La scrittrice belga è brava a scavare nelle maglie più profonde e nascoste dell’essere umano – specie nelle sue fobie – utilizzando un linguaggio che assomiglia da vicino a quello musicale. E, infatti, il titolo sembra rubato al “Voyage d’hiver” di Schubert. Leggendo il romanzo, ci muoviamo tra dialoghi fulminanti, mai banali, costruiti apposta per creare un senso di incompiutezza nel lettore che, appena terminata la lettura, rimane orfano di quelle sensazioni. Amélie Nothomb ha spesso dichiarato di aver imparato da piccola a non fare resistenza contro le cose della vita, ad assecondare i fatti per non soccombere e perdere la partita e questo precetto trasuda da tutte le pagine del libro. L’autrice si è aggrappata al linguaggio raffinato e allo stile colto che hanno creato, senza volerlo, una sorta di mitologia “nothombiana” che il lettore si aspetta di leggere ogni volta che si immerge in una sua storia. L’aspetto più fantastico di Amélie (che in Francia è un vero e proprio caso letterario) è che lei racconta cose anche semplici – e senz’altro vere – che la gente vive trasformandole in eventi favolosi.

Nonostante l’amore nel libro venga mostrato come sentimento totalitario, il protagonista riesce a mantenere una certa indipendenza sentimentale, conservando un rapporto intimo con se stesso e la propria solitudine interiore molto forte e intenso. E questo è un limite, ma anche un punto di forza, secondo la Nothomb. Diciamolo, lei non è una scrittrice come le altre. Ha una grazia e, insieme, una forza innate da togliere il fiato. È audace, autentica, indipendente fino in fondo e si assume il coraggio del potere della letteratura sulle sue spalle, come quando ci descrive visivamente il protagonista immagina l’attentato. È un’autrice insaziabile che divora parole come da piccola divorava conoscenza, cioccolato bianco e matematica. Molti fanno di quest’insaziabilità il suo limite. Io penso invece che sia piuttosto una marcia in più. Lo stile di Amélie Nothomb è incisivo e, molte volte, impietoso e crudele e l’accompagna nella realizzazione delle sue storie, spesso imperniate (tra mito e sadismo) sull’analisi dei sentimenti umani. La forma narrativa del libro è originale e concisa, e gioca sull’assurdo, sulla malattia, sulla tristezza d’animo e, in ultimo – ma solo in ordine di apparizione – sulla morte. Storie incasellate dentro temi forti, ma anche tematiche più materiali, come riflessioni sulla traduzione o sulla condizione del precariato professional-sentimentale. Questo libro ci fa capire quanto importante sia la scrittura anche dopo la morte. Zoile scrive una specie di diario fiume in cui dà sfogo alle sue sensazioni (non solo quelle amorose) mentre aspetta in aeroporto l’aereo da far saltare in aria. Il finale poco tratteggiato lascia al lettore la possibilità di immaginare un altro possibile sviluppo e di produrre ulteriori riflessioni di questa storia triste, ma anche istintivamente coperta da un velo d’ironia. Disquisizioni sull’amore sublime che, come le accezioni della parola suggeriscono, può essere meraviglioso o terribile, o entrambe le cose insieme, nello stesso momento.

Il viaggio d’inverno non è il miglior libro della Nothomb, anzi, è appena sufficiente perché troppo incollato all’abituale struttura narrativa dell’autrice. Posso dire, però, che assomiglia a un raggio di luce se confrontato alla tanta narrativa piatta e poco invitante di questi ultimi anni?

Ci si innamora di persone che non si sopportano, di persone che rappresentano un pericolo insostenibile... Nell'amore, io vedo un trucco del mio istinto per non assassinare l'altro. (da Né di Eva né di Adamo, traduzione di Monica Capuani, Voland).

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