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"Il nemico" di Emanuele Tonon e "Io & Davide" di Mauro Marcialis

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Di Geraldine Meyer

Ci sono libri il cui destino è nell'argomento che trattano. Altri che pagano una scrittura difficile e spiazzante. Pagine che sorprendono perché vanno molto al di là di ciò a cui si è abituati a leggere. O peggio, ciò che ci si è abituati a leggere. Il potere deflagrante della scrittura sta proprio in queste piccole o grandi esplosioni di senso che, talvolta, infiammano le pagine. Difficilmente, tanto per usare un eufemismo, trovano posto sui tavoli delle librerie. Quando va bene si inseriscono in un angolo nascosto di qualche scaffale, spesso ignorati dai librai stessi. Credo sarà il destino dei due libri di cui vorrei parlare. Perché due libri? Semplicemente perché, leggendoli, mi sono accorta che, pur diversi in ogni pagina, parola, riga, hanno qualcosa in comune. La rabbia. Indubbiamente la letteratura non può prescindere dall'aria di cui si nutre chi scrive. Impossibile lasciare fuori dalla pagina l'eco di ciò che si vede e ascolta.

La narrativa italiana contemporanea sta meglio di quanto si pensi. Il problema è che un certo tipo di narrativa resta confinata nelle considerazioni un po' di nicchia di lettori disperati, stanchi di best seller costruiti per non stupire, per non pensare. Per non schifare, se è il caso.
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I due libri in questione sono "Il nemico" di Emanuele Tonon, edizioni Isbn e "Io & Davide" di Mauro Marcialis, edizioni Piemme. Il primo è la storia di un padre e di un figlio in un ricco e triste nord est. Il secondo uno spietato e acido racconto del mondo della televisione. Un mondo fatto di fabbriche mostruose che rubano la vita giorno per giorno. E un mondo fatto di niente che sostituisce la vita giorno per giorno. Rendendo vero ciò che sembra verosimile.

Tonon ricostruisce con disperazione e bestemmie la vita di un padre che per trent’anni, per dieci ore al giorno, ha bruciato sogni e respiri in una fabbrica di sedie. Come un cavaliere indomito, in sella al suo motorino, attraversa campi e sogni di una vita diversa. E muore schiantato da una fatica che non è solo usura di muscoli e nervi. Una malattia lo ucciderà trovandolo già morto. Marcialis racconta la parabola sessual-cocainomane di un giovane che diventa tronista in una trasmissione televisiva. Puro oggetto nelle mani di uomini e donne, produttori e politici. Forse anche loro morti in vita.

Le due storie e le due scritture hanno risonanze e implicazioni molto lontane le une dalle altre. Ma questi due giovani restituiscono in modo preciso il disfarsi di una vita. Là dove Tonon bestemmia un dio che si è ritratto impotente, Marcialis usa parole volgari perché volgare è ciò che raccontano. In entrambi i personaggi manca un perché. Un filosofo diceva che se sai il perché puoi sopportare quasi ogni come. In questi libri il vuoto di senso porta con sé due modi non di sopportare ma di girare in tondo. In tondo alla propria fatica o in tondo a un’immagine falsa e funzionale a una menzogna mediatica. La fabbrica e la televisione diventano in qualche modo un assoluto che tutto assorbe, che detta legge e pensieri. Nel libro di Tonon le parole divengono un urlo violento e eretico (come suggerisce anche il sottotitolo del libro) per tenere insieme ricordi e progetti abortiti, figli non nati e la disperazione di avere accanto una donna pietrificata dalla sterilità. Marcialis fa parlare il protagonista con le parole di un copione sempre uguale, per evitare di pensare. Per fuggire e tenere a bada un ricordo d'infanzia pesante come una pietra. Entrambi i libri evocano vite a parabola, senza un disegno. Non credo sia importante, nell'economia dei racconti, che in un testo si parli di una dignitosa vita di fabbrica e solitudine e, nell'altro, di una corsa a "uccidersi" sotto le luci di reality e foto affinché tutto sia contenuto in un tubo catodico. Nell'uno come nell'altro libro troviamo due giovani a brandelli, vittime e carnefici di se stessi, all'interno di un'esistenza in cui si lavora per pagare l'affitto o ci si vende per una visibilità che rende invisibili.

C'è sempre un ghigno sopra il capo degli uomini di cui ci viene narrato; ghigno di un dio che fa a botte con Lucifero e soccombe nei territori della lontananza muta; ghigno di una conduttrice, di un agente, di un produttore che si comportano come se fossero dei che tirano le fila di ogni più piccolo gesto, movimento e pensiero del giovane tronista. Non c'è eco nelle vite dei due ragazzi che appaiono chiusi in un isolamento senza risposte, senza appigli. Senza un percorso che faccia da binario. Il protagonista di Tonon sembra soffocato da un eccesso di etica, quello di Marcialis da una totale assenza di essa. Ma il risultato si assomiglia molto.

In questi testi c'è molta della nostra società con stipendi di settecento euro al mese o compensi vergognosamente alti per perpetuare la volgarità tranquillizzante. In entrambi i casi non si riesce a fare un respiro lungo e si ha la sensazione di non muoversi dal punto di partenza. Penso si possa dire che entrambi i testi siano molto restitutivi di un disagio che si verbalizza in modi diversi ma si nutre di elementi non molto lontani tra di loro.

Se dio è morto allora tutto è possibile, anche affermarne in qualche modo il potere bestemmiandolo. Come nel libro di Tonon. Se dio è morto, nel senso di un relativismo esasperato, allora anche una vita di loghi e marchi pubblicitari, marchette e nulla esistenziale, diviene un assoluto. Come nel libro di Marcialis. La scrittura di Tonon è sicuramente più ricercata, difficile direi. Perchè è la narrazione di un tormento tutto interiore, di testa. Un monologo religioso ed eretico insieme. Quella di Marcialis è più immediata, sincopata. Quasi a spot. Perché è narrazione di una vita e di una "morte" come fossero un format televisivo.

Solo in apparenza "Io & Davide" si fa leggere come un libro più facile rispetto a "Il nemico". Ma non è così. In apparenza appunto perché delinea violentemente cose che tutti sappiamo ma da cui molti si lasciano ipnotizzare. Questo testo analizza la televisione attuale più di molti saggi. Non andrebbe letto come un semplice racconto di cosa accade dietro le quinte. Marcialis usa l'immagine del tronista per dire altro.

Molto altro. Perché scrivo di entrambi i libri? Cercherò di rispondere lasciando che a spiegare siano le parole degli scrittori. Da "Io e Davide": La parola d'ordine è: esagerare. I voyeur sono stanchi delle ripicche tra vallette, delle urla senza conseguenze fisiche, dei bip di censura e delle solite chiappe che si litigano uno spaghetto di tessuto. Vogliono tutto. Da "Il nemico": Tutto questo nostro mondo enorme, questa fatica che facciamo per continuare a vivere così, in questa parvenza di felicità, in questa felicità inventata, se volete, in questa sconfitta radicale che è il nostro pensiero sbregato, inabissato, increato. Trovo inquietanti e amare similitudini in queste parole che raccontano puntualmente di una farsa, tra infelicità mascherata e visibilità che maschera. Portati agli estremi questi ragionamenti conducono al medesimo vuoto.


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