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Donne fatali 1 - Due romanzi dell'Ottocento: Tarchetti e Verga

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Di Michele Ruele

Fosca - Iginio Ugo Tarchetti


Fosca, protagonista dell’omonimo romanzo di Iginio Ugo Tarchetti, è bruttissima ed è una delle incarnazioni più alte dell’eterno femminino crudele, è una delle rappresentazioni più avanzate della femminilità prepotente e minacciosa.

Il romanzo, che si ascrive nell’ambito della Scapigliatura, esce a puntate sulla rivista “Il pungolo” nel 1869. Tarchetti muore prima di concluderlo – il penultimo capitolo, quello della notte d’amore fra Giorgio e Fosca, è scritto da Salvatore Farina. Il romanzo viene pubblicato da Treves nello stesso anno. Clara Maffei, letterata dell’epoca, scrive di lui: «… era un ammalato morale… L’espressione del suo giovane volto aveva qualcosa di inspirato e d’augusto agli occhi di fanciulle bellissime, e bruttissime, che s’innamoravano di lui. Qualcuna, orrenda, lo perseguitò a lungo colle furie d’una irruente passione morbosa» e «l’opera audace di Iginio fu abbruciata da un caporale per dare un buon esempio ai soldati» ma «da tutte le caserme d’Italia uscirono nascostamente lettere di adorazione per l’autore scomunicato…».

Ed ecco una testimonianza di Salvatore Farina: «Ugo era un poeta abbeverato di amaro: troppo aveva letto Byron e Shakespeare. Talvolta pareva ebbro di dolore quando smaniava a voce alta… L’avevamo sorpreso, abbracciato ad un olmo mormorandogli parole amorose di Shakespeare…».

Veniamo alla trama romanzesca.

Giorgio è ufficiale in una cittadina piuttosto squallida e vuota, è venuto via da Milano dove vive un amore puro e appassionato, per quanto adultero, con Clara. Conosce la cugina del colonnello della guarnigione, Fosca: «è la malattia personificata, l’isterismo fatto donna, un miracolo vivente del sistema nervoso».

Il romanzo si regge sull’opposizione di una serie di “doppi”, il più evidente dei quali è costituito dalla coppia Clara-Fosca.
La figura della donna fatale è per sua costituzione definita attraverso la compresenza dei doppi. C’è un quadro di Egon Schiele, del 1915, Donne sdraiate, in cui tale natura è espressa con la massima evidenza: non si sa se prevalga la seduzione o la paura, le due donne sono sdraiate opponendosi l’una all’altra, una è bellissima, l’altra è ossuta e deforme.

«Dio! Come esprimere colle parole la bruttezza orrenda di quella donna! Come vi sono la beltà di cui è impossibile dare una idea, così vi sono bruttezze che sfuggono ad ogni manifestazione, e tale era la sua… Un lieve sforzo d’immaginazione poteva lasciarne intravedere lo scheletro, gli zigomi e le ossa delle tempie avevano una sporgenza spaventosa, l’esiguità del suo collo formava un contrasto vivissimo colla grossezza della sua testa, di cui un ricco volume di capelli neri, folti, lunghissimi, quali non vidi mai in altra donna, aumentava ancora la sproporzione. Tutta la sua vita era ne’ suoi occhi che erano nerissimi, grandi, velati – occhi d’una beltà sorprendente». Eppure, una volta «poteva essere piaciuta», ha la grazia e la flessibilità delle donne distinte, «i suoi modi erano così naturalmente dolci, così spontaneamente cortesi che parevano attinti dalla natura più che dall’educazione: vestiva colla massima eleganza, e veduta un poco da lontano, poteva trarre ancora in inganno».

Quando Giorgio conosce Fosca è turbato da qualcosa di misterioso: «Il suo spirito non era superficiale, la sua intelligenza era assai più profonda di quanto non lo sia ordinariamente una intelligenza di donna… Non potevo però indovinare se quel suo dissimulare tali virtù, quell’aria di non avvertirle fosse vera inconsapevolezza, o artifizio».

La bruttezza di Fosca si riverbera sui luoghi: durante una passeggiata, «Non aveva mai veduto prima di quel giorno un luogo così incantevole, così pieno di maestosa orribilità».
Fosca conquista l’ammirazione di Giorgio, fa leva sulla sua pietà: «Ho bisogno del vostro compianto. Avete un’aria così dolce, così buona…».

Si mescolano in Fosca sadismo e feticismo:
«Prese un mazzetto di mughetti che era sul tavolino, e lo avvicinò alle mie labbra.
“Perché?”
“Baciatelo”
“Perché?”
“Baciate questi bei mughetti”

“Chiamami col mio nome”
“Fosca”
“Di’; Giorgio e Fosca”
Lo dissi:
“Dimmi: ti amo”
“Ti amo”
“Baciami”
La baciai con finto trasporto».

L’ossessione di Fosca segue come un fantasma Giorgio, ovunque lei appare, gli oggetti divengono sue metonimie: «dappertutto, vicino al letto, sul divano, nelle inarcature delle finestre, in tutti gli angoli della camera mi pareva di veder Fosca guardarmi inesorabile e minacciosa».
Giorgio tenta un’ultima disperata difesa:
«”…io non posso amarvi, io non posso amarvi!”
“Oh, tu mi amerai” esclamò ella con voce terribile “tu mi amerai!”
Si drizzò di tutta la persona, e mi guardò con aria risoluta e minacciosa. Io rimasi come istupidito dalla paura e dalla sorpresa».


Il marito di Elena - Giovanni Verga

Le donne fatali pullulano nei romanzi di Giovanni Verga.
Il marito di Elena è scritto e pubblicato nel 1882, subito dopo I Malavoglia (1881) e prima di Mastro-don Gesualdo (1889).

Lo scarto rispetto alle consuete vicende di seduzione e ammaliamento di borghesi irretiti da donne fatali sta nel fatto che questa storia si conclude con un omicidio, non con il suicidio o con la morte o la distruzione del sedotto. La trama è semplice: Cesare, appena laureato in legge, sposa contro il volere dei parenti di lei Elena, più anziana di lui. I due sposi si riconciliano con i parenti, ma il lavoro di avvocato di Cesare non ingrana; Elena sogna una vita di lusso, ricostruita sui romanzi, un po’ alla maniera di Emma Bovary. Molta noia e molta mediocrità, tradimenti veri e sospetti, «salotti, teatri, spasimanti, mormorii, calunnie, gelosia».

Borghese, allevata con sogni di grandezza, Elena è colpevole in definitiva di vanità più che d’altro; lo scialbo Cesare, per parte sua, proviene dall’ambiente contadino e tenta il salto di classe, ma come sempre, in Verga, il tentativo è punito con la dissoluzione.

Elena è l’ultima di una serie lunga: la Narcisa di Una peccatrice del 1866; Eva, la ballerina del romanzo più scapigliato di Verga, del 1873; Nata che porta la sua fatalità esotica in Tigre reale, ancora nel ’73; e poi Valleda Manfredini, più innocente in verità delle altre, in Eros del 1875. Ma poi ci saranno la duchessa di Leyra e soprattutto le vamp folcloriche e contadinesche delle novelle, Nedda e la Lupa.
Fa specie, se si guarda la cronologia, che le mitologie scapigliate siano vive e vegete in un romanzo che si pone fra i capisaldi del realismo, I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo.

Elena è una vamp provinciale, ostaggio dei suoi sogni di ragazza, dal carattere contraddittorio e prepotente: «… la signorina Elena, la quale leggeva dei romanzi, quando non suonava il pianoforte, guardava con certi occhi, allorché era per strada o sul terrazzino, come se aspettasse il personaggio romanzesco che doveva offrirle la mano, il cuore, e una carrozza a quattro cavalli».
«…faceva la vittima ingenuamente, si creava delle tristezze solitarie da romanzo, provava una voluttà amara a far l’Arianna, la caduta, la disillusa, strascinando la sua noia da una stanza all’altra».

Porta con sé il solito carattere funebre, anch’esso tipico della femme fatale: «Non si vedeva che la sua forma indistinta nell’oscurità, tutta vestita di nero, col velo sul viso».

Giorgio è catturato ancora una volta da collo e capelli: «… teneva chino il capo, su cui posavansi mollemente le folte trecce, e in quell’atteggiamento metteva a nudo un collo da statua, una nuca superba, piantata di capelli fini e folti, che si stendevano molto basso, e si arricciavano leggermente».
«Osservava alla sfuggita, con uno sguardo discreto che voleva parere distratto, la sua testolina fine, bruna e piena di vita, un riflesso della seta della sua veste, un movimento del suo ventaglio o delle sue spalle seminude…».

È una cittadina che si contrappone decisamente con l’ambiente campagnolo di provenienza di Cesare: «Elena con le sue toelette nuove, coi suoi ombrellini vistosi, metteva i gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne…».
Qui il dualismo è gestito, anche con un forte aumento della carica patetica, per mezzo del confronto fra Elena e la madre di Cesare, umile contadina. Verga sembra considerare più puro, meno morboso e meno malato il mondo contadino di quello cittadino. In questo senso non si può scordare né Nedda né Diodata, davvero amata e irresistibile per Mastro-don Gesualdo; lo stesso schema di opposizione fra città e campagna, fra civiltà corrotta e sogno di una purezza perduta, si ha nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore (1915-25) di Luigi Pirandello, in cui c’è la dualità fra la vamp, attrice del cinema, Varia Nestoroff, e la ragazza di campagna Duccella.

Elena si muove da consumata attrice sul palcoscenico della sua vita: «Elena offrì il rosolio in una cassetta di liquori simile a quella che la baronessa madre teneva sottochiave per le grandi occasioni. A don Peppino sembrava di trovarsi al teatro, quando i dilettanti di Altavilla rizzavano una campagna di cartone, nella quale le pastorelle recitavano coi guanti e le scarpette verniciate».
Elena è connotata da comportamenti sadici: «…gli piantò in faccia quegli occhi strani: “Ah, finalmente!” disse: “È un’ora che ti aspetto!” Ella sentiva per quel cuore amante e delicato una tenerezza capricciosa e dispotica. Rivolta verso di lui, colle labbra strette, bianca come un fantasma, a quel chiarore incerto, lo guardava con degli occhi che corruscavano di tratto in tratto…».

Per il protagonista, Elena è mistero: «Subiva un inesplicabile imbarazzo vicino a lei; sembrava che una parte di quella donna, entrata a metà in tutta la sua esistenza, che faceva parte di sé, gli fosse rimasta estranea e sconosciuta».

Elena è l’estetica opposta all’utilitarismo e alla concretezza greve di sua madre: «… il vestito di Elena era di seta nera, tutto ricami e fronzoli di conterie che le pesavano sul corpicino delicato, e glielo modellavano artisticamente. Donn’Anna, cogli occhiali sul naso, palpava il tessuto fitto, il ricco ricamo, con un accennare soddisfatto del capo, e soggiungeva: “E le cose tue? vanno benone, lo vedo. Tuo marito ha degli affari?”».

Cesare è totalmente soggiogato: «al lume della lampada notturna che lasciava il letto nell’ombra, dinanzi a quella forma indistinta di cui non si udiva neppure un soffio, di cui spiccavano solo i capelli bruni, e le ombre vaghe del viso, Cesare fu assalito da un pauroso presentimento, da un terrore superstizioso che gli agghiacciava il sangue… e pensava che ella gli aveva dilaniato il cuore senza sospettare di fargli male, al pari del fanciullo che tortura l’uccelletto».
«Egli tornava a casa stanco, disfatto, quando Elena usciva dal suo spogliatoio vaporosa ed elegante come una figura da giornale di mode».

Perfino la nascita dei figli è travolta dal carattere di Elena: «La maternità era un’altra maniera di espandersi della sua sensualità sottile, dell’ambizione, della leggerezza, della bizzarria che c’era nel suo temperamento».

Verga raggiunge un altro culmine della ritrattistica di donna fatale con la favola folclorico-contadina nella novella La Lupa.

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