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"Una primavera difficile" di Boris Pahor

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Di Michele Ruele
 
Boris Pahor è un novantacinquenne dalla vitalità straordinaria. Se ha trovato la strada di accesso al vasto pubblico con Necropoli (Fazi 2008), ora conferma le sue qualità di testimone e di grande narratore con Qui è proibito parlare (Fazi 2009) e con il saggio-memoriale Tre volte no (Rizzoli 2009).

Tre volte no. Sloveno di Trieste, alza forte la voce quando sostiene il no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo secondo Tito: no a chi ha oppresso gli sloveni, la lingua e la cultura dei popoli, la libertà degli individui.

Ma parleremo qui del romanzo Una primavera difficile, pubblicato da Zandonai editore (come Il petalo giallo 2007 e Il rogo nel porto 2008).
Radko Suban è ricoverato a causa della tubercolosi in un sanatorio nei pressi di Parigi. È l’immediato secondo dopoguerra, Radko è un sopravvissuto dai Lager nazisti. Nel sanatorio conosce l’infermiera Arlette Dubois, i due intrecciano una storia d’amore. L’amore è fatto di contrasti, in più in Radko ci sono un difficile ritorno alla vita e l’opposizione con il passato di prima della guerra, dal quale emerge il fantasma di Mija: i maglioni che Radko non ha voluto adoperare per scaldarsi nel freddo atroce, per non sporcarli; i biglietti di lei nascosti nelle cuciture di un cappotto andato perduto. Anche nel montaggio narrativo, alla felicità dell’amore che nasce fanno da controcanto il riaffiorare dei ricordi del Lager e il ricordo di Mija, le notizie da Trieste ferita aperta nel cuore dell’Europa, le lettere delle sorella Vidka, anche lei ammalata. Mentre Radko torna alla vita e all’amore, si risvegliano i fantasmi; per crescere bene si deve riconoscere le proprie radici nell’inferno:

«No, non erano soltanto fantasmi, non doveva chiamarli così, non voleva rinnegare quel mondo, solo perché ora non viveva in esso e andava a un appuntamento con la vita. Aveva però l’impressione che la morte, trascurata, si fosse nascosta nelle calde ombre della sera e se ne ammantasse: in quell’istante si sentiva solo, al pari di un uomo che, dopo essersi arricchito, rinnega la propria misera madre. Eppure non riteneva di avere un atteggiamento superbo nei confronti della morte, al contrario. Di colpo gli si presentò l’immagine di Mija e gli parve che, da lontano, fosse benevola, solidale, e gli sussurrasse attraverso le ombre degli ippocastani: “Alla distruzione ti sei avvicinato abbastanza, perciò ora non le sarà consentito ostacolare il tuo cammino”».

Radko è un uomo sensibile, ma è anche sarcastico, geloso, a tratti crudele, sprezzante, disperato, diviso fra Mija, la patria e il nuovo mondo promesso da Arlette. È un intellettuale che affida buona parte della sua esperienza e dei suoi pensieri ai libri, che si agita nei suoi astratti furori, che si deve misurare addirittura lucidamente con il senso di onnipotenza del pensiero che nasce dai sensi di colpa (legge e discute con i compagni di sanatorio Totem e tabù di Freud). Attraverso Radko la scrittura di Pahor si regge sull’evidenza di immagini e oggetti, su commenti sentenziosi. Frasi-sentenze che si imprimono nel lettore:

«Solo un sopravvissuto può passare le sue giornate 
meditando immagini e pensieri d’amore».

La storia si sviluppa fra il sanatorio-nido protettivo, il bosco e le case degli incontri con Arlette, la città di Parigi (una città-corpo, un viluppo di gente, di memoria collettiva e superamento dell’orrore, ognuno a modo proprio).
Radko si scontra con se stesso, con il senso di colpa di essere vivo – che assegna anche a Arlette: Arlette piange per la morte accidentale della gattina Minette e lui non può fare a meno di compararla con un gruppo di ragazze alsaziane, nel Lager, che sono andate alla morte senza una lacrima. Si scontra con il presagio incombente che il ritorno alla vita sia una disfatta.

Radko sente la necessità di mettere le mani nella realtà, come le si mette nella pasta per lavorarla. Troverà pace – se così si può dire – e l’amore potrà dispiegarsi armonizzandosi con la sua smania di indipendenza, quando capirà che non solo Arlette lo può salvare, ma che anche lui deve salvare lei: anche Arlette ha avuto una vita difficile, anche lei esce da un incubo.

Una primavera difficile è un grande romanzo. Scritto negli anni Cinquanta, è molto autobiografico: non tanto nei fatti quanto nel sentimento.
Che cosa succede quando finisce la guerra e si torna a quello che si era? Impossibile tornare allo stesso punto, si deve cambiare, e farlo dentro una tragedia.
Assomiglia a Addio alle armi, a Fiesta di Ernest Hemingway, ma anche alla Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, al Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, a cui lo accomunano il senso di solidarietà umana e il sentimento della natura. Il sanatorio, le discussioni, le vicende umane dell’ospedale riportano alla Montagna incantata di Thomas Mann. Non mi pare un accostamento azzardato, le vette sono quelle. Assomiglia anche a Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino, ma con meno soggettività e meno barocco.
Ma tornare dal Lager è diverso ancora che tornare dalla guerra. Assomiglia alla Tregua, di Primo Levi, a I sommersi e i salvati.

Durante le prime fasi dell’amore, Radko e Arlette si danno appuntamento, e Radko passa per il bosco, tormentato dal dissidio e – se si può dire – perfino dalle speranze. È l’occasione per sentire il senso della natura di questo romanzo, e il suo messaggio umanistico:

«Lungo la strada solitaria, un po’ in salita verso il fitto bosco di abeti, crescevano dei meli. Solo di tanto in tanto si udiva il cigolio di un carro, altrimenti nulla. Soltanto il silenzio del sole e dell’erba, e l’indifferente maturare dei frutti semiverdi. Fra l’erba l’inebriante raschiare delle cicale, instancabile e monotono, quasi esprimesse il perenne e impercettibile germogliare della terra, buona e immensa.
Forse è meglio che non ci sia, si disse. L’amicizia con la natura è essenzialmente diversa da quella che si instaurerebbe se lei fosse qui. Perché la natura, come tutte le madri, è gelosa; e si comporta in maniera del tutto diversa con il proprio figlio, se non è presente colei che si è impossessata del suo corpo di giovane maschio. Tanto più se questo figlio era destinato a morire ed è tornato miracolosamente a giacere nel suo grembo. Tutta la crescita delle viti e dei meli è per lui. Tutto il calore del terreno fertile è per le sue membra che hanno dormito con la morte scheletrica. Tutta la linfa degli steli entra in lui. Tutto lo zucchero scorre dai grappoli dorati e violetti nelle sue vene. In particolare, è tutto per lui l’infinito e incontaminato silenzio, dove poter raccogliere i propri pensieri infranti. E il sole. Il sole adesso è il meglio. È morbido e caldo. Caldo tutt’attorno e caldo su ogni singolo centimetro quadrato di pelle. E da ogni cellula evapora un freddo nascosto e insidioso. Da ogni citoplasma e da ogni nucleo fuoriesce l’alito del nulla. Sotto i raggi del sole nascono nuove unioni e trasformazioni, come la clorofilla nella fotosintesi. Il sole. Buono come il pane. Necessario come l’acqua. Bisogna inspirarlo, lentamente e profondamente, perché penetri ovunque e si diffonda in tutte le direzioni. Così. E così. L’uomo potrebbe vivere sempre con la natura, in modo saggio e ragionevole, certo, dovrebbe usare le proprie scoperte solo al fine di tramutare i deserti in oasi. A beneficio dell’uomo. Perché non ha senso avere il sole, se poi ti danno il crematorio. Non ha senso scoprire i sulfamidici, per poi dare alla gente Hiroshima. Nessun senso. Eppure ci hanno dato Goethe, Mozart, Beethoven, dopodichè hanno rilegato i libri con pelle umana e concimato i vasi di fiori con ceneri umane. La natura non fa queste cose. La natura non è così crudele verso l’uomo. Segue semplicemente le leggi che la guidano. E tuttavia l’uomo è diventato tale solo nel momento in cui si è separato con il pensiero dalla natura, anche se non ha smesso – né smetterà mai – di esserne parte. Perciò deve mostrarsi solidale con tutti gli esseri che, come lui, si sono innalzati al di sopra della natura e hanno cominciato a costruire il loro mondo su di essa e accanto a essa. Per lui questa è legge. La prima legge. La legge di tutte le leggi. Nessuno ha il diritto di alzare la mano su un altro uomo. Nessuna scusa può giustificare un tale peccato, né la coscienza della propria forza e singolarità, né il benessere della maggioranza, né la preparazione di un bel futuro. Non è possibile tenere in considerazione la comunità e uccidere il singolo. Non è possibile. Bisogna rispettare l’uomo. A ogni costo. Ecco. Questa è l’unica legge. L’alfa e l’omega di tutto».


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