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Parigi, città letteraria

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Di Paolo Melissi

La città esiste soltanto attraverso i passi dei suoi abitanti o dei suoi visitatori, che la inventano vivificandola con i loro percorsi, i loro incontri, la loro frequentazione di negozi, chiese, uffici, atri di stazioni, locali di spettacolo bar, luoghi di ricreazione.
David Le Breton


Tra il 1926 e il 1928 vengono pubblicati tre libri “surrealisti”: Il paesano di Parigi di Louis Aragon, Nadja di André Breton e Le ultime notti di Parigi di Philippe Soupault. Le tre opere sono accomunate da un io narrante che percorre la città in lungo in largo, la descrivono, ne riportano impressioni, scavando anche nei quartieri più malfamati e frequentati abitualmente dalle prostitute.
In particolare, il protagonista di Aragon esplora il passage dell’Opéra, l’andare a piedi costituisce il modo più surrealista di guardare alla città, di “trasformarla” ad ogni passo. I
due libri di Breton e Soupault, invece, sono accomunati da un protagonista che segue incessantemente una donna nel dedalo di strade della capitale: il sesso, l’amore, il corpo stesso delle donne si sovrappongono al corpo della città, la passione per una donna coincide con quella per la città.
La Nadja di Breton è una donna reale (Lèona Camille Ghislaine D., nata a Lille nel 1902 e internata in un manicomio nel 1927) ma, al contempo, l’incarnazione del surrealismo e il presentimento di un mondo che sta andando avanti, proteso nel futuro. Tra le immagini cittadine di Bréton ci sono Place Maubert con la statua di Etienne Dolet, place Villiers, rue de la Chaussée d’Antin e Boulevard Magenta, che emergono in un quadro di completo rifiuto di descrizioni e personaggi inventati: il romanzo si prefigge un compito antiletterario, diventa autobiografia romanzata. Breton vaga per le strade di Parigi in attesa che la città gli si riveli, e incontra Nadja per strada. Per Breton Parigi è

(…) la seule ville de France où j'ai l'impression que peut m'arriver quelque chose qui en vaut la peine, où certains regards brûlent pour eux-mêmes de trop de feux (je l'ai constaté encore l'année dernière, le temps de traverser Nantes en automobile et de voir cette femme, une ouvrière, je crois, qu'accompagnait un homme, et qui a levé les yeux : j'aurais dû m'arrêter), où pour moi la cadence de la vie n'est pas la même qu'ailleurs, où un esprit d'aventure au-delà de toutes les aventures habite encore certains êtres (…)*

La Parigi di Aragon, Breton e Soupault è direttamente derivata da quella Capitale del XIX secolo che Walter Benjamin aveva trattato nei suoi Passages. Una capitale letteraria e intellettuale, anche, e un cantiere dove camminare, osservare e scrivere toccano il vertice più alto. Parigi è una città moderna, laboratorio in cui innovazione architettonica, letteraria e artistica corrono di pari passo. Il barone Haussmann l’ha trasforma radicalmente, sottoponendola a un processo di “razionalizzazione” e “normalizzazione”. Dal 1922 iniziano a sorgere i primi passage, da cui nasceranno poi i grandi magazzini, trionfa l’uso dell’acciaio e del vetro. E diventano luogo di passaggio per eccellenza, di passeggiate, flanerie. Cresce al contempo la separazione netta tra spazio pubblico e spazio privato, la strada e la città tutta diventa un territorio sconosciuto e da esplorare.

Baudelaire è il primo interprete di questa “nuova” città, seguito da dadaisti e surrealisti, come si è visto in precedenza. Lo scrittore, ma non va dimenticato il precedente di Edgar Allan Poe con L’uomo della folla (1840), si muove in un ambiente caotico, affollato, spesso pericoloso. La natura selvaggia, da esplorare e da cui difendersi, ormai si identifica con la metropoli.
Negli scritti e nelle note che comporranno i suoi Passages, Benjamin scrive che “Il nuovo fermento che penetrando nel taedium vitae lo trasforma in spleen è l’autoestraneazione”**. Si tratta di nuovi modi di stare cittadino spazio urbano, qualcosa che lascia presagire l’idea di strada come luogo fisico inteso come “luogo di cura, di raccoglimento e financo di consolazione”***

Ecco che lo scrittore e l’artista vagano in una città che è diventata città di sogno, in cui può fare irruzione una coscienza risvegliata. Ma, per prima cosa, “Il rapporto che intercorre tra il viandante e la città, con le sue vie e i suoi quartieri, sia che già li conosca sia che li scopra strada facendo, è innanzitutto un rapporto affettivo e corporeo (…) La città non è fuori dall’uomo, è dentro di lui”****.

Ciò che conta, e lo si vedrà anche in seguito, è che “Nei rapporti con la letteratura (…) Una città assume la parte di protagonista. Diviene fonte e contenuto di poesia”*****.


Piccola Bibliografia

Louis Aragon, Il Paesano di Parigi
*André Breton, Nadja
Philippe Soupault, Le ultime notti di Parigi
**Walter Benjamin, I “Passages” di Parigi
Edgar Allan Poe, L’uomo della folla
*** Duccio Demetrio, Filosofia del camminare
**** David Le Breton, Il mondo a piedi
***** Giovanni Macchia, Il mito di Parigi

René Clair: La Tour (1927)
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Commenti

Dev' essere affascinante questa lettura, veramente... io non ho ancora mai assaggiato la letteratura francesce, perchè non è il momento ma.. mi hai ricordato, nel tuo descrivere, la mostra di MOnet e Curbet che ho visto da poco a Villa Manin (Udine)... credo che fra un pò lascero i vicoli di Londra, i giri sul Tamigi per scoprire i profumi della senna, guardando il cielo dalla Tour Eiffel...

Che poi è assolutametne affascinante il concetto che diventa realtà di una città protagonista, non vissuta, una dama che si disvela a poco a poco..
Guarda: credo proprio che leggerò i libri che riporti.. non ti dispiace se "me li segno", vero?

non mi dispiace! è il segno che sono riuscito a incuriosirti, e questo è un risultato! grazie!
e buona lettura

pm

Bell'articolo, molto interessante. Mi piacerebbe rilanciare a tutti gli amici di "Sul Romanzo" l'idea che anche oggi, nella nostra epoca tecnologica, Parigi continua ad essere una città a fortissima vocazione letteraria. Sempre avanti nella sperimentazione. Sono cambiati i luoghi di aggregazione, non siamo più nei caffè, ma nei laboratori multimediali e multidisciplinari (anche se la vivace scena SLAM è legata alla tradizione del caffé). Parigi è tutt'oggi una città ideale per chi scrive. Ecco mi sembra di poter dire che la città ha mantenuto questa tensione verso la modernità e la sperimentazione di cui parla Paolo nel suo articolo.

Io ho letto nel passato Balzac e Zola, del secondo mi ha affascinato il mercato della grande città descritto nel romanzo Le ventre de Paris.
La città non è fuori dall'uomo è dentro di lui, sono in perfetto accordo con queste parole.
Il falconiere

interessante lo spunto di fabrizio palasciano.
l'era dei caffé è tramontata credo in modo definitivo da tempo.
se rimane una città ideale per lo scrivere è perché, comunque, ha accumulato una storia, un'identità e ha creato un immaginario

interessante lo spunto di fabrizio palasciano.
l'era dei caffé è tramontata credo in modo definitivo da tempo.
se rimane una città ideale per lo scrivere è perché, comunque, ha accumulato una storia, un'identità e ha creato un immaginario

L'epoca dei caffè continua in maniera diversa. Ci sono gli "Slam contest" che sono, a mio avviso, la parte più vitale della scena letteraria contemporanea parigina. Chiunqua abbia modo di partecipare ad uno di questi informali reading (ce ne sono a decine ogni mese a Parigi), si renderà conto di quanto l'amore per la parola e la costruzione letteraria si stia innervando in strati della società che in passato venivano ritenuti estranei alla produzione di cultura.
Oltre allo Slam, vedo a Parigi anche molta sperimentazione letteraria legata alle nuove tecnologie e ai nuovi media (vedere centri di sperimentazione a ParisVIII).

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