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Lettura doppia: il mito della giovinezza, la verità della vecchiaia

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Di Michele Ruele

Antonio Tabucchi, Il tempo invecchia in fretta, Feltrinelli, 171 pg., 15 euro
Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, 406 pg., 19 euro


“Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” (Paul Nizan, Aden Arabia)

“Aprile è il più crudele dei mesi” (Thomas Stearns Eliot, La terra desolata)

“Il ritmo vitale del bambino batte dieci volte, cento volte più rapido di quello dell’adulto, e sarebbe necessaria per lui una materia vissuta dieci volte, cento volte più ricca per riempirlo” (Michel Tournier, Petites proses)

“La sveglia cantava nei cortili delle caserme / e il vento del mattino soffiava sui lampioni. / Era l’ora che lo sciame dei torbidi sogni / torce sul cuscino i bruni adolescenti” (Charles Baudelaire, Il crepuscolo del mattino)

“L’ultimo atto è sanguinoso, per quanto bella sia la commedia in tutto il resto: all’ultimo si getta qualche palata di terra sulla testa, ed è finita per sempre” (Blaise Pascal, Pensieri)

“Onora la faccia del vecchio” (Levitico)

The idea of general knowledge è un saggio tradotto in italiano come La tradizione della cultura generale, in Ideali e idoli (Einaudi, 1986). L’autore è Ernst Gombrich: c’è un tipo di cultura generale fatta di idee correnti, di aneddoti, di tic, una “cultura orecchiata”, un “mare di chiacchiere intorno a argomenti disparati” e “qualche sentito dire”. Da una parte, positiva, si tratta di un modo per riconoscersi all’interno di una comunità che condivide conoscenze, per individuare argomenti che si possiede superficialmente ma che si possono prima o poi approfondire, per sintetizzare dei riferimenti (non è quello che si fa anche in chiesa, per esempio quando si recita il Credo? una lista di formule e princìpi che superficialmente rimanda a verità più complesse e profonde) e per collocare a grandi linee le conoscenze nella storia e nei sistemi di valori. Dall’altra parte, meno positiva, sostiene Gombrich, la semplificazione della cultura generale è un codice per dimostrare di appartenere a un certo ambito sociale, a un certo ceto, è un fatto elitario e classista, e per di più è dogmatico e acritico.
Per sviluppare il pensiero di Gombrich, e usarlo volgendolo in altre direzioni, è chiaro che quando certe “verità” superficiali prendono il posto delle verità profonde, cioè quando si perde la relazione con il significato a cui rimandano come se fossero una specie di linguaggio sintetico in codice, e tali idee diventano in sé significative, allora siamo in presenza di forme apodittiche del pensiero, di dogmi, di idee date per scontate, sulle quali non c’è bisogno di verifica. Diventano, come direbbe un filosofo della Atene del V sec. a. C., doxa. Idoli e miti.
Compito dell’uomo di cultura, se ci si può permettere certe parole, è affrontare i miti e procedere a passi certi incontro alle demitizzazioni.

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Ecco una premessa del libro di Umberto Galimberti I miti del nostro tempo: “… la problematizzazione di certe idee che, per ragioni biografiche, culturali, sentimentali o di propaganda, sono così radicate nella nostra mente da agire in noi come dettati ipnotici che non sopportano alcuna critica, alcuna obiezione. E non perché siamo rigidi o dogmatici, ma perché non le abbiamo mai messe in discussione, non le abbiamo mai guardate da vicino. Chiamiamo queste idee miti, mai attraversati dal vento della de-mitizzazione. A differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono… i miti sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo che, non sollecitata dall’inquietudine delle domande, tranquillizza la nostra coscienza beata…”.

Alcune idee “malate”, insomma, per le quali si deve intervenire con una cura, fatta di critica, giudizi, valutazioni.
Dall’indice del libro di Galimberti: il mito dell’amore materno, dell’identità sessuale, della giovinezza, della felicità, dell’intelligenza, della moda, del potere, della psicoterapia, della follia, della tecnica, delle nuove tecnologie, del mercato, della crescita, della globalizzazione, del terrorismo, della guerra, della sicurezza, della razza.

Giovinezza, maturità, vecchiaia.
Sosteneva Michel Tournier in un suo libro di prose (Petites proses) che i giovani si possono avventurare in una miniera d’oro, agli adulti è rimasto solo l’abisso scuro. Per gli antichi greci i giovani sono cari agli dèi (meglio ancora se morti giovani); ai morti giovani, eternamente giovani, sono dedicati versi bellissimi nella seconda delle Elegie di Duino di Rilke. Il Romanticismo ha creato il mito della giovinezza: il romantico è sempre giovane; Jean Jacques Rousseau ha inventato l’educazione del fanciullo e la sua dignità; Leopardi rivendicava all’infanzia l’esclusiva possibilità di avvicinarsi al piacere.
Motivi biologici, economici, estetici (motivi egemoni nella nostra cultura) rendono l’età avanzata più spaventosa di quello che è. La televisione, per esempio: “tutta la religione della spontaneità, della libertà, della creatività, della giovinezza, della bellezza, della sessualità gronda del peso del produttivismo”.

Eppure la vecchiaia.
Nessuno nega la degenerazione del corpo, anche una compromissione estetica oltre che funzionale, nei vecchi. Ma certi fattori che dal Romanticismo e nella cultura contemporanea appaiono dominanti dovrebbero essere ridimensionati. E andrebbe rivisitata l’idea che la giovinezza sia un culmine e la vecchiaia solo una fine.
Certo: i vecchi funzionano meno bene; a differenza che in certe età del passato e in certe culture più che sazi, sono stanchi della vita; scienza e tecnologia sostituiscono il ruolo del vecchio come depositario di informazioni e di insegnamenti pratici; devono far tacere il desiderio sessuale che ancora provano; sono più soli degli altri; devono giocare in difesa per non cadere nella degnazione, nell’indifferenza, nella compassione, nell’accoglienza patetica di chi è, invece, pieno protagonista dei processi produttivi e del sistema di valori egemone; sono depressi; pesano sull’economia; non sono all’altezza dei tempi. E non è vero che i ricordi consolano; e non è vero che i vecchi sono saggi: “gli anni, infetti, non insegnano nulla, semmai rendono ancora più indifesi, perché inducono a pensare che la vita sia contro di noi, sia per così dire la nostra naturale nemica” (Galimberti).

Eppure: “se nell’età della tecnica il vecchio è inutile per il suo patrimonio cognitivo, continua a essere significativo per il suo patrimonio etico-affettivo, che si traduce in equilibrio, ponderatezza, prudenza, carità, dolcezza, pratiche che difficilmente potrebbero uscire dai terminali di una macchina” (Galimberti); i vecchi sono liberi, perché non dipendono più dal sistema produttivo; la medicina garantisce più anni di vita e più forze e autonomia (quale altra era ha avuto tanti vecchi, tante persone che vivono così a lungo?). E la saggezza non dipende dall’età, dipende dalla visione del mondo che chiunque, a qualunque età, sa costruirsi su basi di verità: ma la vecchiaia permette, più e meglio della gioventù e della giovinezza, di prendersi cura di sé; di svelare il nostro carattere (così Hillman, ne La forza del carattere, ma è anche un’idea di Socrate nella Repubblica di Platone) “che ha bisogno di una lunga gestazione per apparire, a noi stessi prima che agli altri, in tutta la sua peculiarità”, “invecchiando” scrive Hillman “io rivelo il mio carattere, non la mia morte”; e nella vecchiaia l’amore e il tempo si possono spostare in una dimensione superiore.
Non si può cercare rifugio nella menzogna consolatoria della “giovinezza interiore”, che inoltre è “notoriamente un luogo malfamato” ma ci si deve rivolgere alla “sacra carne del vecchio” contrapposta a quella del giovane, “mera res extensa buona per la riproduzione” (Manlio Sgalambro, Trattato dell’età); non ci sono “due, tre, sette o dieci età, dall’infanzia al rimbambimento” (Sgalambro); quello del vecchio è un ritratto metafisico, in lui l’età non evolve; la vecchiaia non ha più slancio, è un apice, il culmine di un climax.

Dunque nell’età adulta e nella vecchiaia non ci sono tanto quelle false consolazioni mitologiche che dovrebbero essere la dolcezza del ricordo o la saggezza, bensì la forza del carattere, la pienezza del senso, la consapevolezza dell’amore, una condizione superiore più vicina alla metafisica, la libertà dalle costrizioni delle altre età, un uso del ricordo che non è schiavitù ma affrancamento (sono una persona diversa da quelle che ero da giovane, diceva Claude Levi-Strauss) e rivelazione di sé.
“Forse il carattere e l’amore hanno bisogno di quegli anni in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduti, fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e precisamente quello che uno è al di là di quello che fa, al di là di quello che tenta di apparire, al di là di quei contatti d’amore che la giovinezza brucia senza capire” (Galimberti).

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Nei nove racconti de Il tempo invecchia in fretta Antonio Tabucchi sembra tenere presente molte di queste cose, e anzi metterle dentro delle cornici narrative che danno evidenza a questa idea del trascorrere della vita, a questo rovesciamento veritiero dei miti egemoni. Gli adulti e i vecchi che si muovono in queste storie non sono nostalgici, non sono sentimentali e retorici, non sono inutilmente dolenti, non si consolano facilmente cedendo ai valori dei tempi mutati o dei nuovi padroni del tempo (tecnica, giovani, mutamenti politici che siano), non mascherano ipocritamente la verità (nemmeno se è amara o crudele). Conoscono la pietas, sanno come stanno le cose, hanno esperienza, non sono solo se stessi ma anche tutti quelli che volta per volta hanno incarnato il loro mutamento. Sanno la storia, la sanno accettare, sanno cosa dire e cosa non dire.

Hanno una grande necessità di raccontare, forse è questa la loro unica debolezza.

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