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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Ho iniziato a scrivere a diciotto anni, dopo un anno di improvvisa e vorace full immersion nel mondo della poesia. Senza alcun preavviso il mio cervello si è rivoltato, mettendo in comunicazione zone ed emozioni dormienti. Devo ad Hermann Hesse e ad Eugenio Montale questo violento cambio di pelle. Ricordo perfettamente il momento in cui è avvenuto, ero sul terrazzo della casa dei miei genitori, lo sguardo immerso nella luce di fronte a me, l’esplosione di un bisogno, potente ed irrinunciabile. È ancora così.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Ho lavorato spesso su questa dicotomia nei miei testi. Nella mia ultima raccolta di racconti “Il Corpo”, edita dalla LAB, nuova linea editoriale della Giulio Perrone, i personaggi, ossessionati o semplicemente condizionati da una parte del loro corpo, sono quotidianamente costretti a scegliere fra istinto e razionalità. Le loro parole, i loro gesti, ciò che vedranno, ascolteranno, vorranno o fingeranno di provare, viene mediato e filtrato dal loro corpo, trasformato in un vero e proprio muro che li separa dal mondo esterno. Aprendoci dei piccoli varchi nelle loro vite, ci riveleranno che ovviamente non c’è una risposta giusta all’interrogativo che anche lei mi sta ponendo. Per natura tendo a farmi guidare dall’istinto creativo, fucina dell’ideazione, di quella discontinuità di parole, pensieri e mondi necessaria a chi scrive e ricercata da chi legge. Ho provato però, col tempo, a temperare l’istinto con una dose, seppur ridotta, di razionalità. Penso che sia un passaggio necessario, la differenza che passa fra scrivere per sé o anche per gli altri.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

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Invidio Moravia e non solo per la costanza. Penso che una certa periodicità nello scrivere sia necessaria per sviluppare la capacità di massimizzare i tempi di scrittura. Come tutti (o quasi) gli scrittori ho un lavoro nel mondo “reale” a cui devo dedicare molto tempo ed energie. Poi ci sono gli altri, le persone che ci circondano, vero e proprio database emozionale a cui attingere senza sosta. Una passeggiata, il tram affollato andando a lavoro, un collega, un vicino scontroso, basta un’occhiata a generare un’idea, un personaggio, una storia, un finale. Tutto sta ad essere sempre pronti ad intercettarla.
Il tempo quantitativo da dedicare alla scrittura rimane per me molto poco, per questo la qualità assume una grande importanza. La possibilità di entrare in pochi minuti nel vivo della narrazione, cercando di rispettare il programma che mi sono assegnato, è un passaggio fondamentale per rendere coerente e armonioso il progetto narrativo a cui sto lavorando. Questo dovrebbe, ed uso volutamente il condizionale, andare anche oltre il bisogno interiore di scrivere che mi caratterizza. Bisogno che di solito sfogo più con la poesia che con la prosa. Intendiamoci, la necessità di raccontare una storia deve esistere, diventando il fulcro su cui si costruisce la narrazione. Perché sto sviluppando questo testo? Perché ho scelto di dare quel particolare carattere al mio personaggio? A chi vorrei arrivare con questa storia?
Queste ed altre domande mi pongo durante le mie sere al computer.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Solitudine, musica, interruzioni creative. Posso sintetizzare così il mio modo di scrivere. Penso che lo scrittore sia una persona assetata di nuove emozioni (almeno io lo sono), così vorace da non accontentarsi di una sola realtà, cercandone altre parallele alla propria in cui poter decidere il corso degli eventi. La novità per me è un fattore essenziale. Nuove persone, città, idee, possibilità, anche solo immaginate. Sono la linfa della mia creatività. L’immaginazione è uno dei grandi doni dell’essere umano, un “oggetto” che a mio giudizio non si usa abbastanza. Da qualche mese sto sviluppando un piccolo blog (imago2.0) per lavorare con altri potenziali estimatori dell’immaginazione e delle sue declinazioni. L’idea è quella di abituarci sempre di più ad utilizzare l’immaginazione, rafforzandola e facendola crescere, come una seconda pelle, un altro corpo a cui tendere.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Prima che scrittore, sono e sarò sempre un onnivoro lettore. Alcuni scrittori sono stati particolarmente importanti per me. I grandi russi per esempio. Penso a Tolstoj e alla sua Resurrezione, a Dostoevskij, ma soprattutto a Solgenitsin, che con il suo “Padiglione Cancro” ha aperto per me la cipolla che è l’essere umano, scomponendolo in innumerevoli strati di emozioni. Passioni da ingoiare senza poterle filtrare con la razionalità dietro cui spesso ci nascondiamo. Poi ci sono le mie guide personali nelle viscere dell’essere umano, parlo di Majakovskij e Cechov. Ho costretto uno sparuto gruppo di amici ad una lunga passeggiata in una Mosca inaspettatamente silenziosa in un pomeriggio di metà febbraio. Le voci, i respiri, i pensieri, tutto sembrava azzerato dal vento della Siberia, mentre procedevamo fra la neve con l’unico obiettivo di fermarci ad adorare la tomba di Majakovskij e Cechov. Non so se fu la stessa esigenza a portare Wilde a Roma. Nel mio caso avevo bisogno di vedere anche la parte terrena, umana, probabilmente irrisolta, annusare in giro lì intorno per capire se le loro parole riuscivano a germogliare, a vibrare ancora sotto il ghiaccio. Ci sono stati molti altri autori nella mia vita. La relazione con essi è come quella con le persone. Ci sono i veri amici, più importanti ancora dei primi amori, quelli che ti restano dentro, che leggi e rileggi. Autori dei testi che non puoi togliere dal comodino, che non osi lasciare a casa quando parti per un lungo viaggio. Ci sono quelli di un momento o quelli che ti hanno accompagnato davanti ad una scelta difficile, ti hanno consigliato, convinto, deluso. E poi, naturalmente, quelli che devi ancora leggere.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito? 

Più che di città o periferia, il mio problema, la mancanza che sento più forte è quella del confronto con altri autori. Certamente una grande città può offrire molti stimoli, ma non sempre ciò basta a far nascere una buona storia. Mi è capitato di leggere ultimamente un testo di un autore africano, vissuto nel luogo forse più lontano dagli stimoli culturali di cui tanto e giustamente si parla. Eppure la forza e l’esperienza che portava dentro la sua storia mi ha dato più idee e stimoli di dieci mostre d’arte. Penso sia importante potenziare lo scambio fra scrittori, ricreando circoli letterari focalizzati non sull’interpretazione della critica letteraria, ma sulle reali intenzioni dei testi condivisi, sulle esigenze di comunicazione che ci sono dietro.
Oggi abbiamo con internet una spropositata agorà in cui tutti parlano e straparlano, senza curarsi di chi sia davvero in ascolto, meno ancora del suo parere. In uno dei racconti della mia ultima raccolta “Il Corpo” dedicato alle orecchie, c’è una donna che desidera di non averle più per non sentire la massa di parole inutili, sue e degli altri, che l’attaccano quotidianamente. Un blog come “Sul romanzo” è un ottimo strumento per riportare l’oratore folle che è in tutti noi davanti al banco del dibattito.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Dipende da cosa si intenda per migliore. Ho imparato che è molto soggettivo. Sicuramente la scrittura ha reso la mia vita più complessa, incerta, esposta alla mia poderosa ed impietosa attitudine all’autoanalisi.
Senza di essa sarei stato probabilmente più sereno, più felice, sicuramente più accettato, una persona più semplice con cui vivere. Ma non sarei stato me stesso. La frusta a cui faceva riferimento Capote, quando parlava della scrittura, per me resta una compagna di viaggio irrinunciabile, la mia essenza.

La ringrazio e buona scrittura. 

Link al blog imago2.0: http://imago2punto0.blogspot.com/
Pierfrancesco Matarazzo è nato a Pompei nel 1974 e vive a Roma. Laurea in Economia, Master in Comunicazione d’Impresa, lavora nelle Risorse Umane di un gruppo bancario internazionale. Esordisce con un saggio sul mondo del lavoro Tempus Fugit (2000), scrive poi il romanzo Dinosauri di Plastica Rosa (2006) e pubblica Un mare troppo calmo per essere mio (raccolta di poesie, 2007). Partecipa attivamente a numerose antologie e raccolte di narrativa e poesia. Ha ottenuto riconoscimenti in numerosi premi letterari e con la raccolta di racconti Il Corpo ha vinto il Premio “Nuove Lettere 2009” per gli inediti, indetto dall’Istituto Italiano di Cultura di Napoli. La raccolta di racconti Il Corpo è appena stata pubblicata dalla divisione LAB della Giulio Perrone editore (link: http://perronelab.it/node/141 )

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