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Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.
 
Grossomodo a undici anni, giocando a tennis contro il muro del cortile. Immaginavo partite infinite tra i miei campioni preferiti, Jimmy Connors e McEnroe su tutti, mi figuravo le loro emozioni in gara, gli insulti all’arbitro, il gioco di sguardi con la fidanzata in tribuna, poi dopo aver finito la mia immaginaria finale di Wimbledon tornavo in camera a scrivere la cronaca della partita su un quadernetto. Ecco, credo che tutto sia partito da lì.
 
Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?
 
Traduco istinto creativo con idea e razionalità consapevole con tecnica e rispondo che dipende dalla forma che adotto per il mio testo. Se resto sulla forma racconto, ho l’impressione che tutto sia più facile, ti basta avere l’idea giusta e svilupparla fino al punto giusto, certo, anche nel racconto serve la tecnica, però non è una faticaccia come scrivere un romanzo, legare insieme le varie idee, farle stare dentro uno schema. Io vorrei spezzare una lancia a favore del romanzo, non condivido questa preferenza (a parole) verso il racconto, tipo quello che Elisabetta Rasy ha scritto su un giornale: “Non c’è bisogno di un romanzo, né del suo intreccio, né della sua estensione, perché il lettore sia afferrato da un autore. Anzi, non tutti i lettori sono disposti a stare al gioco di chi spaccia la quantità, il mero numero di pagine, come garanzia di una capacità inventiva superiore e di sicuro coinvolgimento”.
Io non sono d’accordo con questa tesi, non necessariamente il breve coincide con la qualità, come non è detto che il “lungo” sia sinonimo di scarsa creatività. E poi noto che molti recensori (spesso gli stessi che lodano le virtù del racconto), quando si tratta di stroncare un romanzo, chiosano serialmente con un ah, si vede che non ha il passo del romanzo, o con un eh, si vede che al massimo può scrivere racconti; allora, che si mettessero d’accordo con se stessi!
 
Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.
 
Il tempo della scrittura è qualcosa che va conquistato, meritato, qualcosa che va strappato a forza dal mare di altre cose da fare che ti assalgono quotidianamente. Io (come molti altri scrittori che conosco) faccio tutt’altro lavoro, in più ho una famiglia e addirittura delle amicizie, e avrei pure l’aspirazione di mantenere un minimo di vita di relazione, quindi per la scrittura ho bisogno di sentire uno stimolo talmente forte da farle scavare comunque uno spazio tra tutte queste cose. Devo anche dire che, quando ho avuto sprazzi di tempo libero e momenti in cui potevo mettermi a tavolino e dire oh, finalmente ho tempo per scrivere in santa pace…non ho combinato nulla.
 
Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?
 
Naturalmente della carta, ho ancora bisogno del pezzo di carta, che sia la moleskine, un post it, il retro di uno scontrino, per fissare un’idea del momento. Mi sono reso conto che le idee più interessanti mi arrivano mentre sto guidando la macchina (preferibilmente da solo), così le prime bozze dei miei testi spesso hanno la forma di un volante.
 
Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?
 
Io potrei andare a baciare la lapide posta all’ingresso del mio liceo che ricorda che Guido Gozzano ha compiuto lì gli studi ginnasiali, poi sono di animo un po’ gozzaniano, mi piace quel misto di spleen e di irrispettoso trastullo. Del resto, il periodo di Gozzano è quello che più mi attira, anche per quell’inquietudine che emergeva negli spiriti più sensibili del tempo, forse come veggenza delle tragedie che stava approntando il nuovo secolo. Quanto agli autori oltrefrontiera di quel periodo, oltre alla pleonastica citazione di Cechov e Kafka, nutro una viscerale e a me stesso incomprensibile passione per Gustav Meyrink, e non solo per il capolavoro del Golem.
 
L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?
 
Ho avuto in passato esperienze di premi letterari al sud, dove il calore e l’entusiasmo intorno alla letteratura vince 4 a 0 sul nord. In settentrione, peraltro, le statistiche ci dicono che si vende (che non è sinonimo di “si legge”) di più. Quindi i big editoriali tendono a spingere i grossi eventi promozionali, festival e kermesse, al nord. Al sud c’è più offerta di letteratura e di scrittori, ma c’è meno domanda di acquisto. Insomma, detto da scrittore “nordista”, chiamiamola sensibilità, attitudine, urgenza di scrivere, quello che ti pare, ma vedo che il talento emerge più spesso al sud. Solo che anche in questo campo, spesso, tocca migrare.
 
Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?
 
Scrivere ha complicato il mio percorso di vita, del resto sono certo che se non ci fosse stata la scrittura sarei riuscito a trovare altre complicazioni assai più deleterie. È una quadratura del cerchio, specie nei rapporti con gli altri. Scrivere necessita di solitudine e isolamento, almeno ogni tanto, però riesco a scrivere solo se traggo spunto dallo stare in mezzo agli altri, dagli incontri, dalle situazioni che ti accadono anche nel quotidiano. Quanto ai desideri, come persona ho già più di quanto osassi sperare. Come scrittore ne ho uno solo: di essere letto (che, ripeto, non coincide sempre con vendere) dal maggior numero possibile di lettori.
 
La ringrazio e buona scrittura.
 
Grazie a voi.
 
 
Paolo Cacciolati è nato il quattro dicembre di una quarantina d’anni fa, vive in Piemonte tra Cuneo e Torino. Ha pubblicato racconti con Fandango e Edizioni Las Vegas, oltre che su riviste letterarie e siti web. E’ redattore della rivista online Lapoesiaelospirito. Il 12 novembre 2009 è uscito il primo romanzo, Digestione del Personale (Ed.TEA).
 
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Sempre ottimo, tutto, qui.

@Cristina: in tempi oscuri l'unica salvezza è far circolare le idee e aggregarle. Questo nel mio piccolo sto tentando di fare qui assieme ai collaboratori.

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